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Economia

La UE dichiara guerra commerciale alla Cina: ci stanno deindustrializzando.

Deficit da un miliardo al giorno, lettera Macron-Merz, Šefčovič a Pechino. L’Ue alza la voce solo ora che a rischio c’è l’industria tedesca.
Byoblu·09 ottobre 2026
Economia — Byoblu

Il conto alla rovescia della guerra commerciale tra Europa e Cina è partito. Ieri e oggi il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, è a Pechino per trattare con il ministro del Commercio cinese Wang Wentao. Sul tavolo c’è un deficit commerciale europeo che viaggia intorno al miliardo di euro al giorno. Pochi giorni prima della missione, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno scritto a Ursula von der Leyen per chiedere armi commerciali nuove e rapide. La Cina non è mai nominata, ma il bersaglio è lei. La novità vera è la Germania. Per anni ha frenato ogni linea dura verso Pechino. Oggi la spinge.

Questo non potrà che irrobustire le relazioni di forza geopolitiche che vedono anche nelle alleanze belliche la Cina e la Russia costruire progressivamente una presenza comune forte e pronta ad ogni scenario.

I numeri dello squilibrio commerciale tra Ue e Cina

Un deficit commerciale significa che si compra dall’estero più di quanto si vende. Secondo i dati del Consiglio Ue, nel 2025 l’Unione ha esportato in Cina beni per 199,5 miliardi di euro e ne ha importati per 571,3 miliardi. Il passivo supera i 370 miliardi. Tra il 2015 e il 2025 le importazioni dalla Cina sono cresciute di oltre il 90%, le esportazioni europee verso Pechino del 37%. Nel secondo trimestre di quest’anno, secondo Eurostat, il passivo negli scambi di merci ha toccato 103 miliardi.

Nel discorso sullo stato dell’Unione del 16 settembre, von der Leyen ha definito lo squilibrio «insostenibile» e ha parlato di deindustrializzazione.

Una volta la deindustrializzazione era riferita a quella italiana nei confronti di Francia e Germania, come avevo rivelato su Byoblu già oltre 15 anni fa nelle prime interviste a Nino Galloni. Oggi riguarda la deindustrializzazione europea nei confronti della Cina. Circostanza che, a partire dall’intelligenza artificiale e via via sempre più evidente nei comparti produttivi tradizionali come quello automobilistico, è evidente ormai da tanto. Il pachiderma europeo, intento a perdere il gas russo e a spendere centinaia di miliardi in armamenti, ci è arrivato con grave ritardo.

L’origine è nel modello economico cinese. La domanda interna è debole, la crisi immobiliare non è risolta, le famiglie risparmiano molto e consumano poco. Intanto la capacità produttiva cresce, sostenuta dal credito e dalla politica industriale dello Stato. Le fabbriche producono più di quanto il mercato interno assorba: è la cosiddetta sovracapacità, e l’eccedenza cerca sbocchi all’estero. Ormai non riguarda più soltanto pannelli solari e auto elettriche. Tocca macchinari, chimica, acciaio, alluminio, batterie, componentistica. Uno studio del think tank Center for European Reform stima che tra il 2019 e il 2025 l’industria europea abbia perso circa un milione di posti di lavoro.

La svolta di Berlino

Nel 2024 il governo di Olaf Scholz si oppose ai dazi europei sulle auto elettriche cinesi. Volkswagen, Bmw e Mercedes avevano in Cina il loro mercato più ricco, e Berlino temeva ritorsioni. Due anni dopo il quadro si è rovesciato. Le imprese cinesi producono quello che prima compravano dalla Germania. Byd e gli altri marchi cinesi sfidano i tedeschi sull’elettrico e sulle ibride, in Cina, in Europa e nei mercati terzi. La stessa dinamica investe meccanica e chimica.

La sequenza delle date aiuta a capire. A maggio Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania hanno fatto circolare un non-paper, un documento informale, per rafforzare gli strumenti europei contro le «sovraccapacità industriali sistemiche e strutturali». La Spagna aveva firmato e poi si è ritirata. Berlino ne condivideva l’impostazione ma non aderì, per timore di violare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e di provocare ritorsioni. Il documento è rimasto lettera morta.

La svolta è arrivata quando a sentirsi minacciata è stata l’industria tedesca. È una dinamica ricorrente nell’Unione: la politica commerciale comune si muove quando cambia la gerarchia delle paure a Berlino. L’Italia aveva sollevato il problema mesi prima, senza ottenere nulla.

