IRAN, OLTRE LA PROPAGANDA: LA RIVOLTA DEGLI INSEGNANTI

Il 6 settembre centinaia di insegnanti si sono radunati davanti alla sede dell’Organizzazione per il Piano e il Bilancio, a Teheran. Secondo un ampio reportage che Waging Nonviolence ha pubblicato sul movimento degli insegnanti iraniani (e che Byoblu ha sottoposto a verifica, confronto con fonti indipendenti e integrazione con la versione delle autorità di Teheran e con la documentazione internazionale disponibile), erano circa 300.
Chiedevano stipendi al passo con l’inflazione, scale retributive eque e servizi sanitari e di welfare migliori. I sindacati dei docenti sopravvivono alla stretta seguita alla rivolta dello scorso gennaio e non arretrano sulle loro richieste: salari equi, istruzione gratuita, libertà di espressione.
Il reportage raccoglie le testimonianze di nove insegnanti. Tra loro ci sono Mohammad Habibi, portavoce del Consiglio di coordinamento delle associazioni sindacali degli insegnanti iraniani, Esmaeil Abdi, ex segretario generale dell’associazione sindacale degli insegnanti di Teheran, ed Eskandar «Soran» Lotfi, attivista sindacale curdo ed ex portavoce dello stesso Consiglio. Due docenti parlano sotto pseudonimo per timore di ritorsioni.
Anni di proteste
Da anni gli insegnanti di tutto l’Iran scendono in piazza. Chiedono salari giusti, condizioni di lavoro migliori e la liberazione dei colleghi detenuti. Chiedono anche il rispetto di diritti garantiti dalla Costituzione: l’istruzione gratuita per tutti i bambini e la libertà di riunione pacifica e di associazione. Negli anni attivisti e sindacalisti del settore scolastico hanno subito arresti, detenzioni, processi per reati contro la sicurezza nazionale, licenziamenti, carcere e isolamento.
Nella rivolta di gennaio, iniziata attorno a rivendicazioni economiche e poi evoluta in molte parti del Paese in richieste di cambiamento politico e maggiore libertà, docenti e sindacalisti della scuola hanno avuto un ruolo di primo piano.
Un rapporto del Teachers’ Movement Research Institute, relativo al periodo compreso tra settembre 2025 e agosto 2026, documenta almeno 15 insegnanti morti, 78 arrestati e 46 convocati dalle autorità. Secondo gli autori del rapporto, i 15 docenti morirono durante le proteste di gennaio. Si tratta, tuttavia, dei dati raccolti da un organismo vicino al movimento degli insegnanti e non di un bilancio indipendente delle autorità iraniane.
Il movimento, però, continua.
La versione di Teheran
Le autorità iraniane offrono degli eventi di gennaio una ricostruzione radicalmente diversa. Secondo il Consiglio di sicurezza nazionale, manifestazioni nate da reali difficoltà economiche sarebbero state successivamente infiltrate da gruppi violenti sostenuti dall’estero, in particolare da Stati Uniti e Israele.
Teheran ha indicato in 3.117 il numero complessivo delle persone morte durante i disordini. Di queste, 2.427 sono state definite dalle autorità «martiri», categoria nella quale il governo comprende civili innocenti e appartenenti alle forze di sicurezza, sostenendo che una parte consistente delle vittime sia stata uccisa da gruppi armati e «terroristi».
Questa ricostruzione è contestata dalle organizzazioni per i diritti umani e dalla missione internazionale indipendente istituita dal Consiglio ONU per i diritti umani.
Quello che ha accertato la missione ONU
Il rapporto pubblicato nel settembre 2026 merita però attenzione proprio perché non si limita alle testimonianze dell’opposizione.
La missione non ha potuto entrare in Iran — Teheran non le ha concesso l’accesso — ma ha preso in considerazione anche 120 documenti forniti dal governo iraniano, oltre a 73 testimonianze, immagini satellitari, filmati, fotografie e materiale proveniente da organizzazioni per i diritti umani ed esperti forensi e militari.
Ha inoltre chiesto informazioni ai governi degli Stati Uniti e di Israele senza ricevere risposta.
