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Italia esclusa dalla riunione E3 sull’Ucraina a Bruxelles

Nato, Usa, Francia, Germania e Regno Unito si vedono a Bruxelles sulla guerra. Roma, unica europea del G7, resta fuori. Le opposizioni attaccano
Byoblu·03 novembre 2026
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L’Italia non siederà al tavolo sull’Ucraina convocato questa settimana a Bruxelles. Lo ha annunciato stamattina la portavoce della Nato, Allison Hart. All’incontro parteciperanno i rappresentanti dell’Alleanza Atlantica, degli Stati Uniti e dei tre Paesi del cosiddetto formato E3: Francia, Germania e Regno Unito. Roma è l’unico Paese europeo del G7 a restare fuori. Movimento 5 Stelle e Partito democratico parlano di un Paese ridotto al ruolo di spettatore e accusano il Governo Meloni di averlo condannato all’irrilevanza.

La comunicazione dell’Alleanza è asciutta: «A seguito delle discussioni tenutesi a Miami e a Oslo, i rappresentanti della Nato incontreranno questa settimana a Bruxelles i rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti per discutere la strada da seguire al fine di porre fine alla guerra in Ucraina in modo giusto e sostenibile». La data esatta della riunione non è stata resa nota. Restano riservati anche i contenuti dei precedenti passaggi in Florida e in Norvegia.

Riunione E3 sull’Ucraina, chi decide e chi resta fuori

Il formato E3 nasce nei primi anni Duemila per i negoziati sul programma nucleare iraniano. Da allora è diventato un canale stabile di coordinamento tra Parigi, Berlino e Londra. Le ragioni della scelta sono evidenti. Francia e Regno Unito sono potenze nucleari e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Germania è la prima economia del continente. Il Regno Unito, inoltre, è fuori dall’Unione europea, e questo rende il formato E3 indipendente dalle procedure di Bruxelles.

Il riferimento a Miami indica che il negoziato procede su un binario guidato da Washington. Gli europei vengono chiamati a raccordarsi a valle. È lo schema già visto negli ultimi mesi: la Casa Bianca tratta direttamente con il Cremlino, l’Europa insegue e si divide su chi debba rappresentarla.

Italia esclusa, l’attacco di M5S e Pd al Governo Meloni

La reazione delle opposizioni è arrivata in mattinata. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato, Luca Pirondini, ha sintetizzato così la questione: «Unico Paese Ue del G7 fuori dal tavolo, grazie Meloni». Secondo il senatore, l’Italia accetta senza resistenze le richieste sul riarmo e si indebita per acquistare armamenti. Eppure, sostiene, non ha voce quando si decide il futuro dell’Europa. Pirondini ha definito questa marginalità uno dei capitoli più bui dei quattro anni di governo.

Più tagliente il deputato pentastellato Marco Pellegrini: «La servitù non è stata invitata». Pellegrini ha contrapposto l’esclusione da Bruxelles alla centralità internazionale più volte rivendicata dall’esecutivo. Critiche analoghe arrivano dal Partito democratico. Tra le opposizioni circola una formula che riassume la protesta: «Noi guardiamo, altri decidono».

Palazzo Chigi e il formato E3, le parole della Presidente del Consiglio

Pirondini ha richiamato un recente intervento in Parlamento della Presidente del Consiglio. In quell’occasione Giorgia Meloni aveva parlato del superamento del formato E3 o, in alternativa, di una sua formalizzazione. Per il capogruppo M5S quelle affermazioni sono state smentite dai fatti. Al momento della pubblicazione non risultano commenti ufficiali di Palazzo Chigi o della Farnesina sull’esclusione.

Irrilevanza dell’Italia sull’Ucraina, un problema che viene da lontano

La polemica delle opposizioni coglie un dato reale, ma lo attribuisce a un solo governo. La marginalità italiana nei formati ristretti sull’Ucraina precede l’attuale esecutivo. Nel 2022 il governo Draghi, sostenuto anche da Pd e Movimento 5 Stelle, avviò l’invio di aiuti militari a Kiev. Il Governo Meloni ha proseguito su quella linea, assicurando piena lealtà atlantica. In nessuna delle due fasi questa scelta si è tradotta in un posto stabile nella cabina di regia.

Pesa il criterio con cui si compongono questi tavoli. Contano la deterrenza nucleare, il seggio permanente all’Onu e la capacità di schierare forze sul terreno. Pesa anche la disponibilità a guidare missioni nel quadro di eventuali garanzie di sicurezza per Kiev. Su questi parametri Roma parte svantaggiata (per i cittadini è l’opposto: ben lieti che l’Italia se ne stia fuori), a prescindere da chi governi.

Il paradosso denunciato da Pirondini trova però riscontro nei numeri. Al vertice dell’Aia del giugno 2025 gli alleati, Italia compresa, hanno sottoscritto l’obiettivo di portare la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del Pil entro il 2035. È un impegno pesante per un Paese con il debito pubblico italiano. Non è accompagnato da un peso decisionale proporzionato.

L’esclusione da Bruxelles conferma anche una frattura dentro il campo occidentale. L’Alleanza si presenta compatta, mentre i tavoli si moltiplicano e si restringono. Washington negozia per conto proprio, Parigi, Berlino e Londra si ritagliano il ruolo di interlocutori privilegiati. Il resto degli alleati, compresi Paesi esposti come quelli del fianco orientale, viene informato a cose fatte. Una dinamica che sottrae le scelte sulla guerra e sulla pace al controllo dei Parlamenti nazionali e degli elettori che ne sostengono i costi.

La riunione di Bruxelles si terrà entro la fine della settimana. Le conclusioni arriveranno a Roma per via diplomatica, insieme alle richieste di spesa e di impegno che ne deriveranno.

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