Marine Le Pen, favorita alle presidenziali, annuncia una «prova di forza» con l’Ue e l’avanzata delle forza nazionaliste

Marine Le Pen si prepara a uno scontro aperto con l’Unione europea. In un’intervista pubblicata oggi dalla stampa economica londinese, la leader del Rassemblement National (Rn), favorita nei sondaggi per le presidenziali francesi dell’aprile 2027, ha annunciato che, se eletta, ingaggerà una «prova di forza» con Bruxelles sul bilancio comunitario e sulle competenze della Commissione. Nella stessa giornata è attesa a Bruxelles, dove intende contestare il tentativo di chiudere l’accordo sul prossimo bilancio pluriennale europeo prima del voto francese.
Le Pen e il bilancio Ue: 11 miliardi di tagli già nel 2027
Il cuore della contesa è il contributo francese alle casse comuni. Il piano quinquennale da 140 miliardi di euro per ridurre il deficit, presentato dalla candidata la settimana scorsa, prevede risparmi per 11 miliardi già nel 2027 grazie alla riduzione dei versamenti all’Ue, e decine di miliardi in più negli anni successivi. Accanto a questa voce figurano tagli consistenti alla spesa pubblica, riduzioni delle imposte per i consumatori e tutele per i pensionati.
«Sappiamo che ci sarà un dibattito duro, persino una prova di forza», ha dichiarato Le Pen. «Ma abbiamo la volontà e la convinzione di riuscirci». Nelle settimane scorse aveva sostenuto che il contributo lordo della Francia, cioè al netto dei fondi che rientrano nel Paese, cresce «a livelli assurdi» e potrebbe presto toccare i 45 miliardi di euro.
L’ostacolo è anzitutto giuridico. Un singolo Stato non può ridurre di propria iniziativa la quota versata al bilancio comunitario: i trattati lo escludono e servirebbe il consenso degli altri 26 Paesi membri. La partita si giocherebbe dunque con le altre capitali, a cominciare da Berlino.
Secondo un’analisi dello studioso Laurent Warlouzet, l’obiettivo dichiarato è dimezzare il contributo netto francese. Le Pen lo presenta come un ritorno ai livelli dell’epoca di Jacques Chirac, tra il 1995 e il 2007, e ha proposto di armonizzare le accise su alcol e tabacco con le aliquote europee, girando a Bruxelles una parte del maggior gettito.
Bilancio pluriennale Ue, la corsa contro il calendario elettorale francese
Le istituzioni europee puntano a chiudere il nuovo quadro finanziario settennale prima di aprile. I leader dei Ventisette ne discutono al vertice di metà ottobre. Le Pen definisce questo tentativo «profondamente contestabile» e sostiene che «riveli il disprezzo della Commissione per i processi democratici in Europa».
Stando a quanto riportato dalla stampa ceca, che cita fonti interne alle istituzioni comunitarie, diversi Stati membri starebbero accelerando anche su altri dossier legislativi. «La finestra in cui si può ancora far passare qualcosa si sta restringendo», avrebbe ammesso un diplomatico europeo coperto da anonimato.
Le Pen contro von der Leyen: la Commissione nel mirino
La leader dell’Rn legge la propria eventuale vittoria dentro un quadro più ampio. Nei prossimi dodici mesi si vota anche in Spagna, Italia e Polonia, e Le Pen confida in un’avanzata delle forze nazionaliste capace di ridisegnare gli equilibri dell’Unione, con una Commissione più debole. «Bisogna tenere conto che nel 2027 c’è un evento straordinario», ha detto.
Ha poi messo in dubbio che Ursula von der Leyen possa restare alla guida della Commissione fino alla scadenza del mandato, nel 2029, perché a suo giudizio «non ha più la fiducia di molti governi dell’Ue».
Le Pen ha abbandonato quasi dieci anni fa la proposta di uscire dall’Unione e dall’euro, sostenuta nella campagna del 2017. L’impostazione resta però euroscettica: chiede di riportare poteri agli Stati nazionali e di frenare quella che considera la tendenza della Commissione ad «appropriarsi di competenze» in materia di diplomazia e difesa. Il suo partito ha evocato anche un referendum per affermare la prevalenza del diritto francese su quello europeo e la fine del sostegno finanziario all’Ucraina. Il politologo Gilles Ivaldi osserva che i temi europei sono passati in secondo piano nel suo discorso pubblico, ma la linea resta conflittuale.
Bce e debito: la proposta di Le Pen che divide gli economisti
Tra le proposte più discusse c’è il ruolo della Banca centrale europea. Le Pen vorrebbe che la Bce finanziasse indebitamento su larga scala per priorità come la transizione energetica e la difesa, sostenendo che l’istituto di Francoforte non sia un «dinosauro fossilizzato». I trattati vietano il finanziamento monetario degli Stati, ma per la candidata sono «un po’ malleabili».
Alla domanda se uno scontro con Bruxelles non rischi di innervosire i mercati, ha risposto che a preoccupare di più è il forte indebitamento dell’Unione e che l’appartenenza alla zona euro deve portare un vantaggio concreto alla Francia.
Molti economisti e analisti finanziari giudicano il piano poco realistico, difficile da attuare e fondato su ipotesi di crescita ottimistiche. Gli analisti di Ing stimano che tagliare la spesa pubblica a quel ritmo potrebbe costare alla crescita «diversi punti percentuali di Pil». Le Pen respinge l’accusa di voler provocare una recessione e richiama i tagli alle imposte sulle imprese e un ampio programma di semplificazione normativa: «Faremo entrambe le cose, tagli massicci alla spesa dello Stato e rilancio dell’economia». Quanto ai critici, ha replicato che «ci sono molti economisti, in Francia in particolare, che hanno consigliato coloro che ci hanno portato a sbattere contro il muro».
Francia, debito al 119% del Pil e rendimenti vicini al 5%
La sfida si inserisce in una fase delicata per i conti francesi. Il debito pubblico è al 119% del Pil e, secondo la manovra del governo, salirebbe al 121,7% nel 2027. Il deficit stimato per quest’anno è del 5,4%, con l’obiettivo di scendere al 5% l’anno prossimo attraverso 54 miliardi di tagli. L’esecutivo, privo di maggioranza all’Assemblea nazionale, fatica a far approvare il bilancio, mentre Emmanuel Macron non può ricandidarsi.
Il rendimento dei titoli di Stato decennali si è avvicinato nelle ultime settimane al 5%. «Abbiamo la fiducia dei mercati, nel senso che non abbiamo difficoltà a emettere debito», ha detto oggi il ministro dell’Economia Roland Lescure. «Ma ci costa di più, ed è un segnale d’allarme che dobbiamo tutti recepire». Ieri, a margine delle assemblee annuali di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale a Bangkok, il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha sottolineato l’importanza di «avere chiarezza sul bilancio» francese.
Le Pen stessa riconosce che il principale «vincolo esterno» è un «debito gigantesco, enorme», che «potrebbe diventare incontrollabile». Propone di inserire in Costituzione una regola d’oro sui conti pubblici, sul modello del freno al debito tedesco, da approvare per referendum. «La politica è in realtà una questione di convinzioni messe di fronte ai vincoli», ha detto. «Non ho alcuna intenzione di perdere le mie convinzioni».
Le Pen tra Meloni e Orbán: le letture sul dopo-voto
Sul comportamento che terrebbe una volta all’Eliseo le valutazioni divergono. L’eurodeputato Nicola Procaccini, vicino a Giorgia Meloni, ritiene che i partner europei non avranno alternative alla collaborazione: «Non si può applicare un cordone sanitario alla Repubblica francese». A suo avviso, Le Pen seguirebbe la strada pragmatica della presidente del Consiglio italiana. Il politologo Jean-Yves Camus sostiene invece che la leader dell’Rn non intenda negoziare con Bruxelles come Meloni e che il modello politico cui guarda somigli piuttosto alla «democrazia illiberale» di Viktor Orbán.
Alcuni osservatori collegano la linea dura anche alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto Le Pen e altri 23 imputati, condannati per l’uso illecito di 4,4 milioni di euro di fondi del Parlamento europeo destinati agli assistenti parlamentari tra il 2004 e il 2016. Ivaldi prevede invece che, una volta al potere, la candidata ammorbidirebbe rapidamente i toni, perché una Francia con deficit e debito elevati avrebbe bisogno della protezione dell’euro.
Il primo terreno di verifica è il negoziato sul bilancio pluriennale. Se l’accordo venisse chiuso prima di aprile, il prossimo presidente francese erediterebbe un quadro finanziario modificabile soltanto con l’unanimità dei Ventisette.