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La storia della legge elettorale spiegata bene, e perché è una farsa.

30 anni di liste bloccate, interi parlamenti e Presidenti eletti con leggi incostituzionali, preferenze bocciate per un voto, opposizioni in piazza: ma è il solito teatrino. E il cittadino continua a non contare niente.
Byoblu·16 luglio 2026
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La Camera ha dato oggi il via libera in prima lettura alla nuova legge elettorale: 217 sì, 152 no, 2 astenuti, a scrutinio segreto come chiesto dalle opposizioni. Il testo passa ora al Senato. In Aula cartelli, urla di “buffoni”, una scheda elettorale gigante con la scritta “il tuo voto non conta” sventolata davanti ai banchi del governo, commessi che faticano a riportare l’ordine. Il solito spettacolo. Ma fermiamoci un attimo, perché qui non stiamo parlando di una legge qualsiasi.

Perché la legge elettorale è la madre di tutte le leggi

La legge elettorale è la legge che decide come si formano tutte le altre leggi. È il regolamento del gioco democratico: stabilisce chi entra in Parlamento e come. Se sbagli quella, hai sbagliato tutto quello che viene dopo. Per questo è una legge fondamentale dello Stato. E per questo ogni volta che i partiti ci mettono le mani, bisogna guardargli le dita, una per una.

Trent’anni senza scegliere nessuno

Facciamo un ripasso veloce, senza politichese. Dal 1993 al 2005 c’è stato il Mattarellum, il maggioritario dei collegi. Poi è arrivato il Porcellum, ribattezzato così dal suo stesso autore: liste bloccate, niente preferenze, premio di maggioranza senza soglia minima. Con quella legge abbiamo votato tre volte. Poi, nel 2014, la Corte Costituzionale l’ha dichiarata incostituzionale. Tradotto: i Parlamenti eletti con quella legge erano figli di un meccanismo illegittimo. E quei Parlamenti, nel frattempo, avevano fatto di tutto: leggi, governi, perfino l’elezione del Presidente della Repubblica. C’è chi sostiene, non senza argomenti, che atti così fondamentali compiuti da Camere elette con una legge incostituzionale avrebbero meritato ben altra sorte. Invece nulla: tutto convalidato, tutto sanato, avanti il prossimo.

Poi è arrivato l’Italicum di Renzi: incostituzionale pure quello, smontato dalla Consulta nel 2017 prima ancora di essere usato. Infine il Rosatellum, con cui votiamo oggi: liste bloccate, candidati decisi dalle segreterie di partito, l’elettore che mette una croce su nomi scelti da altri. Risultato: sono trent’anni che gli italiani non scelgono i propri parlamentari. Li ratificano.

Cosa è successo alla Camera, spiegato semplice

Veniamo alla cronaca di questi giorni. Martedì scorso la maggioranza è andata sotto per un solo voto — 188 no contro 187 sì — sull’emendamento a prima firma FdI, Noi Moderati e UdC che introduceva un sistema misto di capilista bloccati e preferenze. Voto segreto, franchi tiratori all’opera: il ministro Ciriani ne ha contati “20-25″, altri nella maggioranza dicono il doppio. Meloni aveva chiesto sui social un voto palese, un'”operazione verità” per capire chi le preferenze le vuole davvero e chi le sventola solo in campagna elettorale. Non è servito: le preferenze sono morte in Aula, e con loro anche l’ultimo emendamento sul tema, respinto ieri tra le urla dei vannacciani.

Cosa resta, quindi, nella legge approvata oggi? Un proporzionale con premio di maggioranza: 70 deputati e 35 senatori in più alla coalizione che raggiunge il 42% dei voti, e l’indicazione sul simbolo del nome che la coalizione proporrà come premier al Capo dello Stato. Liste bloccate, ovviamente: quelle non muoiono mai. In mezzo, un’unica nota positiva votata all’unanimità: il voto per i fuorisede, che finalmente potranno votare dove studiano o lavorano. E una riduzione delle circoscrizioni Estero che ha fatto infuriare le opposizioni.

Schlein ha parlato di tradimento della fiducia degli italiani, Conte di “legge truffa” fatta per “imbullonare” i partiti alle poltrone, promettendo che il Quirinale “non sarà mai Colle Oppio”. Dalla maggioranza sono arrivate dure repliche, accompagnate da applausi e da una standing ovation.

L’unica legge elettorale democratica ha un nome: proporzionale puro

Ora mettiamo da parte il tifo e ragioniamo. In democrazia il principio è uno solo, elementare: se un partito prende il 10% dei voti, deve avere il 10% dei seggi. Punto. Senza soglie di sbarramento che buttano nel cestino milioni di voti. Senza premi di maggioranza che regalano seggi a chi non li ha conquistati. Senza alambicchi per alterare il peso del voto. E con le preferenze, ovviamente: perché se il seggio è tuo, il nome di chi ci siede lo scegli tu, non il capocorrente. Il proporzionale puro è l’unica legge elettorale degna di chiamarsi democratica. Tutto il resto — premi, soglie, capilista bloccati, indicazione del premier sul simbolo — sono ingegnerie di partito per blindare quote di potere. Vale per questa legge, valeva per quelle di prima. Nessuno escluso.

I partiti, con le liste bloccate, intendono premiare i fedeli alla linea, o i candidati che portano voti sicuri. “Candidati fedeli alla linea” significa che così possono continuare a comandare sempre gli stessi, perché se ti regalo un posto in una lista, tu mi sei fedele e mi confermi nel mio ruolo direzionale. Ma non necessariamente questo coincide con quello che vogliono gli elettori.

Le dimissioni? Il teatrino della campagna elettorale

E veniamo al gran finale: le opposizioni che dopo la sconfitta della maggioranza sulle preferenze escono da Montecitorio e chiedono in piazza le dimissioni di Meloni. Le dimissioni di un governo per un voto perso su un emendamento, per giunta a scrutinio segreto? Questo lo capisce anche un bambino: non è una battaglia di principio, è il fischio d’inizio della campagna elettorale per le politiche dell’anno prossimo. Sono stati quattro anni a guardare, e ora, come per magia, iniziano a fare la voce grossa. Panem et circenses, come sempre.

Io in Parlamento ci sono stato, per un anno. So come funziona dietro le quinte, e non per sentito dire: è un grande teatrino di marionette e foche ammaestrate, dove le indignazioni si accendono a comando, a favore di telecamera, e si spengono così come sono arrivate. Tutto finisce a tarallucci e vino, davanti a uno spritz nel Transatlantico (la bouvette della Camera, ma ce ne è una anche al Senato). Chi oggi grida “legge truffa” ha votato o difeso a suo tempo altre leggi truffa, e chi oggi difende il premio di maggioranza lo definiva un furto quando lo incassavano gli altri.

Quindi il punto è: dopo Porcellum, Italicum e Rosatellum, quando torneremo a scegliere noi, con una matita e un nome, i nostri rappresentanti? Non trattenete il fiato mentre aspettate la risposta: vi si potrebbe bloccare la glottide.

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