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Esteri

Francia: via libera al più grande allevamento di salmoni d’Europa. Ventimila pareri contrari. Ma l’industria e la politica se ne fregano.

Autorizzata la mega-fabbrica di Pure Salmon al Verdon-sur-Mer: 10mila tonnellate l’anno alla foce dell’ultimo grande estuario selvaggio d’Europa.
Byoblu·04 agosto 2026
Esteri — Byoblu
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Il documento è stato firmato lunedì 3 agosto e reso pubblico ieri: la prefetta della Gironda, Sophie Brocas, ha concesso l’autorizzazione ambientale al progetto di Pure Salmon per costruire al Verdon-sur-Mer, sulla punta estrema del Médoc, quello che sarà il più grande allevamento di salmoni d’Europa. Quattordici ettari di capannoni alla foce dell’estuario della Gironda, 10mila tonnellate di salmone atlantico all’anno, un investimento indicato tra i 275 e i 280 milioni di euro, capitali di un fondo d’investimento con base a Singapore. Contro il parere di ventimila cittadini, di 27 ong, dell’ente locale per la gestione delle acque, del consiglio scientifico dell’estuario e — a titolo personale — anche della ministra della Transizione ecologica.

La prefetta ha elencato le ragioni del sì: «la riqualificazione di un’area industriale e portuale dismessa alla punta del Médoc, la creazione di 250 posti di lavoro diretti e la produzione sul territorio nazionale del pesce più consumato dai francesi, oggi importato per il 99%». Sovranità alimentare, dunque. Reindustrializzazione. Lavoro. Il vocabolario che, nell’Europa del 2026, apre qualunque porta.

Ventimila osservazioni, quasi tutte contrarie

L’inchiesta pubblica si è chiusa il 19 gennaio. Ha raccolto oltre ventimila pareri, quasi tutte contrari. A gennaio, la vigilia della chiusura, diverse centinaia di oppositori hanno manifestato davanti al sito; altre proteste si sono tenute a Bordeaux, a Soulac-sur-Mer e sull’altra sponda dell’estuario, a Royan. Una petizione promossa da Peta ha superato le 8.500 firme.

Esito? La commissione d’inchiesta ha espresso parere favorevole. Il Consiglio dipartimentale per l’ambiente e i rischi sanitari e tecnologici, il Coderst, altrettanto. La prefetta ha firmato. Vale la pena fissare il dato, perché racconta più di mille editoriali sul funzionamento reale della «partecipazione pubblica» europea: si consulta, si prende atto, si decide come era già stato deciso.

Una proposta di legge sostenuta da un centinaio di parlamentari francesi, depositata l’anno scorso, chiede una moratoria decennale sugli allevamenti intensivi di salmone. Non è mai arrivata in aula all’Assemblea nazionale. È il classico testo che dorme mentre i cantieri camminano.

L’estuario, l’acqua, la falda

Il punto non è ideologico, è idrogeologico. Il sito si trova incastrato tra aree naturali protette, in un mosaico di zone Natura 2000, paludi del Basso Médoc e parco naturale marino. L’impianto dovrebbe captare fino a 6.500 metri cubi d’acqua al giorno: secondo i calcoli diffusi da Peta, circa 2,37 milioni di metri cubi l’anno, quanto una città di 43mila abitanti. Sempre secondo l’ong, gli scarichi annuali nell’estuario ammonterebbero a 1,7 tonnellate di azoto e 16,8 tonnellate di fosforo, nonostante i sistemi di trattamento previsti.

Durante l’istruttoria, la Commissione locale dell’acqua ha espresso un parere di non compatibilità con lo schema di gestione delle falde profonde, per la pressione sulla falda eocenica da cui dipende l’acqua potabile del Médoc. Il Brgm, l’istituto geologico francese, e il consiglio scientifico dell’estuario hanno rilevato la stessa cosa: le «dichiarazioni rassicuranti» dell’azienda non erano sostenute da dati sufficienti. Tutti pareri contrari. Tutti superati.

C’è poi il capitolo energia, che nessuno ama affrontare: le stime degli oppositori parlano di 100-120 GWh l’anno, il consumo di una città di 45mila abitanti, per far girare pompe, ossigenatori e filtri di un ecosistema artificiale. Il salmone «locale e sostenibile» è, in realtà, un salmone elettrico.

