Infantino chiede l’aiuto di Trump per salvare la poltrona FIFA

Gianni Infantino ha chiesto l’aiuto di Donald Trump per restare al suo posto. È questa, oggi, l’indiscrezione che sta terremotando il palazzo del calcio mondiale: dopo il naufragio del piano per vendere una quota dei diritti commerciali dei Mondiali, il presidente della FIFA avrebbe tentato ripetutamente di raggiungere il presidente americano al telefono senza ottenere risposta, per poi ripiegare su un colloquio riservato con il Segretario di Stato Marco Rubio. Colloquio che, secondo la smentita arrivata via social da un funzionario del Dipartimento di Stato, non era in programma: «nessuna telefonata questa mattina». Anche la FIFA nega di aver parlato con il governo americano.
Una fonte citata dalla stampa newyorkese è brutale: quel contatto «riguarda esclusivamente la tutela del suo incarico e nient’altro». Ufficialmente, l’argomento all’ordine del giorno era il calcio come strumento di soft power per gli Stati Uniti. Ufficiosamente, si trattava di trovare un padrino politico in vista del congresso elettivo di marzo, quando la FIFA scegliere il presidente per il quadriennio 2027-2031.
Chi è Gianni Infantino, l’avvocato che non ha mai giocato a pallone
Per capire come si arriva a chiedere soccorso alla Casa Bianca per salvare una presidenza sportiva, bisogna guardare al curriculum dell’uomo. Cinquantasei anni, nato in Svizzera nel Vallese da genitori emigrati dalla Calabria, doppio passaporto italo-svizzero, Infantino non viene dal campo: viene dagli uffici. Laurea in giurisprudenza a Friburgo, poliglotta, una carriera costruita interamente nelle stanze del diritto sportivo.
Prima il centro di studi sullo sport di Neuchâtel, poi l’ingresso alla UEFA all’inizio degli anni Duemila come uomo degli affari legali, quindi la scalata fino a segretario generale nel 2009, all’epoca della presidenza di Michel Platini. Il volto che milioni di tifosi hanno imparato a conoscere estraendo le palline dei sorteggi di Champions League.
Il salto arriva nel 2016, quando lo scandalo FIFA travolge Blatter e brucia Platini, candidato naturale alla successione, colpito da squalifica. In quel vuoto si infila l’uomo di apparato: nessun grande mandato popolare, nessuna investitura carismatica, ma la capacità di raccogliere consenso federazione per federazione. Rieletto poi due volte senza avversari, secondo il collaudato metodo per cui alla FIFA le elezioni non si vincono: si acclamano.
Come funziona davvero la macchina della FIFA
Ora il punto che raramente viene spiegato. La FIFA è formalmente un’associazione di 211 federazioni nazionali e ogni federazione vale un voto: la Germania come Vanuatu, il Brasile come il Bhutan. Il presidente non lo eleggono i tifosi, non lo eleggono i club, non lo eleggono i giocatori. Lo eleggono i dirigenti delle federazioni, molte delle quali vivono in larga parte dei contributi allo sviluppo che arrivano da Zurigo.
Infantino ha capito prima e meglio di tutti questa aritmetica. Ha allargato i Mondiali da 32 a 48 squadre, moltiplicato i ricavi, creato nuovi tornei, promesso un aumento del 20% delle distribuzioni alle federazioni fino a oltre 2,7 miliardi di dollari nel prossimo quadriennio. Il risultato è un sistema in cui chi controlla la cassa controlla i voti, e chi controlla i voti è inamovibile. Prima dello scandalo di questi giorni, oltre 200 federazioni su 211 avevano già firmato il sostegno a un nuovo mandato.
È per questo che la rivolta europea, per quanto clamorosa, potrebbe non bastare: per essere rieletto servono 106 voti. Infantino può perdere in blocco i 55 dell’Europa e i 35 del Nord e Centro America e restare comunque in sella, appoggiandosi ad Africa, Sudamerica, Asia e Oceania. Democrazia formale, oligarchia sostanziale.
