Mariano Rajoy: “La Francia? Ottima squadra, senza giocatori francesi”. Scoppia la bufera poco prima della semifinale con la Spagna.

«Se il calcio serve a qualcosa, serve per integrare, per la società. E non ci sono esempi migliori della Francia e di noi». È la risposta di Lamine Yamal a Mariano Rajoy, arrivata oggi, nel giorno della semifinale mondiale tra Spagna e Francia in programma alle 21 ora italiana. Il diciannovenne del Barcellona, stella delle Furie Rosse, ha chiuso così – almeno sul piano sportivo – la polemica innescata dall’ex presidente del governo spagnolo, che in una rubrica sul quotidiano digitale conservatore El Debate aveva definito i Bleus «una squadra di prim’ordine» nella quale però «non ci sono giocatori francesi».
La frase di Rajoy e la reazione a catena
Rajoy, notoriamente appassionato di calcio, firma durante il torneo una serie di commenti sulle partite della nazionale spagnola. Nell’ultimo editoriale, intitolato «Oggi arriva la rivincita», ha riconosciuto la forza della Francia – che ha vinto tutte le partite di questo Mondiale e quattro anni fa arrivò in finale – aggiungendo però quella frase sui «giocatori francesi» che è stata letta come un riferimento alle origini africane di molti componenti della rosa.
La replica più puntuale è arrivata dall’ambasciata francese a Madrid, che si è limitata ai numeri: tutti i 26 convocati sono cittadini francesi, 23 sono nati in Francia e anche i tre nati all’estero hanno la nazionalità francese.
Sul piano politico, invece, i toni si sono alzati rapidamente. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato che «la Francia non ha colore della pelle» e che qualsiasi affermazione contraria è «stupidità, razzismo o una combinazione di entrambi». La portavoce del governo Maud Bregeon ha parlato di dichiarazioni «ignobili» e «chiaramente razziste», mentre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez le ha definite «assolutamente inaccettabili». Per il presidente della federcalcio francese Philippe Diallo le parole di Rajoy contengono un «intollerabile sentore di razzismo».
Madrid prende le distanze, il PP nel mirino
Anche il governo spagnolo ha condannato l’ex premier. Pedro Sánchez ha scritto su X: «La Spagna appartiene a chi la ama e lavora per essa. Non a chi la disonora con dichiarazioni xenofobe. Francia, ci vediamo in semifinale. Che vinca la squadra migliore e che il razzismo perda». Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha chiesto al leader del Partito Popolare Alberto Núñez Feijóo di prendere formalmente le distanze da Rajoy e di ottenere il ritiro dell’articolo.
Il caso si innesta su una tensione preesistente: la settimana scorsa il PP aveva bloccato in Senato, con un ricorso di incostituzionalità, la ratifica del trattato di amicizia e cooperazione ispano-francese firmato nel 2023. E la tempesta scoppia proprio mentre Sánchez vola a Parigi per la riunione dei Paesi che sostengono l’Ucraina e per le celebrazioni del 14 luglio.
Dallo spogliatoio spagnolo, oltre a Yamal, sono intervenuti Borja Iglesias («il multiculturalismo è una risorsa, siamo tutti diversi ed è questo che ci rende ricchi», pur riconoscendo che Rajoy potrebbe non aver parlato «con cattive intenzioni») e Pau Cubarsí: «Se giocano nella nazionale francese sono francesi, a prescindere dal colore della pelle».
E l’Italia? Una domanda che ci riguarda
Senza entrare nel merito della polemica, che si commenta da sé nelle sue dimensioni, c’è un aspetto che dovrebbe interrogare anche noi. I calciatori della Francia, comunque la si pensi, sono cittadini francesi: cresciuti nei vivai francesi, formati dal sistema calcistico francese, e infatti quella nazionale vince.
In Italia il problema è di segno opposto. Nei nostri club milita una stragrande maggioranza di calciatori che italiani non sono nemmeno sulla carta: li facciamo crescere, li ricopriamo di ingaggi milionari, e quando poi tocca alla nazionale scopriamo che i campioni italiani non li abbiamo formati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dai Mondiali gli Azzurri mancano ormai da diverse edizioni.
La questione, insomma, non è il colore della pelle di chi indossa una maglia. È chiedersi se un sistema calcistico – e un Paese – investa nella formazione dei propri cittadini, chiunque essi siano, o si limiti a comprare talento altrove. Su questo, più che su una battuta da rubrica, varrebbe la pena aprire un dibattito. Anche a casa nostra.