Nessy Guerra teme l’arresto in Egitto, dice no alla grazia e prega di non collegarla al caso Regeni.

Nessy Guerra, 27 anni, di Sanremo, condannata in Egitto a sei mesi di carcere per adulterio, teme di poter essere arrestata da un momento all’altro. Lo ha raccontato in un’intervista a Repubblica, pubblicata oggi. Parla dalla località segreta in cui vive con la figlia di tre anni e con la madre. La sua, dice in sostanza, dovrebbe essere la storia di una madre e di una bambina in pericolo, perseguitate da un ex marito che lei descrive come squilibrato. È diventata invece un caso internazionale, che qualcuno collega al processo per l’omicidio di Giulio Regeni.
La condanna per adulterio e la denuncia dell’ex marito
La sentenza porta la firma del Tribunale del Mar Rosso. Sei mesi di carcere, confermati in primo e in secondo grado. La condanna d’appello è esecutiva da aprile. Ora la partita si sposta al Cairo, davanti alla Cassazione.
A denunciarla è stato l’ex marito, Tamer Hamouda. Secondo quanto riportato, l’uomo è già stato condannato a Genova per maltrattamenti nei confronti di un’altra donna. Risulta inoltre denunciato per minacce dal console onorario d’Italia a Hurghada. Nell’intervista la versione di Hamouda non compare, né sono riportate sue repliche alle accuse della ex moglie.
Il timore di diventare una pedina nel caso Regeni
Il punto più delicato riguarda la diplomazia. Alla Farnesina, stando a quanto riferito, si teme che l’Egitto possa considerare la giovane una pedina di scambio nel processo Regeni. Il timore si è fatto più concreto dopo la sentenza pronunciata in Italia contro tre agenti dei servizi segreti egiziani.
Guerra si dice spaesata. Racconta di aver sentito ripetere da tempo che un verdetto molto severo, anche l’ergastolo, avrebbe potuto ritorcersi contro di lei. Ma rifiuta con decisione di essere accostata a quella vicenda, che definisce terribile. Descrive la situazione come surreale e dice di attendere soltanto che il suo processo in Cassazione vada avanti.
Va precisato che, nelle informazioni disponibili, il collegamento tra i due dossier resta un timore attribuito ad ambienti diplomatici italiani. Non risultano prese di posizione ufficiali del Cairo in questo senso.
Da luglio bloccata in casa
La vita quotidiana, racconta, è cambiata radicalmente. Prima riusciva a uscire di tanto in tanto, con mille precauzioni, per non farsi rintracciare dall’ex marito. Poi è arrivato il primo luglio.
Quella notte, secondo il suo racconto, è stata portata in un posto di polizia e trattenuta per ore. Da allora alcuni agenti stazionano sotto la sua abitazione. Formalmente non si trova agli arresti domiciliari, spiega. Nei fatti però non può uscire, e dice di sentirsi braccata e di vivere in uno stato di ansia continua.
Il no alla grazia presidenziale
A luglio l’Ambasciata d’Italia al Cairo ha chiesto per lei la grazia presidenziale. È la via che la diplomazia considera percorribile. Lei però la respinge senza esitazioni.
Il suo obiettivo, dice, è l’assoluzione in Cassazione. Chiedere la grazia significherebbe, nella sua lettura, ammettere implicitamente la colpa. E questo potrebbe danneggiarla nell’altra causa che la riguarda, quella per l’affidamento della figlia.
Si apre così una divergenza tra la strada scelta dalle istituzioni italiane e quella che l’interessata ritiene più tutelante. La prima punta a chiudere la vicenda in fretta. La seconda punta a una sentenza che la riconosca innocente.
La figlia contesa tra due famiglie
Sullo sfondo c’è la bambina, che ha tre anni. Senza il consenso del padre non può lasciare l’Egitto. Dalla fine del 2024, dopo il processo per adulterio, è affidata alla nonna materna, che vive con Nessy. La famiglia dell’ex marito si è opposta a questa decisione. Anche qui si attende l’appello.
È questo intreccio a rendere il caso così difficile da sciogliere. La posizione penale della madre pesa sulla causa di affidamento, e viceversa. Ogni scelta processuale ha conseguenze sull’altro fronte.
Diplomazia e giustizia, i nodi aperti
Alla domanda se il ministro degli Esteri Antonio Tajani abbia mai contattato lei o i suoi familiari, Guerra risponde di no. Dice che le avrebbe fatto piacere, ma che non è mai accaduto.
Chi segue il dossier sul piano diplomatico vede nella grazia lo strumento più rapido per mettere al riparo una cittadina italiana. Guerra, al contrario, considera quella soluzione un rischio per sé e per la figlia, e preferisce affidarsi fino in fondo ai tribunali egiziani.
C’è poi il piano delle relazioni tra Roma e il Cairo. Qui il caso Regeni resta una ferita aperta. Le due vicende non devono apparire come collegate sui media, per non peggiorare le cose per la Guerra.