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Esteri

Tennessee, una donna al boia dopo 200 anni: il caso Christa Pike, 50 anni, per un omicidio di 31 anni fa!

Domani l’iniezione letale per un omicidio commesso a 18 anni, 31 anni fa. Il governatore ha negato la grazia, resta solo la Corte Suprema.
Byoblu·29 settembre 2026
Esteri — Byoblu

Domani mattina, mercoledì 30 settembre, alle 10 ora locale, il Tennessee ha in programma l’esecuzione di Christa Pike, 50 anni. Se la Corte Suprema degli Stati Uniti non la sospenderà, sarà la prima donna giustiziata in questo Stato americano dal 1820, cioè da oltre due secoli. Pike fu condannata a morte nel 1996 per l’omicidio di una compagna di corso, Colleen Slemmer, commesso l’anno prima, quando aveva 18 anni. Il governatore repubblicano Bill Lee ha respinto la richiesta di grazia. L’iniezione letale è prevista nel carcere di massima sicurezza di Riverbend, a Nashville.

Il delitto di Knoxville, 1995

Tutto comincia nel gennaio 1995 al Knoxville Job Corps, un programma di formazione professionale per ragazzi provenienti da famiglie in difficoltà. Lo frequentano Christa Pike, il suo fidanzato Tadaryl Shipp, 17 anni, e Colleen Slemmer, 19.

Secondo l’accusa, Pike vede in Slemmer una rivale in amore. La attira in una zona isolata del campus di agraria dell’Università del Tennessee. Lì, insieme a Shipp e davanti a una terza ragazza, Shadolla Peterson, la tortura e la uccide con armi da taglio e pietre. Le ricostruzioni parlano di un colpo finale alla testa con un pezzo di asfalto. Sul petto della vittima viene inciso un simbolo satanico. Stando all’accusa, Pike si porta via un frammento del cranio.

La brutalità del delitto e l’età dei protagonisti fanno esplodere il caso in tutti gli Stati Uniti. Il centro di formazione chiude poco dopo.

Tre ragazzi, tre destini diversi

Nel 1996 Pike viene riconosciuta colpevole di omicidio di primo grado e condannata a morte. Diventa la donna più giovane a finire nel braccio della morte nella storia moderna degli Stati Uniti.

Shipp, che era minorenne, per legge non poteva essere condannato alla pena capitale. Riceve l’ergastolo con possibilità di libertà condizionale. Peterson collabora con gli inquirenti ed evita il carcere.

Tra lei e il fidanzato c’era un anno di età. Per lui oggi si discute di libertà condizionale, per lei di un lettino con le cinghie.

Nel 2004 Pike è stata condannata anche per tentato omicidio, dopo aver aggredito un’altra detenuta.

Quello che la giuria non ha mai sentito

Già nel 1995 la difesa aveva incaricato una psicologa forense, Diana McCoy. La sua perizia descriveva una ragazza trascurata da entrambi i genitori, abusata fisicamente e sessualmente da compagni della madre, violentata a 11 anni e di nuovo a 17. In seguito è emerso che da bambina aveva subito violenze ripetute anche dal compagno della nonna. La madre, secondo la psicologa, non le credette.

Il primo avvocato di Pike non fece testimoniare McCoy. La giuria decise la pena senza conoscere quella storia. Tutto è emerso più di dieci anni dopo, quando un nuovo collegio difensivo ha contestato l’assistenza inefficace del predecessore. L’avvocato d’ufficio federale Stephen Ferrell sostiene che al processo non fu nemmeno sollevata la questione dell’età.

Durante gli anni di isolamento a Pike sono stati diagnosticati un disturbo bipolare e un disturbo da stress post-traumatico. Condizioni che, secondo i suoi legali, pesavano già sul suo stato mentale al momento dell’omicidio. Pike non ha mai negato il proprio ruolo nel delitto.

«Se Christa Pike fosse processata oggi, non credo che una giuria a conoscenza degli abusi sessuali e delle negligenze documentati che ha subito da bambina la condannerebbe a morte», ha dichiarato Robin Maher, direttrice esecutiva del Death Penalty Information Center, un centro studi indipendente che raccoglie dati sulla pena capitale negli Stati Uniti.

C’è poi il nodo dell’età. Nel 2005, con la sentenza Roper contro Simmons, la Corte Suprema federale ha vietato la pena di morte per i reati commessi da minorenni. Nella stessa decisione i giudici hanno riconosciuto che le caratteristiche che distinguono gli adolescenti dagli adulti non scompaiono il giorno del diciottesimo compleanno. La soglia, però, è rimasta a 18 anni. Pike li aveva compiuti da poco.

