Ponte Morandi, le prime condanne: 43 vittime valgono 3 mesi ognuna.

Il tribunale di Genova ha condannato oggi Giovanni Castellucci, l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, a dodici anni di carcere per il crollo del ponte Morandi. La Procura ne aveva chiesti diciotto e mezzo. Quarantatré morti, il 14 agosto 2018, alle 11:36 del mattino. Fate voi la divisione: viene fuori poco più di tre mesi di pena per ogni vita spezzata.
Otto anni per arrivare qui
Ci sono voluti quasi otto anni e 284 udienze per arrivare a questa sentenza di primo grado. Quattro anni di processo, 282 testimoni, 57 imputati, 97 capi d’accusa — una parte dei quali, nel frattempo, si è comodamente prescritta. Perché in Italia funziona così: il tempo lavora sempre per gli stessi, e non sono mai le vittime.
Il giudice ha letto un dispositivo lungo e complesso: condanne per crollo e omicidio, ma anche diverse assoluzioni su alcuni capi di imputazione. Tra le condanne più rilevanti, cinque anni all’ex direttore della vigilanza del Ministero delle Infrastrutture, Coletta. Cinque anni per chi doveva vigilare per conto dello Stato su un ponte che si stava letteralmente sbriciolando. Perché non dimentichiamolo mai: quel ponte non è caduto per un fulmine a ciel sereno. I tiranti erano mangiati dalla salsedine, il difetto era noto, e — come ha detto il pm Walter Cotugno in requisitoria — della necessità di sostituirlo o demolirlo «se ne parlava fin dal 2010-2011». Il rischio si poteva eliminare, parole del pm, «con uno schiocco di dita».
Quello schiocco non arrivò mai. Arrivò invece il crollo.
La tesi dell’accusa: risparmiare sui controlli per pagare i dividendi
Secondo l’impianto accusatorio dei pm genovesi, Autostrade era consapevole del difetto di costruzione del viadotto, ma avrebbe risparmiato sulle manutenzioni per garantire dividendi più ricchi ai soci. Traduzione: i soldi che dovevano tenere in piedi il ponte finivano nelle tasche degli azionisti. E il ponte, un bel giorno d’agosto, è venuto giù con sopra le persone.
Ma chi ha incassato quei dividendi, ha mai restituito un euro? Aspi e Spea, le due società inizialmente indagate, sono uscite dal processo con un patteggiamento da trenta milioni di euro. Trenta milioni. Per una concessionaria autostradale, spiccioli trovati sotto il divano. Le persone fisiche a processo, i sistemi che hanno permesso tutto questo — la privatizzazione delle autostrade, i controlli affidati a una società controllata dallo stesso concessionario, lo Stato che dorme — quelli restano fuori dall’aula.
Le scuse respinte al mittente
Alla vigilia della sentenza, Aspi — tornata nel frattempo in mani pubbliche, ricomprata a caro prezzo dai contribuenti dopo essere stata venduta ai privati — ha pensato bene di scrivere una lettera di scuse ai familiari delle vittime. La risposta dei parenti è stata netta: «Siamo sbigottiti». Otto anni dopo. Le scuse, come i controlli sul ponte, sono arrivate fuori tempo massimo.
In aula, oggi, c’era Egle Possetti, che rappresenta il comitato dei parenti delle vittime. Nel crollo ha perso la sorella, il cognato e due nipoti. Una famiglia intera cancellata perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che la manutenzione costava troppo. È a lei, e a chi come lei ha passato otto anni tra aule di tribunale e anniversari strazianti, che questa sentenza doveva dare una risposta. L’ha data solo a metà.
Il conto che non torna
Siamo chiari: dodici anni non sono un’assoluzione, e questa sentenza afferma comunque un principio di responsabilità. Ma guardiamo la realtà in faccia. Castellucci è già detenuto a Opera per la condanna definitiva a sei anni per la strage del bus di Avellino del 2013 — perché sì, non è la prima volta che il suo nome compare accanto a una strage. Nel 2029 compirà settant’anni e potrà chiedere misure alternative al carcere. E siamo solo al primo grado: davanti ci sono appello e Cassazione, con la prescrizione che continua a scorrere su ciò che resta.
La più giovane delle vittime si chiamava Samuele Robbiano. Aveva otto anni. La Procura aveva costruito la richiesta di pena partendo proprio da lui, dal massimo previsto per la sua morte. Il pm Cotugno lo aveva detto senza giri di parole: «Se non a Castellucci, quando, a chi bisognerebbe dare il massimo della pena?». Il tribunale ha risposto: a nessuno, evidentemente. Nemmeno stavolta.
Dove c’era il Morandi oggi c’è il ponte San Giorgio di Renzo Piano, con i suoi 43 lampioni, uno per ogni vittima. Bellissimo, per carità. Ma i lampioni illuminano la strada, non le coscienze. E finché in questo Paese chi privatizza i profitti e socializza i morti se la cava con pene scontate, patteggiamenti da saldo di fine stagione e lettere di scuse con otto anni di ritardo, quei 43 lampioni resteranno non risponderanno alla domanda delle domande: quanto vale, in Italia, la vita di un cittadino?
Fate il conto voi. A quanto pare, tre mesi.