Schiavi Moderni – Heather Parisi
di Heather Parisi
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Liberi sulla carta, prigionieri nella testa
Sapete qual è la cosa che mi ha fatto più male in tutti questi anni? Non sono le critiche, non sono le cattiverie. È stato accorgermi di quanto siamo diventati tutti quanti ubbidienti, senza che nessuno ci mettesse le manette, senza che nessuno ci chiudesse la bocca. Eppure, eccoci qua, liberi sulla carta e prigionieri nella testa.
Qualche anno fa parlavo con una donna molto colta, laureata, brillante. Le ho chiesto cosa pensava di una certa vicenda che interessa tutti noi. Mi ha risposto con una frase che mi è rimasta dentro: «Non lo so, non ho tempo». Ecco, non è che non sapesse, è che non aveva più il tempo per sapere. Troppo rumore, troppe notifiche, troppe cose da guardare e niente da capire.
Il telefonino non ci ha reso imbecilli, come dicono, ci ha distratti, che è peggio, perché una persona stupida si accorge di esserlo, una persona distratta no: crede di essere informata perché ha visto mille cose, ma non ha capito niente e non se ne accorge.
Pensate come siamo diventati bravi a fare cose complicate. Guidiamo macchine che sono computer, usiamo strumenti che 30 anni fa erano fantascienza. Nel nostro lavoro siamo precisi, efficienti, competenti. Poi usciamo da lì e, davanti alle domande vere, ci perdiamo. Perché succede questo? Perché succede che in fabbrica siamo ingegneri e a casa siamo analfabeti? Perché ci hanno allenati fin dalla scuola a ubbidire, non a capire.
La televisione non è mai stata neutrale
E qui devo dire una cosa che mi riguarda personalmente. Io la televisione l’ho fatta, l’ho amata, l’ho vissuta, so cosa significa stare davanti a una telecamera e sapere che milioni di persone ti guardano. E vi dico una cosa che forse non vi aspettate: la televisione non è mai stata neutrale. Mai.
Quando ti dicono che un certo comportamento è normale, che una certa bruttezza è divertente, che urlare è partecipare, che umiliare è spettacolo, non stanno solo intrattenendo, stanno costruendo il mondo, stanno decidendo cos’è giusto e cosa è ridicolo, stanno decidendo chi sei tu. E noi, davanti allo schermo, impariamo. Impariamo che va bene così, che è tutto uno show, che l’importante è non annoiarsi. Ma una popolazione che non si annoia mai è una popolazione che non pensa mai.
La medicina, la scienza e la pandemia
E poi c’è la medicina, e qui mi fermo un momento perché è un tasto delicato. La medicina è una cosa seria. I medici sono persone serie. La scienza è una cosa seria, ma quando la scienza smette di essere dubbio e diventa fede, allora non è più scienza, è chiesa.
E durante la pandemia l’abbiamo visto: non erano i più ignoranti a credere senza discutere, erano i più istruiti, quelli con i pezzi di carta, quelli che avevano imparato a ubbidire alle autorità del sapere, quelli che sapevano ripetere, non quelli che sapevano pensare. E chi osava chiedere, chi osava dire «aspetta, vorrei capire meglio», veniva messo ai margini, etichettato, isolato, zittito.
La paura e il diverso che diventa nemico
La paura è il più antico strumento di controllo e noi l’abbiamo lasciata entrare nelle nostre case. Ci hanno spaventati e noi ci siamo chiusi. Ci hanno detto che l’unico modo per salvarci era obbedire. E noi abbiamo ubbidito.
Ma la cosa più pericolosa non è la paura, è quello che succede dopo la paura. Succede che il diverso diventa il nemico. Succede che se non la pensi come me, allora sei contro di me. Non c’è più spazio per il dubbio, per la sfumatura, per il grigio. O sei di qua o sei di là. E allora il gruppo si protegge e, per proteggersi, espelle, isola, cancella.
