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Esteri

Hiroshima, 81 anni dopo la bomba: l’appello mondiale al disarmo: “stiamo costruendo la prossima Hiroshima”

Alle 8.15 la campana, 50mila persone e 121 delegazioni. Ma il New START è scaduto, le testate aumentano e la Corea del Nord lancia un missile.
Byoblu·07 agosto 2026
Esteri — Byoblu
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Ieri mattina, alle 8.15 ora giapponese (l’1.15 in Italia), a Hiroshima si è fermato tutto. È suonata la Campana della pace. Circa 50mila persone e le delegazioni di 121 Paesi, più l’Unione europea, sono rimaste in silenzio per un minuto. Esattamente 81 anni prima, il 6 agosto 1945, il bombardiere americano Enola Gay aveva sganciato su quella città la prima bomba atomica usata contro degli esseri umani. Oltre 140mila morti. Da Hiroshima, come ogni anno, è partito un appello mondiale al disarmo. E come ogni anno, chi comanda ha fatto finta di non sentire.

La cerimonia segue un rituale preciso: prima si depone il registro delle vittime, poi i fiori, poi il sindaco legge la Dichiarazione di pace, volano le colombe, parlano i bambini. Nel cenotafio i nomi sono arrivati a 353.639. Non è un numero fermo nel 1945: continua a crescere, perché la gente ha continuato a morire per anni.

«Per quanto tempo ancora intendete deluderci?»

Il sindaco Kazumi Matsui non ha usato il linguaggio morbido della diplomazia. Ha detto una cosa semplice: le grandi potenze usano ancora le bombe atomiche come strumento di minaccia, e troppi leader continuano a raccontarci che la deterrenza è una soluzione ragionevole. Secondo Matsui, giustificare la violenza in nome della sicurezza o della prosperità significa costruire la prossima Hiroshima. Poi si è rivolto direttamente ai politici del mondo con una domanda che è rimasta sospesa nell’aria: «Per quanto tempo ancora intendete deluderci?».

A pochi metri da lui c’era la premier giapponese Sanae Takaichi. Ha promesso un approccio «realistico» verso un mondo senza uso di armi nucleari, indicando come strada il Trattato di non proliferazione. Tradotto: nessuna svolta. E c’è di più. Il governo di Tokyo sta discutendo una possibile revisione dei documenti sulla sicurezza nazionale, compreso il principio che vieta l’ingresso di armi nucleari nel Paese.

Qui sta la contraddizione. Il Giappone è l’unico Paese al mondo che ha subito due bombe atomiche. Chiede l’abolizione delle armi nucleari. Ma vive sotto l’ombrello nucleare degli Stati Uniti e non ha mai firmato il Trattato che proibisce quelle armi. I sopravvissuti, gli hibakusha, glielo chiedono da anni. Sono rimasti poco più di 91mila, con un’età media che ha superato gli 86 anni. Fra poco non ci sarà più nessuno a raccontare com’è, di persona, vedere una città diventare cenere.

Un missile nordcoreano, proprio ieri

Mentre a Hiroshima si pregava, la Corea del Nord ha lanciato verso il Mar del Giappone quello che Seul ha definito un «proiettile non identificato» e Tokyo un «possibile missile balistico». Nessun impatto vicino alle coste giapponesi. Ma il messaggio è arrivato forte e chiaro.

Il motivo? Pochi giorni prima il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha detto che le forze armate vanno potenziate con «senso di urgenza e di crisi» davanti a Cina, Russia e Corea del Nord. Nel 2025 Tokyo ha portato la spesa militare a 62,2 miliardi di dollari: più 9,7%, l’1,4% del Pil, la quota più alta dal 1958. Il Giappone pacifista del dopoguerra si sta smontando pezzo per pezzo. Da Pyongyang, Kim Yo Jong, sorella del leader Kim Jong Un, ha risposto accusando Tokyo di «accelerare la sua trasformazione in uno Stato di guerra» e annunciando nuove «opzioni militari». Ecco come funziona la spirale: uno si arma perché ha paura dell’altro, e l’altro si arma perché ha paura del primo.

