Putin chiude i confini con l’Europa: si prepara alla guerra

La Russia ha chiuso sette valichi ferroviari al confine con Finlandia, Estonia e Lettonia. Lo ha stabilito un decreto firmato dal primo ministro Mikhail Mishustin, pubblicato nella serata di ieri ed entrato in vigore oggi. Il provvedimento sospende «il transito di persone, veicoli, merci e carichi» attraverso i punti elencati: Vyborg e Svetogorsk nella regione di Leningrado, Vyartsilya e Lyuttya in Carelia, il valico di San Pietroburgo verso la Finlandia, Pechory-Pskovskie nella regione di Pskov (confine con l’Estonia) e Pytalovo nella regione di Pskov (confine con la Lettonia).
Il decreto non offre alcuna motivazione. Non è indicata una data di riapertura. Il ministero degli Esteri russo dovrà notificare la decisione alle autorità dei tre Paesi interessati, tutti membri dell’Unione Europea e della NATO. Stando a quanto riportato dal sito indipendente Meduza, negli ultimi due anni soltanto i valichi di Pechory e Pytalovo risultavano ancora operativi: il confine con la Finlandia era già stato chiuso dalla stessa Helsinki nel dicembre 2023, in risposta a quello che le autorità finlandesi avevano definito un «attacco ibrido» russo, ovvero l’afflusso strumentale di richiedenti asilo come ritorsione per l’ingresso di Helsinki nella NATO.
Cosa si nasconde dietro il silenzio di Mosca
I quotidiani nazionali avanzano alcune ipotesi interpretative: la chiusura potrebbe essere una misura preventiva per bloccare la fuga di cittadini russi all’estero in vista di una nuova mobilitazione parziale — che sarebbe sempre più probabile a causa delle presunte perdite sul campo, stimate in circa 350.000 morti dal lato russo —, oppure uno strumento di pressione economica sulle nazioni confinanti e su repubbliche ex sovietiche come Kazakistan e Uzbekistan, che utilizzano le rotte ferroviarie russe per esportare verso i mercati europei.
Queste spiegazioni, che individualmente hanno una loro logica, rischiano di distogliere l’attenzione da un segnale molto più grave.
Il vero scenario: l’Europa che si prepara alla guerra
Chi segue Byoblu [3.0] sa che 11 giorni fa il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva rilasciato dichiarazioni di una chiarezza inusuale. In quell’intervento, Lavrov ha indicato esplicitamente che il «vero obiettivo» delle leadership europee non è negoziare con Mosca, ma raggiungere una «preparazione difensiva» per un eventuale conflitto con la Russia entro il 2030. I tavoli diplomatici, a suo avviso, servirebbero esclusivamente a «guadagnare tempo».
Lavrov ha citato a sostegno di questa tesi le ammissioni di Angela Merkel e François Hollande sugli Accordi di Minsk — concepiti, secondo i due ex leader, non per essere attuati ma per consentire all’Ucraina di riarmarsi — e le parole attribuite al capo di Stato maggiore belga: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo».
A questo scenario vanno aggiunte le parole che il professor Jeffrey Sachs ha pronunciato di fronte al Parlamento Europeo — parole che [Byoblu \[3.0\] ha documentato ](/sachs-parlamento-europeo-nato-russia-politica/)— in cui l’economista di fama mondiale ha denunciato la deriva bellicista dell’Unione Europea e la NATO, avvertendo che la traiettoria attuale conduce verso un’escalation di cui i cittadini europei sembrano non rendersi conto.
In questo quadro, la scelta di Mosca di chiudere i confini nord-occidentali smette di essere un semplice fatto burocratico o una mossa commerciale. Diventa una misura logistica coerente con la prospettiva di un conflitto diretto tra Russia e NATO che la stessa dirigenza russa ritiene probabile entro pochi anni. Se ti aspetti la guerra, inizi a controllare i confini. Se temi azioni di sabotaggio in territorio russo da parte di agenti entrati attraverso quei valichi, li chiudi. È razionale. Ed è esattamente quello che Mosca sta facendo.
Quello che i giornali non dicono con la stessa enfasi (e forse non dicono proprio)
Prima della chiusura russa dei valichi ferroviari del 1° luglio 2026, almeno quattro Paesi europei confinanti direttamente con la Russia — Finlandia, Estonia, Lettonia e Polonia — avevano già chiuso o ristretto in modo significativo i rispettivi valichi con la Federazione Russa. Se si include anche il fronte bielorusso, strettamente integrato con Mosca sul piano militare e di sicurezza, il numero sale a sei: Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e, in parte, il fronte polacco-lituano verso la Bielorussia.
La Russia ha iniziato a fare oggi quello che noi (in quanto membri della Nato o cittadini UE) stiamo facendo ormai da mesi, nel silenzio generale.
L’economia del riarmo e il sonnambulismo europeo
Dal lato europeo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha impostato l’intera agenda economica del quinquennio sull’idea di un «riarmo strutturale» dell’Unione. Il bilancio della difesa europeo è in rapida espansione, i Paesi membri vengono sollecitati a portare le spese militari al 3-5% del PIL, e il linguaggio ufficiale delle istituzioni comunitarie parla apertamente di «prepararsi a scenari di conflitto». L’Italia è attualmente sotto ricatto: deve accettare subito di indebitarsi per 15 miliardi di euro con l’Unione Europea, a condizioni di favore, altrimenti lo dovrà fare lo stesso ma pagando di più. E intanto i nostri bambini soffocano dentro a scuole che sembrano forni a cielo aperto.
Di questo, i leader politici dovrebbero parlare! Compreso quelli che si stanno ritagliando un posto per le elezioni politiche dell’anno prossimo.
Eppure i cittadini europei — e in particolare gli italiani — sembrano non cogliere la concatenazione di questi segnali. Si discute di fertilizzanti bloccati, di pressione commerciale, di scenari economici. Tutto reale, tutto rilevante. Ma secondario rispetto alla domanda che nessun governo europeo sta ponendo apertamente alle proprie opinioni pubbliche: stiamo davvero scivolando verso una guerra con la Russia?
Un segnale che non possiamo permetterci di ignorare
La chiusura dei sette valichi ferroviari russi non è una buona notizia inquadrata male. È un cattivo segnale inquadrato quasi ovunque nella cornice sbagliata. Quando una potenza nucleare inizia a sigillare sistematicamente i propri confini con i Paesi dell’Alleanza Atlantica, senza spiegazioni e senza date di riapertura, mentre il suo ministro degli Esteri dichiara apertamente di attendersi un conflitto con l’Europa entro il 2030, giornalisti e politici hanno il dovere di dirlo chiaramente. Se non lo fanno, quando e se scoppierà una guerra potenzialmente devastante (e nucleare, guardate un po’ chi lo dice), saranno loro i responsabili, perché avranno avallato la strada del riarmo e del conflitto, senza dare scelta ai cittadini (dovremmo essere noi, gli elettori, a decidere se vogliamo o no un conflitto con la Russia), e lo dovremmo decidere con un voto chiaro).
La politica dovrebbe cominciare a dirlo chiaramente agli italiani: stiamo andando verso un conflitto mondiale? Quando e chi lo ha deciso (ricordo che la Commissione Europea è espressione di cancellerie e deep state, non viene votata direttamente dai cittadini)? Abbiamo alternative?
Di questo, occupiamoci!
Fonti: