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Midterm 2026, America al voto: dem avanti negli Stati chiave

Si vota per tutta la Camera e per 35 seggi del Senato, in un referendum su Trump. I sondaggisti ammettono però che i repubblicani sfuggono alle rilevazioni
Byoblu·03 novembre 2026
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Gli Stati Uniti votano oggi per le elezioni di metà mandato, le Midterm 2026. Sono in palio tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. È il primo giudizio delle urne sul secondo mandato di Donald Trump, che per due anni ha governato con il controllo repubblicano di entrambi i rami del Congresso. I sondaggi della vigilia danno i democratici in vantaggio a livello nazionale e in diversi Stati chiave per il Senato, compresi territori che Trump aveva conquistato con margini a due cifre nel 2024.

Midterm 2026, i numeri dei sondaggi nazionali

Il dato più osservato è il cosiddetto generic ballot, la domanda con cui si chiede agli elettori per quale partito voterebbero alla Camera, senza indicare i nomi dei candidati. Qui i democratici sono avanti di circa nove punti: 51,5 a 43,1 nella media di RealClearPolling, 52,8 a 43,4 nell’aggregato dell’analista Nate Silver. Il modello di Silver assegna ai democratici l’82% di probabilità di conquistare il Senato e il 96% di prendere la Camera.

Per ribaltare gli equilibri i democratici devono guadagnare in termini netti tre seggi alla Camera e quattro al Senato, dove i repubblicani partono da una maggioranza di 53 a 47. In caso di parità a 50 decide il voto del vicepresidente JD Vance.

Il vantaggio nazionale non si traduce automaticamente in seggi. Negli Stati del Sud le assemblee a guida repubblicana hanno ridisegnato i collegi elettorali a proprio favore, e secondo l’analista australiano Adrian Beaumont ai democratici serve un margine di almeno quattro punti per avere buone probabilità di vincere la Camera.

La storia delle elezioni di metà mandato va nella stessa direzione: il partito del presidente perde quasi sempre seggi. Nel 2018, durante il primo mandato di Trump, i democratici arrivarono al voto con 7,3 punti di vantaggio e conquistarono 41 seggi.

Senato, la partita si gioca in territorio repubblicano

Il controllo della Camera alta dipende da una dozzina di sfide. In Texas il democratico James Talarico è in vantaggio sul procuratore generale Ken Paxton. In Kansas, uno Stato che non elegge un senatore democratico dal 1932, il pastore metodista Adam Hamilton precede il senatore uscente Roger Marshall. In Ohio Sherrod Brown è davanti a Jon Husted, in Alaska Mary Peltola sfida Dan Sullivan, in Maine Troy Jackson insidia Susan Collins.

In Iowa la corsa fra la repubblicana Ashley Hinson e il democratico Josh Turek resta nell’ordine di un punto. In Nebraska l’indipendente Dan Osborn, sostenuto dai democratici, è a ridosso del senatore Pete Ricketts. In South Carolina la repubblicana Darline Graham, nominata al posto del fratello Lindsey Graham dopo la sua morte a luglio, è sostanzialmente appaiata alla democratica Annie Andrews.

Trump, il voto come referendum sul costo della vita

All’estero il voto viene letto soprattutto in chiave economica. Secondo gli aggregati di Silver circa il 59% degli americani disapprova l’operato del presidente, contro il 38% che lo approva. Sul fronte dell’inflazione il giudizio negativo sale al 70%. Pesa anche la guerra con l’Iran, iniziata a febbraio, a cui si dice contrario il 56,5% degli intervistati.

La sondaggista Natalie Jackson ha sintetizzato così il quadro: «Il presidente è molto impopolare, gli americani sentono il peso dei costi elevati, dovuti in parte ai dazi e alla guerra in Iran, e il sentimento generale è che i repubblicani non abbiano mantenuto le promesse negli ultimi due anni».