Cosa chiedono Macron e Merz

La lettera franco-tedesca chiede uno strumento giuridico capace, «se necessario», di arrivare all’esclusione immediata dal mercato unico di beni e servizi di un Paese che conduca una guerra commerciale contro l’Ue, per esempio interrompendo le forniture di materie prime. Il linguaggio è esplicito: si parla di «uso del commercio come arma» e di «distorsione sistematica del mercato».

Il modello dichiarato è la «Section 301» americana, la norma che consente a Washington di imporre sovrapprezzi mirati e rapidi ai Paesi accusati di pratiche sleali. Il passaggio decisivo riguarda chi decide. La Commissione potrebbe agire in pochi giorni, a meno che gli Stati membri non si oppongano a maggioranza qualificata, cioè con almeno il 55% dei Paesi che rappresentino il 65% della popolazione. Oggi serve una maggioranza per agire. Domani ne servirebbe una per fermare Bruxelles. Il potere di innescare uno scontro commerciale passerebbe di fatto dalle capitali alla Commissione, un organo non eletto. Per difendere cosa, in buona sostanza: il parmigiano o la Ferrari? Certo che no: le auto tedesche le cui vendite stanno precipitando a picco.

La proposta sarà presentata al vertice europeo di metà ottobre. La Commissione dovrebbe tradurla in misure entro fine anno.

Le armi che l’Europa ha già, e non usa

L’arsenale esiste. I dazi antidumping colpiscono le merci vendute sotto costo, quelli antisovvenzioni colpiscono i prodotti gonfiati da aiuti di Stato. Richiedono però indagini lunghe, prodotto per prodotto. Le misure di salvaguardia scattano quando un’impennata delle importazioni minaccia un danno grave e possono coprire settori interi: l’Ue le ha già applicate all’acciaio. C’è poi lo strumento anticoercizione del 2023, soprannominato «bazooka». Serve a reagire quando una potenza straniera usa il commercio come leva politica. Non è mai stato usato.

Ignacio Garcia Bercero, esperto dell’istituto Bruegel, sintetizza così: «L’Ue dispone già degli strumenti necessari per combattere la concorrenza sleale; quello che manca è la volontà politica di utilizzarli». Insomma, si sottolinea il divario tra una Von der Leyen e il suo nemico Donald Trump, capace di decidere e agire in tempi rapidi. I numeri sulle auto elettriche lo confermano: Bruxelles applica a Byd un dazio del 17%, Stati Uniti e Canada del 100%.

Il negoziato a Pechino e la minaccia cinese

Bruxelles chiede alla Cina di limitare volontariamente l’export di auto ibride e di sbloccare le terre rare, le materie prime critiche di cui Pechino ha ristretto le esportazioni l’anno scorso. Secondo indiscrezioni attribuite a fonti diplomatiche anonime, la Cina avrebbe già respinto l’ipotesi di contenere le ibride a circa il 15% del mercato europeo, contro una quota oggi superiore a un terzo. L’esito ufficiale dei colloqui non è ancora noto.

Un sì appare improbabile. L’export è uno dei motori della crescita cinese, e una concessione all’Europa diventerebbe un precedente per altri partner. Pechino ha già alzato i toni. «Se l’Ue insisterà nell’introdurre restrizioni discriminatorie nei confronti di aziende o prodotti cinesi, la Cina reagirà con fermezza per tutelare i diritti e gli interessi legittimi delle proprie industrie», ha dichiarato a fine settembre un portavoce del governo. La Cina ha già colpito in passato prodotti simbolo come il cognac francese e ha aperto proprie indagini sull’import di merci europee.

Chi rischia di pagare

Le voci prudenti non mancano. L’economista Gabriel Felbermayr, direttore dell’istituto austriaco Wifo, ha giudicato utile rafforzare le difese commerciali «purché nel rispetto del diritto internazionale», aggiungendo: «Un’offerta costruttiva alla Cina rimane la scelta giusta, non alzare muri». Pascal Lamy, l’ex commissario che nel 2001 negoziò l’ingresso cinese nell’Omc, oggi parla invece di «errore storico».

Il nodo resta la dipendenza. Secondo diversi analisti, l’Europa dipende dalla Cina più di quanto la Cina dipenda dall’Europa. Terre rare, magneti e componenti sono leve che Pechino ha già usato. E può scegliere i bersagli, colpendo i Paesi più esposti nel sostenere la linea dura. L’Italia, firmataria del non-paper di maggio, è tra questi.

Il prossimo passaggio è il vertice europeo di metà ottobre, dove la proposta franco-tedesca arriverà sul tavolo dei 27.

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