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Salute

Polmonite sconosciuta: in Russia rompe una provetta e muore. Peste polmonare? Sì, no: contrordine. Tutti con le mascherine e le tute. Va tutto bene?

Mosca parla di polmonite di origine ignota, i media locali di peste polmonare. Ospedali in quarantena e tanti silenzi. C’è un rischio pandemia?
Byoblu·05 ottobre 2026
Salute — Byoblu

Una ragazza di 28 anni è morta in Siberia. Lavorava in un laboratorio che studia la peste. Adesso circa 200 persone sono sotto osservazione medica.

Succede nella regione di Irkutsk, in Russia, non lontano dal lago Baikal e dal confine con la Mongolia. La domanda che si fanno tutti è semplice: è peste? La risposta, per ora, è che non lo sappiamo. Le autorità russe parlano di una «polmonite di origine sconosciuta». I media locali indipendenti parlano di peste polmonare. In mezzo c’è una città spaventata. E non solo loro.

Chi era la ricercatrice morta a Irkutsk

Si chiamava Darya Shipilova. Faceva la tecnica di laboratorio all’Istituto antipeste di Irkutsk, un centro che sorveglia le infezioni più pericolose in tutta la Siberia e nell’Estremo Oriente russo. Ci lavorano circa 95 ricercatori.

Secondo la versione che circola di più, il 25 settembre Darya avrebbe rotto per sbaglio una provetta. Dentro ci sarebbe stato il batterio della peste, la Yersinia pestis. Vivo.

Pochi giorni dopo sta male. Molto male. La portano all’ospedale di Šelechov, una cittadina vicino a Irkutsk. I medici all’inizio pensano a un Covid grave e la mettono nel reparto Covid. Ma lei peggiora troppo in fretta. Allora fanno i test per le infezioni più pericolose. La intubano. Non basta. Muore in terapia intensiva nella notte tra l’1 e il 2 ottobre.

Attenzione, però. La storia della provetta rotta non è confermata. L’hanno raccontata un canale Telegram russo, Mash, e un giornalista locale, Pavel Stepanov. Da lì è rimbalzata ovunque. Le autorità sanitarie russe la smentiscono.

E poi, francamente: una ricercatrice, cioè una che sa benissimo quello che fa, rompe una provetta con dentro il batterio della peste, e quando va in ospedale non lo dice ai medici, che la curano per sospetto Covid?

Non mi sembra una versione che stia in piedi.

Quarantene, mascherine e 200 persone sotto controllo

Intanto sul posto succedono cose che di solito non si fanno per una polmonite qualunque.

L’ospedale di Šelechov finisce in quarantena: niente nuovi ricoveri, niente dimissioni, niente visite. Secondo i media locali, anche diversi ospedali di Irkutsk, almeno quattro, sarebbero stati chiusi allo stesso modo, per tre settimane. Le persone che hanno avuto contatti con Darya vengono rintracciate: sarebbero 197, più di cento ricoverate in reparto.

Saltano gli eventi pubblici. Sabato la grande fabbrica di alluminio di Šelechov ha imposto le mascherine ai dipendenti. I genitori raccontano di mascherine distribuite negli asili. Per strada si vedono persone con tute protettive e guanti. Stando a quanto riportato da alcuni media, sarebbe stata aperta anche un’indagine penale per violazione delle norme sanitarie con esito mortale.

A Šelechov arriva di corsa perfino Anna Popova, la numero uno del Rospotrebnadzor, l’ente federale russo che si occupa di salute pubblica e malattie infettive. Si siede al tavolo d’emergenza con il governatore della regione, Igor Kobzev.

Ora mettiti nei panni di chi abita lì. Ma anche di noi che abitiamo qui.

La parola che nessuno voleva dire

Per un giorno intero le autorità di Irkutsk la parola «peste» non la pronunciano. Il governatore Kobzev parla di «un’infezione particolarmente pericolosa» e assicura che la situazione è «sotto stretto controllo».

Il giorno dopo, le autorità di Bajkal’sk invitano i cittadini a non andare a Šelechov per via della peste. Qualche ora dopo il messaggio sparisce.

Poi c’è Alexei Tsydenov, il capo della vicina Buriazia. Citando proprio il Rospotrebnadzor, scrive che la donna è morta di peste e che nella sua repubblica non ci sono focolai. Poi corregge il tiro e diventa più prudente: la donna sarebbe morta «probabilmente» di peste.