L’ultimo dato utile ai repubblicani arriva dai distributori. La benzina costa in media 4,17 dollari al gallone, in calo dai 4,48 di fine settembre. Domenica Trump ha tenuto comizi in Iowa e Kansas, appuntamenti che in un primo momento erano stati cancellati. Lo stratega repubblicano Doug Heye ha però riconosciuto che il suo partito non ha trovato un messaggio finale convincente: «No, non l’hanno trovato. È una parte importante della loro difficoltà».

L’insoddisfazione riguarda anche l’opposizione. Celinda Lake, sondaggista che lavora per la campagna democratica in Michigan, ha ammesso che «anche il giudizio sui democratici è negativo», a differenza del 2018. Molti elettori chiedono un cambiamento, ma non sanno che cosa farebbe l’uno o l’altro partito.

Sondaggi Midterm, l’incognita dell’elettore repubblicano

Gli stessi addetti ai lavori invitano alla prudenza. Nel 2024 un sondaggio pubblicato pochi giorni prima del voto dava Kamala Harris avanti di tre punti in Iowa. Trump vinse lo Stato con circa 13 punti di margine. «Molti repubblicani semplicemente non vogliono rispondere alle telefonate dei sondaggisti», ha osservato Heye.

Jackson conferma il problema: gli istituti hanno segnalato difficoltà a ottenere risposte dagli elettori repubblicani, e questo potrebbe indicare una sottostima del loro voto, che si potrà verificare solo a scrutinio concluso. In Kansas un quotidiano della capitale ha messo in dubbio il proprio sondaggio, che dava Hamilton avanti di nove punti, perché i repubblicani avevano risposto molto meno dei democratici.

Anche la distanza fra un istituto e l’altro resta ampia. Molti dei numeri che circolano sulla stampa americana provengono dalla serie New York Times/Siena, che in Michigan attribuisce al democratico Abdul El-Sayed un vantaggio di 11 punti. YouGov lo stima a 4 punti, Research Co. a 2. Oltre 51 milioni di americani hanno già votato in anticipo o per posta, ma il dato non dice per chi.

Alaska, il caso del candidato omonimo

A complicare il quadro c’è l’Alaska. Su un candidato indipendente, Dan J. Sullivan, omonimo del senatore repubblicano uscente Dan S. Sullivan, pesa il sospetto che la sua candidatura sia stata favorita dal fronte democratico per confondere gli elettori. L’ipotesi è al centro di un’indagine federale: l’Fbi ha iniziato a contattare i finanziatori dell’indipendente. L’interessato, a giugno, aveva negato contatti con lo staff di Peltola e negli ultimi giorni non ha risposto alle richieste dei media.

Trump ha parlato di «frode elettorale totale a più livelli», indicando come regista il leader democratico al Senato Chuck Schumer. Uno dei donatori contattati dagli agenti, Charles Flint, ha dichiarato invece di non sentirsi «affatto ingannato», perché «tutti sanno chi è il senatore uscente». Un giudice ha respinto il ricorso preventivo con cui l’amministrazione chiedeva di bloccare la certificazione in caso di sconfitta repubblicana. Il governatore Mike Dunleavy ha ipotizzato di intervenire sulla certificazione se emergessero irregolarità.

Sullo sfondo restano i timori, espressi dagli avversari del presidente, di una contestazione del risultato. Dipartimento di Giustizia e Pentagono hanno escluso la presenza di agenti dell’Fbi e dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione, ai seggi. Alcune unità della Guardia Nazionale sono state però mobilitate per la sicurezza informatica e la vigilanza sulle urne per il deposito delle schede.

Midterm, gli orari dello spoglio

I primi seggi chiudono in Indiana e Kentucky, intorno alla mezzanotte italiana. Sono gli Stati da cui gli analisti attendono le prime indicazioni sulla tenuta repubblicana nelle aree rurali. L’Alaska potrebbe invece richiedere fino a due settimane: le schede postali arrivano fino a dieci giorni dopo il voto, quindici dall’estero, e il sistema a preferenze ordinate impone di attendere tutte le schede prima di redistribuire i voti. Se il Senato si decidesse per uno o due seggi, la maggioranza potrebbe restare sospesa ai tempi dello scrutinio in Alaska e alle decisioni dei tribunali.

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