Droni navali kamikaze: primo attacco USA colpisce Bandar Abbas
Per la prima volta nella storia militare americana, droni navali di superficie sono stati impiegati in combattimento come armi d’attacco. È accaduto domenica scorsa, quando tre imbarcazioni autonome Corsair hanno raggiunto il porto della base navale iraniana di Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz, colpendo un impianto per la manutenzione di navi e sottomarini. La conferma è arrivata ieri dal CENTCOM, il Comando centrale statunitense, che ha diffuso anche il filmato dell’operazione.
Nel video si vedono i mezzi avvicinarsi ai moli prima dell’impatto. Su una struttura di sollevamento si distingue quello che, secondo diversi analisti, sarebbe un mini-sottomarino della classe Ghadir: l’identificazione si baserebbe su dettagli caratteristici come le pale dell’elica a forma di sciabola e la configurazione delle superfici di coda. Le immagini si interrompono dopo le esplosioni e non consentono di valutare l’entità dei danni.
Cosa dice (e cosa non dice) il CENTCOM
Il comando americano parla di obiettivi “colpiti con successo”, ma non dichiara che il sottomarino sia stato distrutto o affondato. Non sono stati resi noti né la presenza di equipaggio a bordo, né le conseguenze per il personale della base, né il livello di supervisione umana durante l’attacco. Da Teheran, al momento, non risultano versioni ufficiali circostanziate sull’accaduto.
L’operazione si inserisce nell’escalation in corso tra Stati Uniti e Iran attorno allo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Nei giorni precedenti il CENTCOM aveva dichiarato di aver colpito più di 80 obiettivi e oltre 60 piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di minacciare la navigazione commerciale. Teheran, dal canto suo, non ha mancato di rispondere agli attacchi.
Il Corsair: dal salvataggio in mare alla missione suicida
Protagonista del raid è il Corsair, mezzo navale autonomo sviluppato dalla texana Saronic Technologies: 7,3 metri di lunghezza, oltre 35 nodi di velocità dichiarata, più di mille miglia nautiche di autonomia e fino a 450 chilogrammi di carico utile. La sua architettura modulare gli consente di svolgere ricognizione, guerra elettronica, trasporto logistico o, come a Bandar Abbas, di trasformarsi in una munizione: il CENTCOM ha definito i mezzi impiegati “one-way attack surface drones”, droni destinati a una missione senza ritorno.
Il percorso operativo della piattaforma è emblematico. Il 9 giugno un Corsair aveva recuperato in mare i due membri dell’equipaggio di un elicottero Apache caduto nei pressi di Hormuz: primo caso noto di un’imbarcazione senza equipaggio impiegata per il soccorso di personale. Poco più di un mese dopo, tre esemplari della stessa famiglia sono stati sacrificati contro un obiettivo iraniano. Sorveglianza, salvataggio e attacco: la stessa macchina, tre missioni radicalmente diverse.
Va precisato che autonomia non significa libertà di decidere l’uso della forza. Il produttore parla di “mission-level autonomy”: l’operatore stabilisce obiettivi e regole, il sistema gestisce navigazione e comportamento. Non è stato divulgato come sia avvenuta la selezione del bersaglio a Bandar Abbas, e non ci sono elementi per sostenere che sia stato un algoritmo a decidere quando colpire.
Il bersaglio: i sottomarini tascabili che presidiano Hormuz
Il Ghadir è un sottomarino tascabile progettato per le acque poco profonde del Golfo Persico: circa 125 tonnellate di dislocamento, 29 metri di lunghezza, due tubi lanciasiluri da 533 millimetri. L’Iran ne avrebbe costruiti fino a una ventina, e questi mezzi sono da anni indicati come uno degli strumenti con cui Teheran potrebbe ostacolare il traffico navale nello Stretto. Colpire le gru e il bacino usati per vararli e mantenerli potrebbe avere effetti più duraturi della perdita di una singola unità.
Un test in condizioni reali, dopo la lezione ucraina
Secondo diversi osservatori militari, l’impiego di tre Corsair contro un obiettivo relativamente limitato avrebbe avuto soprattutto il valore di un test operativo: gli Stati Uniti dispongono di missili da crociera e bombe guidate capaci di colpire lo stesso bersaglio. La dimostrazione tecnologica conta quanto il danno inflitto. Il precedente è quello ucraino nel Mar Nero, dove piccoli mezzi esplosivi senza equipaggio hanno costretto la flotta russa a ripensare le proprie difese.
Il concetto chiave è quello dell’assetto “attritable”: abbastanza economico e numeroso da poter essere perduto. Il Corsair, stimato attorno al milione di dollari, resta però molto più sofisticato dei barchini d’attacco iraniani, il cui costo si collocherebbe tra le decine e poche centinaia di migliaia di dollari. E non è invulnerabile: jamming, spoofing, radar costieri e cannoni automatici possono neutralizzarlo. Il successo contro un approdo apparentemente non contrastato non garantisce lo stesso risultato contro una base ben difesa.
Resta il dato di fondo: dopo il cielo, anche il mare entra nell’epoca delle munizioni autonome. Per l’Iran il problema, d’ora in poi, non sarà solo intercettare i prossimi Corsair, ma proteggere ogni porto, ogni pontile e ogni nave alla fonda da mezzi piccoli, veloci e difficili da distinguere dal traffico civile. Un onere che, chiunque lo sostenga, costa molto più di uno scafo da sette metri.