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Economia

Salvini torna all’attacco: le banche non fanno extraprofitti, ma profitti extra. Non piangeranno se li tassiamo.

Il leader leghista chiede 5 miliardi sui 50 di utili attesi per pensioni, flat tax e forze dell’ordine. Ma parla di contributo «spontaneo».
Byoblu·13 ottobre 2026

Matteo Salvini torna all’attacco delle banche. Ieri a Milano, a margine del Consiglio federale della Lega, il vicepremier e ministro dei Trasporti ha riaperto la partita dei margini record degli istituti di credito. Ha anche coniato una formula destinata a restare: «Non sono extra profitti, sono profitti extra». Il suo obiettivo è chiaro. Prelevare una parte di quei guadagni per finanziare la manovra, invece di presentare il conto a lavoratori e pensionati.

Profitti extra, non extraprofitti: cosa ha detto Salvini

Non è solo un gioco di parole. Per Salvini si tratta di «profitti che le banche non hanno mai avuto nella storia della Repubblica italiana e che fanno in buona parte grazie agli italiani che pagano le commissioni bancarie e pagano gli interessi alle banche».

Il cuore del ragionamento è tutto qui. Quei soldi non nascono da un’innovazione o da un colpo di genio imprenditoriale. Arrivano dalle tasche di famiglie e imprese, rata dopo rata, commissione dopo commissione.

Poi il leader leghista è passato ai numeri: «Se quest’anno le banche chiuderanno con 50 miliardi di euro di utile, io ritengo che sia odioso penalizzare lavoratori e pensionati».

Il conto della serva: 45 miliardi bastano

Per spiegarsi, Salvini ha aggiunto: «Mi metto nei panni di un banchiere: se invece di 50 miliardi quest’anno i miei profitti, i miei guadagni, i miei incassi, saranno solo di 45, non penso che nessun banchiere piangerà con 45 miliardi di euro di utili da distribuire».

E con i 5 miliardi di differenza? «Ci paghiamo la riforma delle pensioni, l’aumento della flat tax, l’assunzione di poliziotti e i carabinieri, facciamo tante cose con quei soldi».

Un sacrificio pari al 10% degli utili non mette in ginocchio nessuno. Lo stesso importo, distribuito sui redditi da lavoro e sulle pensioni, pesa invece eccome.

Da «avanti senza remore» a «nessuna gamba tesa»

Salvini ha assicurato che le banche «sicuramente e spontaneamente daranno un contributo senza nessun intervento a gamba tesa».

Il 25 agosto i toni erano molto più netti. Allora il leader della Lega aveva descritto gli istituti di credito come imprese che «lavorano con le garanzie dello Stato, hanno licenziato migliaia di dipendenti e chiuso migliaia di sportelli». Le aveva definite un’impresa «abbastanza “protetta”, diciamo così, con assai poco da temere». E aveva concluso: «Avanti tutta, dunque, senza remore. Chi più ha, in un momento delicato, può dare di più».

In quell’occasione Salvini si era detto d’accordo anche con la proposta di Elly Schlein di tassare gli extraprofitti delle società energetiche. Aveva allargato il campo a «banche, assicurazioni, energetici e petroliferi». E aveva precisato di non essere «per l’esproprio proletario», ma che «in un momento come questo occorre chiedere un contributo a chi può darlo». Aveva aggiunto che Francia e Germania stanno mettendo sul piatto «decine di miliardi di euro per sostenere le imprese».

Il precedente

La parola «spontaneamente» suona come un campanello d’allarme. Gli italiani hanno già visto questo film. Nell’estate del 2023 il governo annunciò una tassa sugli extra margini delle banche. In pochi mesi la misura fu trasformata in un’opzione: gli istituti potevano evitarla accantonando somme a riserva. Il risultato, per le casse pubbliche, fu un gettito vicino allo zero.

Ogni volta che si è provato a toccare la rendita finanziaria, tra cavilli, ricorsi e pressioni, il prelievo si è sciolto come neve al sole. Altrettanto è accaduto con il contributo sugli energetici.

La nuova formula lessicale potrebbe avere anche una lettura tattica. Evitare la parola «extraprofitti» significa forse evitare il terreno minato su cui le misure precedenti sono inciampate, dalle contestazioni giuridiche alle reazioni dei mercati. Resta il punto: un contributo lasciato alla buona volontà dei banchieri rischia di essere poco più di un gesto simbolico.

Una battaglia che la Lega non può perdere

Nel merito, quei profitti non sono il premio per un merito straordinario. Sono una rendita alimentata da tassi e commissioni pagati dal Paese reale. E i primi a doverne beneficiare dovrebbero essere proprio quei cittadini, attraverso pensioni più dignitose, meno tasse sul lavoro e più sicurezza nelle strade.

Per il leader leghista la partita ha anche un peso interno. Ieri, parlando del congresso del partito, ha aperto a chi vorrà portare proposte: «Chiunque le porterà sarà il benvenuto, ci saranno delegati eletti dai militanti da tutta Italia».

In una fase in cui la Lega fatica a difendere il proprio spazio a destra, la battaglia contro i privilegi bancari è terreno naturale per riconquistare l’elettorato popolare. A condizione che alle parole seguano i fatti. I conti, del resto, passano per il ministero dell’Economia. È lì che si capirà se i 5 miliardi diventeranno una norma o resteranno una promessa da comizio.

Ma se le banche sono davvero imprese «protette» dallo Stato, perché lo Stato dovrebbe chiedere loro il permesso per farle contribuire?

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