Applicando lo standard dei «ragionevoli motivi per ritenere», la missione ha concluso che le forze di sicurezza iraniane hanno utilizzato forza letale contro manifestanti e passanti, compresi bambini, che non rappresentavano una minaccia imminente di morte o di gravi lesioni.
Secondo la missione, molte delle violazioni documentate integrano crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, detenzione illegale, tortura e altri atti inumani, all’interno di un attacco diffuso e sistematico contro una parte della popolazione civile.
Sono conclusioni contestate da Teheran, ma rendono difficile liquidare l’intera vicenda come una semplice invenzione della propaganda occidentale.
Ma l’interferenza occidentale non è un’invenzione
Riconoscere la repressione interna non significa ignorare il ruolo giocato dalle potenze straniere nella crisi iraniana.
Lo stesso rapporto ONU registra che il 20 gennaio 2026 il segretario al Tesoro statunitense dichiarò che Washington aveva deliberatamente contribuito a innescare le proteste, creando attraverso la propria politica economica una scarsità di dollari che aveva alimentato una forte inflazione.
È un elemento importante. Non dimostra che le manifestazioni fossero create o dirette dall’estero, né cancella le ragioni economiche e politiche interne che portarono gli iraniani in piazza. Dimostra però che la pressione economica americana ha avuto un ruolo nella crisi e che sarebbe altrettanto fuorviante cancellare questo elemento dalla ricostruzione degli avvenimenti.
Lo stesso rapporto ONU riconosce inoltre che, se la maggior parte delle immagini e delle testimonianze esaminate mostra manifestanti pacifici, in alcune località vi furono anche episodi di violenza da parte di manifestanti, compresi incendi di strutture della polizia, lanci di oggetti contro le forze di sicurezza e altri attacchi.
Come è organizzato il movimento degli insegnanti iraniani
Il movimento non fa capo a un sindacato unico. In tutto il Paese operano associazioni locali e provinciali, molte delle quali sono collegate da una rete ombrello: il Coordinating Council of Iranian Teachers’ Trade Associations (CCITTA).
Questa struttura permette ai docenti di organizzarsi sul territorio e, allo stesso tempo, di coordinare le azioni a livello nazionale.
Alcune iniziative, come le proteste e le dichiarazioni pubbliche, sono sotto gli occhi di tutti. Altre sono meno conflittuali e più legate ai rapporti personali. Si discutono le priorità del movimento, si sostengono i colleghi in carcere e le loro famiglie, si costruisce solidarietà con altri movimenti sociali. A volte ci si ritrova semplicemente per un’escursione, una lettura o un film.
Tutto questo, secondo il reportage, ha dato vita a un movimento capace di resistere a forme molto pesanti di repressione.
Resta però un ostacolo strutturale di fondo. Il sistema iraniano non garantisce ai sindacati indipendenti una libertà di organizzazione paragonabile agli standard internazionali dell’ILO.
La situazione è più complessa della semplice affermazione secondo cui «i sindacati indipendenti sono illegali». Alcune associazioni di insegnanti hanno ottenuto nel tempo forme di registrazione presso il ministero dell’Interno, mentre altre organizzazioni e coordinamenti hanno incontrato dinieghi, sospensioni o pesanti limitazioni della propria attività. L’ILO ha inoltre ripetutamente contestato all’Iran interferenze nell’attività sindacale e persecuzioni nei confronti di sindacalisti.
Secondo Lotfi, queste condizioni creano difficoltà ancora prima che l’attività di organizzazione abbia inizio.
Habibi: «Il sindacato è la continuazione del mio dovere»

Mohammad Habibi insegna dal 2003. Per lui non è mai stato solo un lavoro, ma una responsabilità sociale. Presto si è reso conto che un’istruzione di qualità per gli studenti non si può ottenere fino in fondo senza tutelare i diritti degli insegnanti.
Per questo si è iscritto all’Iranian Teachers’ Trade Association e in seguito ha ricoperto diversi incarichi nel CCITTA, di cui oggi è portavoce.