Aggiungiamo un dettaglio che i comunicati non contengono. Mentre si firmava l’autorizzazione, la Gironda bruciava: evacuazioni, campeggi svuotati, chilometri di fasce parafuoco. Un territorio in stress idrico e termico cronico. È in questo contesto che si decide di prelevare milioni di metri cubi d’acqua l’anno per un impianto industriale. La coerenza climatica dell’Europa si misura qui, non nei vertici.

Tre milioni di pesci in vasca: il benessere animale che non esiste

Pure Salmon assicura che «il benessere animale è al centro del progetto», che la tecnologia è «collaudata» e che l’impatto sulla biodiversità è «controllato». L’azienda parla di tonnellate. Gli oppositori parlano di individui: secondo Peta si tratterebbe di circa tre milioni di salmoni allevati ogni anno, con densità fino a oltre 70 chili di pesce per metro cubo. Cioè animali migratori, capaci di attraversare l’Atlantico, che passeranno l’intera vita in una vasca sovrappopolata, illuminata artificialmente, con l’acqua riciclata al 99%.

Qui la contraddizione europea diventa imbarazzante. L’Unione ha regolamenti dettagliati sul benessere animale, arriva a legiferare sulle dimensioni delle gabbie per le galline — ma i pesci d’allevamento restano una zona grigia, senza soglie di densità vincolanti né standard di macellazione realmente applicati. È la stessa Unione che sa mostrarsi flessibile quando in gioco c’è un’industria alimentare di un Paese fondatore: rigorosa sulla carta, accomodante nei fatti. Il foie gras insegna.

Il salto di scala che nessuno ha ancora provato

L’acquacoltura a ricircolo non è una novità: i principi sono consolidati. Ma un impianto da 10mila tonnellate è un’altra cosa. Lo dice Ifremer in un rapporto di marzo: si tratta di un «cambio di scala» con pochissimi esempi operativi nel mondo. Per capirci: nel 2024 l’intera acquacoltura marina francese ha prodotto 5.807 tonnellate di pesce, tutte le specie insieme. Un solo stabilimento produrrebbe quasi il doppio dell’intero comparto nazionale.

È la definizione di scommessa. Con una particolarità: se la scommessa la vince l’investitore, l’utile è privato; se la perde, il conto — falda, estuario, ostricoltura, pesca — lo paga il territorio. La storia recente non incoraggia: a Boulogne-sur-Mer un progetto analogo della svizzera Local Ocean, autorizzato nel 2024, è impantanato; la norvegese Smart Salmon ha rinunciato a insediarsi vicino a Guingamp per l’opposizione locale. La stessa Pure Salmon indica il 2030 come anno delle prime vendite commerciali, mentre la prefettura parla di cantiere dal 2027.

Il governo diviso

Il progetto ha spaccato l’esecutivo francese. La ministra della Transizione ecologica Monique Barbut, in audizione al Senato in aprile, si è detta «non favorevole a titolo personale». Il ministro dell’Industria Sébastien Martin, in visita in Gironda a giugno, ha liquidato la questione: non c’è ragione per non andare avanti. Fra le due voci, ha vinto quella dell’Industria. Come sempre.

Sui numeri dell’occupazione, poi, la nebbia è totale: l’azienda annuncia 250 posti diretti — alcune ricostruzioni locali arrivano a 400 — mentre Génération Écologie sostiene che, con il livello di automazione previsto, si potrebbe scendere a circa settanta. Ventimila cittadini hanno scritto per dire no; nessuno ha ancora messo per iscritto quanti lavoreranno davvero là dentro.

Una riflessione finale. Chiamare «sovranità alimentare» un impianto finanziato da un fondo asiatico, progettato da una società norvegese, alimentato da mangimi importati e costruito su una falda già sotto pressione è un esercizio di marketing, non di politica. La sovranità alimentare vera sarebbe un’altra cosa: pescatori, ostricoltori, piccole filiere, acqua pulita. Cioè esattamente ciò che questo progetto mette a rischio.

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