I numeri che nessuno vi racconta

Il 5 febbraio è scaduto il New START, l’ultimo trattato fra Stati Uniti e Russia che metteva un tetto alle armi nucleari strategiche. Non è stato sostituito da nulla. Il ricercatore di Archivio Disarmo Matteo Taucci spiega che la prima conseguenza è la più banale e la più grave: non sappiamo più niente. Niente dati, niente trasparenza, niente verifiche reciproche. Come guidare di notte con i fari spenti.

Nel frattempo, secondo il SIPRI di Stoccolma, le testate dispiegate o tenute in riserva sono passate da 9.614 a 9.745 in un anno. I nove Paesi che le possiedono — Stati Uniti, Russia, Cina, Corea del Nord, Pakistan, India, Francia, Israele e Regno Unito — ci hanno speso 119 miliardi di dollari, secondo ICAN il 19% in più rispetto al 2024. La proposta di bilancio dell’amministrazione Trump per il 2027 prevede 32,8 miliardi per la National Nuclear Security Administration: nuove testate, infrastrutture modernizzate, vecchie bombe rimesse a nuovo.

Poi c’è un capitolo che fa paura più degli altri: l’intelligenza artificiale. La Dichiarazione di Roma, firmata da premi Nobel ed esperti, chiede una cosa elementare: la decisione finale sul lancio non può essere lasciata a un algoritmo. Perché nessuno sa davvero come una macchina arriva alle sue conclusioni. Taucci lo dice con parole che valgono più di un trattato: l’idea che sia un computer a stabilire se quello che vede è un incidente o un vero attacco spaventa più dell’attacco stesso.

Perché proprio Hiroshima

E arriviamo alla domanda che in questi anniversari viene sempre saltata. Perché la bomba è caduta lì?

I verbali declassificati del Target Committee, il comitato che nella primavera del 1945 scelse il bersaglio, raccontano una cosa scomoda. Gli americani stavano già radendo al suolo le città giapponesi con le bombe incendiarie. Tokyo era in macerie. Ma per la bomba atomica serviva una città ancora intatta: solo così si potevano misurare bene gli effetti della nuova arma e distinguerli da quelli degli ordigni normali. Hiroshima, insieme ad altre città, fu quindi risparmiata dai bombardamenti convenzionali. Salvata per essere distrutta meglio.

Nei documenti c’è scritto anche altro: serviva il massimo effetto psicologico, uno spettacolo abbastanza grande perché il mondo intero capisse subito. Per questo il punto di mira fu messo al centro della città, non in una fabbrica di periferia: così l’onda d’urto avrebbe coperto più area possibile. E si raccomandò di colpire senza preavviso un «dual target», un impianto legato alla guerra circondato dalle case degli operai.

È la parte che nei manuali si legge poco. Le duecentomila persone di Hiroshima e Nagasaki non furono solo vittime di guerra: furono la dimostrazione pratica, davanti al mondo e in particolare davanti a Mosca, degli effetti di una nuova arma verso chi non si fosse piegato.

Ottantuno anni dopo, lo storico americano Peter Kuznick — voce fra le più scomode negli Stati Uniti su questa materia — continua a ripetere che l’orrore del 1945 è stato dimenticato o messo da parte, e che il rischio di un disastro nucleare non è mai stato così concreto. Non è catastrofismo. È aritmetica: quasi diecimila testate, zero trattati in vigore fra le due maggiori potenze, gli arsenali in crescita, gli algoritmi che entrano nella catena di comando e un missile che vola nel giorno della memoria.

Da Vienna, dove i Paesi che hanno firmato il trattato di proibizione tengono viva la loro battaglia, è arrivata l’ennesima condanna dell’uso delle armi nucleari. Parole giuste. Che però non fermano nessuno.

La verità è che a Hiroshima, ogni 6 agosto, i sopravvissuti chiedono la stessa cosa da ottant’anni. E ogni anno chi ha il potere di darla risponde con un aumento del bilancio della difesa. Quando l’ultimo hibakusha se ne andrà, resterà solo la campana. E le bombe saranno pronte a mettere fine all’umanità intera.

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