«Il mio attivismo sindacale non era separato dall’insegnamento», racconta. «Lo vedevo come la continuazione della mia responsabilità di insegnante. Gli insegnanti hanno un dovere che va oltre l’insegnamento dei libri di testo. Devono difendere il diritto all’istruzione, la dignità degli studenti, la giustizia educativa e la libertà di pensiero».
Le rivendicazioni: salari, scuola pubblica, lingue madri
Come Habibi, tutti i docenti intervistati descrivono richieste che riguardano sia i propri diritti sia quelli degli studenti.
Vogliono stipendi e pensioni adeguati al costo reale della vita, sicurezza del posto di lavoro, una partecipazione concreta alle politiche educative, libertà di espressione e di associazione e la scarcerazione dei colleghi detenuti.
Chiedono anche un’istruzione pubblica gratuita, di qualità ed equa per tutti i bambini, senza distinzioni di etnia o di genere. E si oppongono alla privatizzazione e alla mercificazione della scuola.
Esmaeil Abdi ha trascorso quasi nove anni in carcere per il suo attivismo. Per lui la battaglia contro la privatizzazione non si può separare da quella per l’uguaglianza:
«Se l’istruzione diventa una merce la cui qualità dipende dalla capacità economica di una famiglia, la disuguaglianza sociale si riproduce da una generazione all’altra».
Gli insegnanti rivendicano inoltre il diritto di ogni bambino di essere istruito nella propria lingua madre, accanto al persiano. Sostengono che la diversità linguistica e culturale dell’Iran debba trovare spazio nelle scuole.
Le conquiste e il loro significato
Nel corso degli anni il movimento ha ottenuto alcune concessioni. Tra queste, l’aumento delle pensioni, l’attuazione della Legge sulla classificazione degli insegnanti, che fissa i livelli retributivi con i relativi aumenti di stipendio, e una voce in capitolo nella gestione del loro fondo pensionistico.
Quando le politiche cambiano, però, la loro applicazione può restare incompleta.
«Ma il significato di questa esperienza non sta solo nei risultati materiali di queste rivendicazioni», spiega Lotfi. «Dimostra anche che le proteste costanti e organizzate degli insegnanti sono riuscite a portare nella sfera delle politiche pubbliche e delle decisioni questioni che all’inizio il governo si rifiutava di accettare».
Sulla stessa linea Abdi: «Nonostante la repressione, il movimento degli insegnanti è riuscito a mantenere al centro del dibattito pubblico temi come l’istruzione pubblica gratuita, i diritti degli insegnanti e la disuguaglianza educativa».
La solidarietà con lavoratori, studenti e donne
Pur restando indipendente sul piano organizzativo, il movimento ha costruito legami con lavoratori, studenti e attiviste per i diritti delle donne.
Lo ha fatto nonostante quelli che Laeya Mohammadi, insegnante e attivista che usa uno pseudonimo per paura di ritorsioni, descrive come i «tentativi del governo di dividere gli insegnanti dagli altri movimenti, anche sostenendo che gli insegnanti abbiano uno status sociale più elevato di quello di altri gruppi, come i lavoratori».
Così come hanno partecipato alle proteste di gennaio, i docenti avevano preso parte anche alla rivolta «Donna, Vita, Libertà» del 2022, esplosa dopo la morte in custodia di Jina Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale.
La missione ONU ha successivamente concluso che Amini aveva subito violenza fisica che ne aveva provocato la morte e ha attribuito allo Stato la responsabilità per la sua morte illegale. Le autorità iraniane hanno sempre respinto questa ricostruzione, sostenendo che il decesso non fosse conseguenza di violenze degli agenti.
Quattro anni dopo, quella lotta orienta ancora le aspirazioni di insegnanti come Habibi. Lui spera in un futuro in cui insegnanti e studentesse non siano più costrette a rispettare la legge sul velo e possano decidere in piena autonomia anche su scelte personali come il proprio abbigliamento.
«La nostra linea rossa sono gli studenti»
L’impegno sociale dei docenti si è visto anche quando a essere in pericolo erano i loro alunni.
