Fondo Previdenza Quotidiani Casella: «Salvate i nostri diritti»: 40 mila persone rischiano di perdere i contributi.

Oggi, da Milano, il Coordinamento nazionale dei lavoratori iscritti al Fondo Previdenza Quotidiani «Fiorenzo Casella» ha diffuso un appello dal titolo «Salvate i nostri diritti». Lo firmano a nome di circa 16.500 iscritti, tra lavoratori in servizio, pensionati e ex dipendenti che hanno ancora una posizione aperta. Contando i familiari, secondo il Coordinamento, la vicenda tocca 35-40 mila persone. Gli iscritti denunciano tagli alle pensioni fino all’88% e il rischio di perdere gran parte dei contributi versati. Chiedono al Parlamento di fermare la liquidazione del fondo decisa dalle parti sociali e di trasferire tutti gli iscritti all’INPS con un emendamento alla prossima Legge di Bilancio.
Che cos’è il Fondo Casella
Il Casella è la pensione integrativa dei poligrafici. Sono i lavoratori dipendenti, operai e impiegati, delle aziende che pubblicano e stampano i quotidiani e delle agenzie di stampa. I giornalisti non ne fanno parte. L’integrativa è un assegno che si aggiunge alla pensione pubblica INPS.
Il fondo nasce nel 1958 da un accordo tra editori e sindacati. Nel 1962 un decreto del Presidente della Repubblica rende l’iscrizione obbligatoria per tutta la categoria. Chi lavora in quel settore non può scegliere: versa.
A governarlo sono le cosiddette fonti istitutive. Sono le associazioni degli editori e degli stampatori, FIEG e ASIG, e i sindacati di categoria di CGIL, CISL e UIL. Nominano gli amministratori, possono modificare lo statuto e possono decidere la chiusura del fondo. Sopra di loro c’è la COVIP, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, l’autorità pubblica che controlla la previdenza complementare. Nel novembre 2020 la COVIP ha sciolto gli organi del fondo e lo ha messo in amministrazione straordinaria. Da marzo 2021 il commissario è Eugenio Ruggiero.
I numeri del Fondo Casella
I dati ufficiali li ha forniti lo stesso commissario, in un’audizione davanti alla Commissione parlamentare di controllo sugli enti previdenziali il 24 luglio 2025.
A fine 2024 il fondo aveva un patrimonio di circa 55,4 milioni di euro. Gli impegni verso iscritti e pensionati erano stimati in circa 284,5 milioni. Mancano circa 229 milioni. Il tasso di copertura è intorno al 19%: per ogni 100 euro promessi, in cassa ce ne sono 19.
Il settore si è svuotato. Nel 2005 i lavoratori che versavano erano 7.295, nel 2024 sono 1.650. Le aziende che contribuiscono sono passate da 222 a 78. Il commissario segnala anche almeno 280 iscritti persi in dieci anni perché le aziende, d’accordo con i sindacati, sono passate ad altri contratti collettivi. I beneficiari di pensione sono invece ancora 11.488. Nel 2012 ricevevano in media circa 4.580 euro l’anno. Nel 2024 l’assegno medio è sceso a meno di 1.200 euro l’anno, circa 100 euro al mese.
Dove sono finiti i contributi
Per capire la protesta bisogna distinguere due meccanismi. Nella ripartizione i contributi di chi lavora oggi pagano le pensioni di chi è già in pensione. Nella capitalizzazione ciascuno accumula un conto personale, il cosiddetto «zainetto», che gli viene restituito sotto forma di pensione.
Il Casella nasce a ripartizione. Dal 1995 ha introdotto anche una gestione a capitalizzazione. Oggi un poligrafico con contratto ordinario versa al fondo il 23,45% dello stipendio: il 22,95% lo paga l’azienda, lo 0,50% il lavoratore. Di questo 23,45%, solo l’1,70% finisce nello zainetto. Il resto, il 21,75%, va alla gestione che paga le pensioni in corso.
Gli iscritti considerano anche la quota versata dall’azienda come salario differito, cioè retribuzione che spetta al lavoratore e che gli viene pagata più tardi. Il Coordinamento sostiene che dal 2004 i soldi della gestione a capitalizzazione siano stati usati per coprire i buchi delle pensioni a ripartizione, e cita i rilievi della Commissione parlamentare. Il commissario, nell’audizione, ha riferito che le due gestioni sono amministrate congiuntamente. Il risultato, secondo gli iscritti, è che dopo trent’anni a fronte di circa 300 mila euro versati resterebbero circa 40 mila euro.