Il piano che ha fatto saltare il tavolo
La scintilla è il progetto presentato la settimana scorsa: conferire gli asset commerciali della FIFA — Mondiali per nazionali e per club — in una nuova società, valutarla 20 miliardi di dollari e cederne circa il 20% a investitori privati per incassare fino a 4,2 miliardi. A guidare l’operazione doveva essere Thrive Capital, il fondo fondato da Joshua Kushner. Cognome che dice tutto: è il fratello di Jared Kushner, genero di Donald Trump.
La reazione è stata immediata e trasversale. La UEFA ha parlato di operazione «irresponsabile e indifendibile», accusando la FIFA di mettere in vendita l’anima dello sport, e ha votato per il boicottaggio delle competizioni, minacciando azioni legali. Le confederazioni hanno denunciato di non essere state consultate. Un consigliere di lungo corso di Infantino si è dimesso per protesta. Dall’interno della FIFA è arrivata l’accusa più pesante: uno schema «di una sola persona», con lo staff tenuto all’oscuro. Venerdì il piano è stato ritirato. Ho raccontato tutto qui: La Uefa contro Infantino dopo il tentato Golpe: “Voleva vendere la Coppa del Mondo a un parente di Trump”. La storia raccontata bene.
Da lì è partita la valanga. Galles, Finlandia, Serbia e Svezia hanno sfilato il sostegno alla ricandidatura, l’Inghilterra è pronta a fare lo stesso, altri paesi europei sono attesi. Le dimissioni sono state chieste pubblicamente da dirigenti, presidenti di lega e persino dal predecessore Blatter. E si affacciano già i nomi dei possibili sfidanti, dal presidente del Paris Saint-Germain al numero uno della confederazione nordamericana.
Il vero scandalo è che la telefonata sembrasse plausibile
Si può discutere se la video-call con Rubio ci sia stata o no. Il fatto politico è un altro, e cioè che a nessuno sia sembrato assurdo che il capo del calcio mondiale telefonasse al Dipartimento di Stato per salvarsi la poltrona. Perché quella confidenza se l’è costruita lui, passo dopo passo: la finale dei Mondiali a bordo campo con il presidente americano, un ufficio della FIFA aperto nella Trump Tower, e soprattutto il primo «FIFA Peace Prize» della storia consegnato a Trump nel dicembre 2025. Un premio inventato e assegnato senza giuria, senza criteri, senza nulla che assomigli a una procedura.
Si aggiunga l’episodio del cartellino rosso a un giocatore statunitense durante i Mondiali, Balogun, sospeso dopo l’interessamento della Casa Bianca. Non è terzietà, è cortigianeria. E la cortigianeria ha un prezzo: non sempre i regnanti rispondono ai cortigiani.
Qui la lezione riguarda anche chi ha creduto che l’irruzione di Trump nelle istituzioni globali fosse per definizione una scossa salutare. Il tentativo di far entrare il capitale della cerchia presidenziale nei diritti dei Mondiali non era un colpo all’establishment: era l’establishment che cambiava proprietario. E quando l’affare si è rivelato tossico dal punto di vista dell’immagine, l’amico è diventato improvvisamente irraggiungibile. Il pragmatismo della forza funziona così: dura quanto dura la convenienza.
Resta un paradosso finale, tutto interno al calcio. Le stesse federazioni che oggi si indignano per la «vendita dell’anima» sono quelle che per dieci anni hanno votato in massa il modello che ha reso il pallone una macchina finanziaria: più partite, più tornei, più sponsor, più diritti televisivi, e i tifosi ridotti a pubblico pagante. Infantino non ha creato quel sistema dal nulla: lo ha portato alla sua conclusione logica. Ha solo commesso l’errore di scriverlo nero su bianco in un prospetto per investitori. E forse, chi ha fatto i calcoli per eleggerlo, ora ha fatto calcoli diversi, dai quali risulta che Infantino non gli conviene più.