Dalla fine del 2022 in tutto l’Iran molte ragazze hanno cominciato a stare male a scuola in episodi descritti come sospetti avvelenamenti. I casi si sono poi estesi a numerose città e province.
Le cause e le responsabilità degli episodi sono rimaste controverse e le spiegazioni ufficiali sono cambiate nel tempo. Nel marzo 2023 il CCITTA ha indetto proteste in tutto il Paese per chiedere sicurezza e chiarezza. Insegnanti e genitori hanno manifestato in diverse località; in alcune di esse le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e arrestato manifestanti.
Tra loro c’era Shadi Taban, insegnante che parla sotto pseudonimo. Per lei la questione rifletteva un principio che va ben oltre le condizioni di lavoro dei docenti.
«La nostra linea rossa sono gli studenti», dice.
Banchi vuoti e zaini abbandonati
Secondo il reportage, quella linea rossa è stata nuovamente superata durante le rivolte di gennaio.
Una organizzazione per i diritti umani ritenuta credibile dalla missione ONU ha raccolto i nomi di almeno 221 bambini uccisi durante le proteste, alcuni dei quali colpiti con munizioni letali. La missione ha inoltre documentato separatamente l’impiego illegittimo della forza da parte delle forze di sicurezza contro manifestanti e passanti, compresi minori.
Questo dato non significa che il rapporto ONU attribuisca automaticamente alle forze governative, caso per caso, tutte le 221 morti: è precisamente per questa ragione che distinguere tra il numero dei bambini morti e le responsabilità accertate è essenziale.
Gli insegnanti hanno deciso di protestare per la morte dei loro alunni e di onorarne la memoria con la campagna «Banchi vuoti». Nonostante i blackout di internet e le enormi difficoltà nella raccolta delle informazioni, il movimento afferma di avere raccolto e diffuso nomi, fotografie e storie di circa 240 bambini e ragazzi morti.
Abdi ritiene che questo lavoro di documentazione possa un giorno contribuire ad accertare la verità, attribuire responsabilità e ottenere riparazione per gli abusi commessi.
«Lo consideriamo una parte importante di un futuro processo di giustizia di transizione», afferma.
A febbraio, dopo che un attacco statunitense ha colpito la scuola primaria Shajareh Tayyebeh di Minab, gli insegnanti hanno avviato un’altra campagna di documentazione.
Secondo il procuratore di Minab, nell’attacco morirono 156 persone, tra cui 120 bambini. La missione ONU riferisce separatamente informazioni indipendenti ritenute credibili secondo le quali i morti furono 157, tra cui 123 bambini.
La nuova campagna degli insegnanti si chiama «Zaini abbandonati» e si richiama ai bambini che a scuola non sono più tornati.
La vicenda di Minab è particolarmente importante perché la stessa missione ONU che attribuisce alle autorità iraniane gravissime violazioni dei diritti umani ha esaminato anche la condotta degli Stati Uniti.
Secondo la missione, la scuola era chiaramente identificabile come struttura scolastica, separata dal vicino complesso dei Guardiani della Rivoluzione e priva, al momento dell’attacco, di un uso militare conosciuto. L’indagine ha inoltre concluso che l’edificio scolastico fu il punto intenzionale d’impatto e non venne colpito accidentalmente da un’arma destinata alla vicina installazione militare.
Sulla base delle prove raccolte, la missione ha ritenuto che l’attacco fosse attribuibile agli Stati Uniti. Ha inoltre concluso che Washington non aveva fatto tutto quanto ragionevolmente possibile per verificare che la scuola costituisse un obiettivo militare e aveva agito con un grado di imprudenza che, secondo gli investigatori, andava oltre la semplice negligenza.
La conclusione è molto grave: la missione ritiene che esistano ragionevoli motivi per affermare che gli Stati Uniti abbiano commesso a Minab il crimine di guerra di aver lanciato un attacco indiscriminato, causando morti e feriti tra i civili e danni a beni di natura civile.
Il senso delle campagne degli insegnanti, però, va oltre il valore simbolico.
«Per noi erano anche iniziative per chiedere giustizia, preservare la memoria collettiva e difendere il diritto dei bambini alla vita e all’istruzione», conclude Lotfi.