I tagli fino all’88%
Dal 2013 le fonti istitutive hanno firmato una serie di accordi che riducono le quote di pensione a ripartizione, anche quelle già in pagamento. Il taglio, chiamato «contributo di solidarietà», è salito dal 25% del 2013 al 50% del 2014, al 70% del 2017, fino all’88% del 2019. Una quota di pensione da 100 euro ne vale oggi 12.
Una clausola di salvaguardia garantisce che ciascun pensionato riceva, nell’arco della vita attesa, almeno quanto ha versato fino al 1994. Diversi pensionati hanno fatto causa. Finora i tribunali hanno dato ragione al fondo, da ultimo la Corte d’Appello di Roma nel 2023.
L’autoliquidazione contestata
Il 2 dicembre 2024 le fonti istitutive hanno firmato un accordo di liquidazione volontaria: il fondo viene chiuso per decisione delle stesse parti che lo governano. Per i lavoratori in servizio è previsto il trasferimento al Fondo Byblos, il fondo pensione complementare dei settori carta, grafica ed editoria. Riceverebbero uno zainetto pari alla loro quota del patrimonio residuo, più un contributo maggiorato del 6% dello stipendio fino alla pensione. Per pensionati, differiti e silenti le aziende verserebbero al Casella per 36 mesi un contributo aggiuntivo, da ripartire al momento della liquidazione. L’accordo stabilisce che tutte le posizioni vadano «rideterminate e diminuite».
Il commissario giudica l’intesa positiva. Secondo le sue analisi, garantisce più risorse di una liquidazione senza accordo, e molti lavoratori recupereranno nel tempo quanto maturato.
Gli iscritti la vedono in un altro modo. Nella lettera aperta inviata il 1° settembre a Parlamento e Governo, il Coordinamento ricostruisce l’effetto categoria per categoria. I pensionati (circa 11.200) rischiano tagli o la sospensione degli assegni. I differiti (circa 3.000) sono ex dipendenti con almeno dieci anni di contributi che aspettano la pensione: secondo il Coordinamento si è ipotizzato di restituire loro solo la quota versata dal lavoratore, senza quella aziendale e senza i rendimenti. Gli attivi (circa 1.600) verrebbero spostati in Byblos, che il Coordinamento definisce gestito dalle stesse parti sociali. I silenti (circa 1.600) sono ex iscritti con meno di dieci anni di versamenti e rischiano di vedere ridotto al minimo il proprio capitale.
C’è poi un dato concreto. Da ottobre 2021 il commissario, con l’autorizzazione della COVIP, ha sospeso la possibilità di riscattare o trasferire la propria posizione. Chi ha lasciato il settore non può portare via il suo conto.
Sul blog del Coordinamento, il referente Riccardo De Benedetti sostiene che il Casella vada trattato per quello che è, un ente fallito. Gli iscritti chiedono la liquidazione coatta amministrativa, la procedura in cui è l’autorità pubblica a nominare i liquidatori, al posto di una chiusura decisa da chi, secondo loro, ha causato il dissesto. Il Coordinamento accusa la COVIP di spingere invece verso l’autoliquidazione e di non aver mai imposto al fondo di rispondere alle migliaia di richieste di estratti conto dettagliati. Cita inoltre esposti in Procura sul periodo di commissariamento. Gli iscritti segnalano anche che tra qualche settimana dovrebbe scattare la piena portabilità delle posizioni prevista per legge: applicata, farebbe andare il fondo in default; non applicata, lascerebbe i soldi bloccati.
Cosa chiedono gli iscritti al Fondo Casella
Il Coordinamento richiama un precedente. Nel 2022 l’INPGI, l’ente previdenziale dei giornalisti, è stato trasferito all’INPS. Gli iscritti chiedono lo stesso trattamento, con tre richieste:
- riconoscimento di tutte le somme versate, quota del lavoratore, quota dell’azienda e rendimenti, e ripristino delle pensioni come avvenuto per l’INPGI;
- abbandono ufficiale dell’autoliquidazione;
- un emendamento bipartisan nella prossima Legge di Bilancio per il passaggio degli iscritti all’INPS «ad esaurimento», cioè fino all’ultimo avente diritto, usando il 2027 per i calcoli attuariali senza costi immediati per lo Stato.
Secondo la lettera aperta, l’ipotesi INPS è stata prospettata anche dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon in risposta a interrogazioni parlamentari negli ultimi venti mesi. Il prossimo passaggio è la sessione di bilancio: è lì che il Coordinamento chiede ai parlamentari di presentare l’emendamento.