Chi dubita viene ridicolizzato non dai potenti, ma dai vicini, dagli amici, dai colleghi, dai familiari. È il controllo più subdolo che esista, perché non ha bisogno di polizia: si fa da soli, ci autocensuriamo per paura di essere esclusi. E mentre noi litighiamo tra noi, mentre ci dividiamo in tribù, mentre ci scanniamo sui social, chi decide davvero? Chi decide davvero se ne sta zitto, osserva, sorride.
L’Italia come laboratorio sociale
E ora lasciate che vi dica una cosa che mi sta particolarmente al cuore, perché parliamo del mondo, parliamo dell’Occidente, parliamo di sistemi globali, ma l’Italia in tutto questo merita un discorso a parte.
Io amo questo paese, l’ho vissuto, e mi fa male, mi fa un male fisico vedere come l’Italia è stata trattata come un vero e proprio laboratorio sociale, un posto dove si sperimentano le politiche che altrove non si oserebbe nemmeno proporre, un posto dove si testano misure, si calibrano reazioni, si studia quanto una popolazione sia disposta a sopportare prima di ribellarsi. E la risposta, fino ad ora
è stata tantissimo. In Italia l’informazione è totalmente asservita alle logiche di sistema. Non c’è più una voce fuori dal coro, non c’è più un giornale che osi davvero, non c’è più una trasmissione che non sia allineata.
In Italia non esiste opposizione, fateci caso, non c’è. Ci sono partiti che si alternano al governo, questo sì, ma opposizione vera, quella che difende gli interessi dei cittadini contro i poteri forti, quella non c’è più. È scomparsa, inghiottita. In Italia gli interessi economici controllano pressoché la totalità delle attività: l’informazione, la cultura, lo spettacolo, l’editoria, la sanità, la scuola. Tutto è in mano a pochi e quei pochi non hanno alcun interesse a che le cose cambino.
La questione vaccinale e gli italiani come cavie
E poi c’è la questione vaccinale, perché in Italia, durante la pandemia, prima e ora dopo la pandemia, è praticata una propaganda vaccinale che non ha riscontro in nessun altro paese. Ve lo dico chiaramente: non esiste un altro paese al mondo in cui si insista con questa intensità, questa ossessione. Non è scienza, è marketing, è pressione, è una campagna di convincimento che non ha pari. E questo dovrebbe farci riflettere, perché se l’Italia è il laboratorio, allora gli italiani sono le cavie, e le cavie di solito non scelgono, subiscono.
Se gli italiani non iniziano a ribellarsi a questo trattamento da società schiava per gli esperimenti sociali dei poteri forti, sarà spacciata. Non lo dico per drammatizzare, lo dico perché è così. Una nazione che non reagisce, che non si organizza, che non alza la testa, è una nazione che ha già perso. E non tra 100 anni: adesso.
Come si esce: testa, tempo, legami, azione
Allora mi chiedo: come si esce? Non lo so, non ho la ricetta, ma so da dove si comincia. Si comincia dalla testa, dal tornare a pensare con la propria testa, dal non aver paura di dire «Non sono d’accordo», dal non vergognarsi di dire «Non lo so, voglio capire».
Si continua con il tempo, il tempo lungo, il tempo che non si misura in secondi. Leggere un libro, ascoltare qualcuno fino alla fine, guardare un tramonto senza fotografarlo.
Si va avanti con i legami, perché siamo soli e la solitudine è la loro arma migliore. Dobbiamo ricostruire i legami a cominciare dalla famiglia, parlare con chi la pensa diversamente, ascoltare, non avere paura dell’altro.
E si arriva all’azione, anche piccola, anche solo nel nostro quartiere, anche solo nel nostro lavoro, ma qualcosa. Perché la rabbia che non diventa azione è solo rumore, e il rumore non cambia niente.
Chi sta decidendo per me
Io ho passato una vita sotto i riflettori, so cosa significa essere guardati. So cosa significa essere giudicati, ma so anche un’altra cosa. So che nessuno può decidere al posto mio cosa pensare. Nessuno: né un politico, né un medico, né un giornalista, né tantomeno un algoritmo.
Allora vi dico questo: spegnete il telefono, alzate gli occhi, guardatevi intorno e chiedetevi chi sta decidendo per me e perché io lo sto permettendo. Non è una domanda comoda, ma è l’unica domanda che ci rende liberi.