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Santanchè, chiesto il rinvio a giudizio per bancarotta e truffa

Per la Procura di Milano l’ex ministra e altri 14 indagati vanno processati per i crac Ki Group e Bioera e per 3,3 milioni ottenuti da Invitalia
Byoblu·22 ottobre 2026
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La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d’Italia ed ex ministra del Turismo, per bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato. L’inchiesta riguarda due capitoli. Il primo è il fallimento di quattro società riconducibili alla sua attività imprenditoriale: Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. Il secondo riguarda circa 3,3 milioni di euro di aiuti pubblici ottenuti nel 2021, durante l’emergenza Covid. La richiesta è stata resa nota oggi. Sarà il giudice dell’udienza preliminare (gup) a decidere se aprire il processo.

A firmare la richiesta sono i pubblici ministeri Luigi Luzi e Guido Schininà, insieme al procuratore aggiunto Roberto Pellicano. Le indagini erano state delegate al Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e si erano chiuse a metà luglio. Le persone coinvolte sono quindici, oltre a una società. Per una sola posizione, considerata minore, è stata chiesta l’archiviazione. Tra gli imputati figurano il figlio della senatrice, Lorenzo, l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro e la sorella Fiorella Garnero. Le contestazioni sono formulate a vario titolo.

Santanchè e i crac Ki Group e Bioera: le accuse di bancarotta

L’avviso di conclusione delle indagini elenca le contestazioni in più di venti pagine. I magistrati parlano di «condotte dissipatrici e distrattive», di «fittizi aumenti di capitale» e di operazioni finalizzate a ottenere «ingiusti profitti». Secondo l’accusa, i vertici delle società avrebbero alterato i conti per nascondere le perdite.

Il caso più citato è quello di Ki Group Holding. Per la Procura la società era in dissesto, con un buco di oltre 900mila euro. Eppure, tra il 2015 e il 2022, avrebbe distribuito dividendi agli amministratori «in misura spropositata», calcolati su «utili non effettivamente conseguiti». Nel solo 2015 sarebbero stati distribuiti oltre 4,1 milioni di euro, mentre il risultato netto consolidato era negativo.

Gli inquirenti contestano anche una riorganizzazione tra Ki Group Holding e Ki Group srl. In quell’operazione un ramo d’azienda sarebbe stato valutato circa otto milioni di euro, una stima che l’accusa considera non corretta. Alla nuova società sarebbero così passati debiti superiori ai beni disponibili. Altre operazioni contestate sarebbero avvenute quando alcune aziende erano già in difficoltà, con possibili danni per i creditori.

Santanchè e Invitalia, i 3,3 milioni del periodo Covid

Il secondo capitolo riguarda Invitalia, l’agenzia nazionale che gestisce diversi strumenti pubblici di sostegno alle imprese. Durante la pandemia aveva il compito di distribuire i finanziamenti statali alle aziende in difficoltà.

Nel 2021 Ki Group avrebbe ottenuto un prestito di 2,7 milioni di euro e un credito d’imposta di 600mila euro. Secondo i pm, l’agenzia sarebbe stata indotta in errore da informazioni che non corrispondevano alla reale situazione della società. Per l’accusa mancavano i «presupposti» richiesti dalla legge per accedere ai fondi. Su questo punto si fonda l’ipotesi di truffa aggravata ai danni dello Stato, che riguarda risorse destinate a sostenere le imprese durante un’emergenza nazionale.

La difesa di Santanchè respinge le contestazioni

L’ex ministra ha sempre respinto le accuse sulla gestione delle società. A luglio, quando le fu notificato l’avviso di conclusione delle indagini, fece sapere tramite i suoi legali di aver agito correttamente e di avere fiducia nella magistratura.

La richiesta di rinvio a giudizio non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Non apre nemmeno automaticamente un processo. Il gup valuterà la posizione di ciascun imputato. Potrà disporre il giudizio oppure pronunciare una sentenza di non luogo a procedere.

Santanchè, il processo Visibilia e il caso Inps

Quello di oggi è il terzo procedimento milanese che riguarda Santanchè. Tutti nascono dalla sua attività di imprenditrice.

Il primo riguarda il presunto falso in bilancio di Visibilia, il gruppo editoriale e pubblicitario da lei fondato. Per questa vicenda la senatrice è già imputata davanti al Tribunale di Milano.

Il secondo riguarda una presunta truffa aggravata ai danni dell’Inps legata alla cassa integrazione durante la pandemia. Secondo l’accusa, tra maggio 2020 e febbraio 2022 Visibilia Editore e Visibilia Concessionaria avrebbero ottenuto indebitamente oltre 126mila euro per tredici dipendenti. Alcuni di loro, formalmente in cassa integrazione a zero ore, avrebbero continuato a lavorare.

L’udienza preliminare di questo filone è stata rinviata al 3 febbraio 2027. Si attende infatti la decisione della Corte costituzionale su un conflitto di attribuzione sollevato dal Senato. È lo strumento con cui un potere dello Stato contesta a un altro di aver invaso le proprie competenze.

Santanchè, dalle dimissioni da ministra ai tre fronti giudiziari

A marzo Santanchè ha lasciato il ministero del Turismo, dopo una richiesta esplicita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nella lettera indirizzata alla premier aveva spiegato di aver voluto rendere «pubblicamente chiaro» che le dimissioni erano state chieste da Meloni. Aveva poi aggiunto: «Non ho difficoltà a dire ‘obbedisco’ e a fare quello che mi chiedi». Dal 3 aprile il ministero è guidato da Gianmarco Mazzi, anche lui di Fratelli d’Italia.

Le dimissioni hanno chiuso la questione nel governo. Restano aperte quella giudiziaria e quella politica. Santanchè conserva il seggio a Palazzo Madama. Inoltre due dei tre procedimenti, il caso Inps e il capitolo Invitalia, riguardano denaro pubblico erogato durante la pandemia. È un tema delicato per un partito che fa della legalità e della difesa delle risorse dello Stato uno dei suoi argomenti principali.

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