Può portare il cancro in remissione. Perché nessuno te lo dice?

Immagina una cura che riduce del 28% il rischio che il tumore torni. Una cura che, se fatta con criterio, è sicura. Una cura che non trovi in farmacia. Esiste, e si chiama esercizio fisico. Se hai avuto un cancro, però, è molto probabile che nessuno te l’abbia mai prescritto. La domanda è tornata a galla ieri negli Stati Uniti, insieme a un dato sempre più chiaro: le prove che il movimento aiuta a tenere il cancro in remissione aumentano, ma i programmi a cui i malati possono accedere restano pochissimi.
Vediamo i fatti, uno alla volta.
Lo studio: meno ricadute, più persone vive
L’anno scorso il New England Journal of Medicine, una delle riviste mediche più importanti al mondo, ha pubblicato uno studio chiamato CHALLENGE. L’hanno guidato due ricercatori, Kerry Courneya e Janette Vardy, insieme a un grande gruppo internazionale.
Hanno preso 889 persone con un tumore al colon, cioè all’intestino. Erano già state operate e avevano già finito la chemioterapia. Tumori seri: stadio III, oppure stadio II ad alto rischio. Sono state seguite in 55 centri, soprattutto in Canada e in Australia.
I pazienti sono stati divisi in due gruppi, a sorte. Il primo ha seguito per tre anni un programma di esercizio strutturato, cioè organizzato, con obiettivi precisi. Il secondo ha ricevuto solo opuscoli informativi sulla salute.
Poi i ricercatori hanno aspettato. In media, quasi otto anni.
Ecco cosa è successo:
- Dopo cinque anni, nel gruppo che si allenava era vivo e senza malattia l’80,3% dei pazienti. Nell’altro gruppo, il 73,9%.
- Il rischio di ricaduta, di un nuovo tumore o di morte è sceso del 28%.
- Dopo otto anni, era vivo il 90,3% di chi si allenava, contro l’83,2% degli altri. Il rischio di morire è calato di oltre un terzo.
Traduciamo. Su cento persone che si muovono, a otto anni ne sono vive circa sette in più rispetto a cento che non lo fanno. Sette vite ogni cento. Non è un dettaglio.
Attenzione: i farmaci non si buttano
L’esercizio non sostituisce chemioterapia, chirurgia o farmaci. Si aggiunge.
Lo dice senza giri di parole Karen Mustian, che si occupa di controllo del cancro all’University of Rochester Medical Center: «Non direi assolutamente: non usate quei farmaci e usate l’esercizio. Non siamo arrivati a quel punto, anche se questo è un momento piuttosto storico».
E c’è un altro limite. CHALLENGE riguarda il tumore al colon, in pazienti che avevano già finito la chemio. Non dimostra in automatico lo stesso effetto su tutti i tumori. È però una delle prove più forti che il movimento possa fare molto più che «farti sentire meglio».
Non è «andare a fare sport»
C’è un altro equivoco da togliere di mezzo. Nessuno sta dicendo a un malato di cancro di iscriversi in palestra e arrangiarsi.
Esiste una disciplina apposta: si chiama oncologia dell’esercizio. Studia come costruire un allenamento su misura. Dipende dal tipo di tumore, dalla fase della malattia, dalla cura che stai facendo, dal tuo corpo.
Un esempio concreto. Se hai un’anemia forte, metastasi alle ossa, problemi al cuore o ai nervi delle gambe, il programma va adattato e seguito da qualcuno che sa cosa fa. Non è movimento a caso. È una prescrizione, come quella di un farmaco.
Le linee guida della Società americana di oncologia clinica, l’ASCO, già raccomandano esercizio aerobico e di forza anche durante le cure, quando le condizioni lo permettono. Perché aiuta contro la stanchezza, conserva muscoli, fiato e forza.
E funziona anche contro gli effetti collaterali delle terapie ormonali. Pensa alle donne con tumore al seno che prendono gli inibitori dell’aromatasi: dolori alle articolazioni, rigidità, ossa più fragili. O agli uomini con tumore alla prostata a cui si abbassa il testosterone: perdono muscolo e mettono su grasso. Sono proprio i problemi su cui l’allenamento può intervenire.
Come agisce il movimento sul tumore, non è ancora chiaro del tutto. I ricercatori guardano allo zucchero nel sangue e all’insulina, all’infiammazione, al grasso sulla pancia, agli ormoni, alle difese immunitarie. Non è una pillola magica contro il cancro. Cambia l’ambiente del corpo in cui la malattia nasce o torna.
Perché nessuno te lo dice
E allora, se funziona, perché non te lo prescrivono?
La risposta più onesta l’ha data Jennifer Ligibel, oncologa del Dana-Farber Cancer Institute e docente ad Harvard: «Se l’esercizio fosse un farmaco, lo prescriveremmo a tutti i nostri pazienti. Ma non è così semplice».
Gli ostacoli, dice, sono due. Il primo: «Nessuno paga». Chi esce dalle cure oncologiche ha già speso tanto. Molti non possono permettersi di pagare di tasca propria un programma di allenamento, anche se potrebbe aiutarli.
Il secondo: mancano le strutture. Ci sono pochissimi programmi pensati apposta per i malati di cancro. «Non basta dire: vai ad allenarti, dimagrisci», spiega Ligibel. Lo sappiamo tutti. E cambiare abitudini è difficile anche quando stai bene, figurati dopo mesi di chemioterapia.
Mustian aggiunge un dettaglio che chiunque abbia provato a mettersi a dieta conosce bene. Già le persone sane faticano a tenere un nuovo allenamento oltre i 30 o 60 giorni. Qui si parla di anni. Serve qualcuno che ti accompagni. Per lei i prossimi passi sono tre: formare gli oncologi, dare loro un modo semplice per mandare i pazienti da professionisti seri, e far pagare le assicurazioni.
Quarantottomila dollari
Qualcosa si muove. Lunedì l’American Cancer Society e la fondazione dell’associazione americana dei centri fitness hanno annunciato dei finanziamenti per il 2027. Dieci centri sportivi riceveranno 4.800 dollari ciascuno per formare il personale. Più di trenta istruttori prenderanno una qualifica specifica in oncologia dell’esercizio.
Amy Bantham, che dirige la fondazione, ha detto che l’obiettivo è ridurre la distanza tra ciò che la ricerca dice sui benefici del movimento e ciò a cui i malati possono davvero accedere.
Ottima intenzione. Ma fai il conto: dieci centri per 4.800 dollari fa 48.000 dollari. In un Paese di oltre trecento milioni di abitanti.
La domanda che nessuno fa
Quando una pillola riduce la mortalità di un terzo, dietro c’è un’azienda che la produce, la brevetta, la promuove. Organizza congressi, forma i medici, spinge perché venga rimborsata. L’esercizio fisico non ha un brevetto. Non ha un’azienda che ci guadagna. Non ha nessuno che spinga.
E allora resta lì. Scritto negli studi, citato nelle linee guida, assente dalla ricetta.
Se hai avuto un tumore, o ce l’ha qualcuno che ami, la prossima volta chiedi al tuo oncologo. Non «posso camminare un po’?». Chiedi: «Mi prescrive un programma di esercizio, e chi me lo segue?». Se la risposta è un silenzio imbarazzato, hai capito il problema.