Ieri è arrivata la versione ufficiale. Il Rospotrebnadzor dice che la situazione è «stabile» e che la donna è morta di «polmonite di eziologia ignota». Tradotto: una polmonite di cui non si conosce la causa. Nei campioni prelevati, dice l’ente, non c’è alcun microrganismo legato al suo lavoro. All’istituto non ci sarebbe stato nessun incidente. E negli ultimi dieci giorni nessun dipendente si è rivolto ai medici per malattie infettive.

Tra i contatti tenuti sotto controllo hanno trovato due casi di Covid e due di rinovirus, cioè il comune raffreddore. Nient’altro. Già venerdì Kobzev aveva detto che nessuno dei contatti aveva sintomi e che i test erano tutti negativi.

Tutto a posto, allora? Certo, mi sento più tranquillo. Voi?

Peste polmonare: cos’è, spiegato semplice

La peste esiste ancora. Non è roba da libri di storia. Il batterio è lo stesso della «morte nera» del Medioevo. Di solito arriva all’uomo con le pulci dei topi e di altri roditori.

La forma polmonare è la più pericolosa. Il batterio si piazza nei polmoni. Ed è l’unica forma che passa da persona a persona, con le goccioline di tosse e starnuti, quando si sta vicini. Dà febbre, mal di testa, debolezza. Poi una polmonite che corre veloce: fiato corto, dolore al petto, tosse, a volte con sangue. Se non la curi subito, quasi sempre uccide.

La buona notizia? Si cura. Con gli antibiotici. Basta prenderla in tempo. Ma bisogna saperlo. E, appunto, bisogna saperlo “in tempo”.

Tra il 2019 e il 2025, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo i casi confermati sono stati 2.646 e i morti 423. Quasi tutti nella Repubblica Democratica del Congo e in Madagascar.

Prepariamo mascherine e green pass?

È la domanda che probabilmente ti stai facendo.

Il Covid era un agente nuovo. Nessuno lo conosceva. La peste è un batterio vecchissimo, lo conosciamo bene e abbiamo farmaci che funzionano.

Ashish Jha, che ha coordinato la risposta della Casa Bianca al Covid, spiega che per la peste polmonare passare da una persona all’altra è «in realtà molto difficile». Potrebbe esserci qualche altro contagio, dice, ma la probabilità di un grande focolaio, figuriamoci di una pandemia, è «estremamente bassa».

Gennady Onishchenko, ex capo del Rospotrebnadzor, pensa che con ogni probabilità non sia nemmeno peste. E ricorda che a inizio ottobre, in Siberia, roditori e pulci vanno in letargo. Anche l’infettivologo Matteo Bassetti frena (se lo dice lui, …a posto!): non siamo davanti a una nuova pandemia. Ma aggiunge che la lezione vera «non è avere paura, ma investire nella sorveglianza, nella ricerca e nella prevenzione».

E poi c’è il dato più concreto di tutti: quasi 200 contatti, controllati ogni giorno, e nessuno con sintomi riconducibili all’infezione.

Ma chi dice che in quel laboratorio non lavorino a varianti più virulente, magari con l’ausilio dell’intelligenza artificiale? Non è quello che ormai va di moda? Il guadagno di funzione non è forse lo sport nazionale? Non sono forse tempi in cui le potenze mondiali sperimentano nuove minacce biologiche selettive per vincere una guerra? E come facciamo dunque a presumere che si trattasse solo “di peste e basta”?

Chi vi dà questa certezza?

E se fosse un sabotaggio?

In tempo di guerra il pensiero viene spontaneo. Un laboratorio che maneggia i batteri più pericolosi del pianeta, in piena Russia, mentre lo scontro con l’Occidente non si ferma. Un incidente? Una falla nella sicurezza? Qualcosa di peggio?

Oggi non ci sono elementi che faccia pensare a un sabotaggio. Ma la domanda seria resta quella di prima: che cosa si fa davvero dentro questi laboratori? L’ha posta lo stesso Jha: «Se in questi laboratori ci fossero programmi di armi biologiche, la cosa mi preoccuperebbe molto di più. Dobbiamo capirlo adesso».

Domanda giusta. Ma vale per tutti. Laboratori che lavorano con agenti pericolosissimi esistono in Russia, negli Stati Uniti, in Cina, in Europa. E sull’origine del Covid, con l’ipotesi di una fuga da laboratorio, il mondo discute ancora oggi senza una risposta definitiva.

Il Dipartimento di Stato americano fa sapere che segue la vicenda con il CDC e invita Mosca a condividere informazioni accurate «in modo rapido e aperto». Richiesta sacrosanta. Sarebbe ancora più credibile se valesse sempre, anche per i laboratori di casa propria.

Il punto, alla fine, è uno solo. Il batterio della peste lo sappiamo battere. Ma dipende cosa facevano davvero, a Irkutsk.

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