Il no del governatore

La richiesta di clemenza chiedeva di trasformare la condanna in ergastolo senza possibilità di liberazione. Bill Lee l’ha respinta: «Dopo un’attenta valutazione della richiesta di clemenza di Christa Gail Pike e dopo un esame approfondito del caso, confermo la sentenza dello Stato del Tennessee e non intendo intervenire».

Gli avvocati si sono detti «profondamente rattristati e addolorati». Accusano lo Stato di ignorare decenni di ricerche sulla responsabilità di un diciottenne segnato da traumi gravi. «Durante tutta la sua infanzia, Christa è stata delusa da persone e istituzioni che avrebbero dovuto mostrarle cura», hanno scritto. E ancora: «La ragazza di 18 anni affetta da una grave malattia mentale e da un trauma quasi invalidante non esiste più».

Nella lettera allegata alla domanda di grazia, Pike ha scritto: «Ero una ragazzina di 18 anni affetta da disturbi mentali. Mi ci sono voluti molti anni solo per rendermi conto della gravità di ciò che avevo fatto». In una registrazione audio diffusa dai suoi legali ha aggiunto: «Rivivo questa esecuzione ogni giorno nel mio cuore. Qualunque cosa accada il 30 settembre, questo non sarà più il mio inferno».

L’ultima partita in tribunale

Il 23 settembre la Corte Suprema del Tennessee ha respinto un’istanza della difesa. Il 25 settembre Pike si è rivolta alla Corte Suprema federale per ottenere la sospensione.

Il ricorso contesta anche il metodo. Pike soffre di trombocitemia essenziale, una patologia del sangue, e la difesa sostiene che l’accesso venoso potrebbe rivelarsi problematico. Cita il caso di Tony Carruthers, giustiziato quest’anno tra contestazioni proprio sulle difficoltà a trovare una vena. Lo Stato difende il proprio protocollo e contesta i periti della difesa. Una causa separata sostiene che l’iniezione di pentobarbital violi i diritti costituzionali di Pike e la sua fede buddhista. I legali hanno chiesto infine che la squadra addetta all’esecuzione sia composta solo da donne: Pike teme che essere immobilizzata e toccata da guardie uomini riaccenda i traumi dell’infanzia.

La famiglia della vittima

La madre di Colleen Slemmer vuole che la sentenza venga eseguita. Per lei, dopo tre decenni di attesa, l’esecuzione rappresenta la conclusione di un percorso di giustizia. È la voce di chi ha perso una figlia di 19 anni in un modo atroce.

Il contesto: la pena di morte negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti hanno ripreso le esecuzioni nel 1976, dopo una sospensione di quattro anni imposta dalla Corte Suprema. Oggi la pena capitale è decisa Stato per Stato. Da allora sono state giustiziate 18 donne, circa l’1% del totale. Nel 2021 il governo federale ha messo a morte Lisa Montgomery, la prima donna giustiziata a livello federale in quasi settant’anni. Pike è l’unica donna nel braccio della morte del Tennessee.

All’inizio di settembre alcuni esperti delle Nazioni Unite hanno chiesto la sospensione «immediata» dell’esecuzione e la commutazione della pena, citando gli abusi subiti da bambina e le sofferenze fisiche e psicologiche di decenni in isolamento. Amnesty International ha lanciato una petizione rivolta al governatore, e l’ACLU, la principale organizzazione americana per i diritti civili, si è mobilitata. Il comitato editoriale del New York Times ha preso posizione con un titolo netto, «Troppo giovane per la pena di morte», osservando che con un anno di meno Pike si starebbe preparando a chiedere la libertà condizionale. Gli appelli dell’ONU non sono vincolanti, e Nashville non li ha presi in considerazione.

Trentuno anni dopo

Il delitto è stato feroce e nessuno lo mette in discussione, a partire dalla stessa Pike. La domanda riguarda cosa resti da punire trentuno anni dopo.

Lo Stato si prepara a uccidere una donna di 50 anni che ha passato più di metà della vita in isolamento, curata per la sua malattia mentale e, secondo i suoi avvocati, impegnata a sostenere le altre detenute. Una pena di morte eseguita dopo tre decenni perde ogni funzione rieducativa. Resta la retribuzione. E l’attesa nel braccio della morte, già di per sé, è stata una seconda condanna.

Pesa anche il modo in cui si è arrivati fin qui. La scelta di un difensore di non chiamare una testimone decisiva ha contribuito a determinare il verdetto sulla vita di una ragazza cresciuta ai margini. Il sistema ha impiegato oltre dieci anni per accorgersene. E sapere cosa la giuria non ascoltò non ha cambiato l’esito.

L’esecuzione è fissata per domani alle 10 del Tennessee, le 17 in Italia. L’ultima decisione spetta alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

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