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Terrorismo rosso, esiste un allarme? L’Italia al vertice di Washington, per “prendere nota”

Il governo invierà un sottosegretario al summit voluto da Rubio sulla rinascita di un “terrorismo di estrema sinistra”. Le opposizioni insorgono: “Missione indecorosa”
Byoblu·13 luglio 2026
Esteri — Byoblu

L’Italia sarà presente al vertice internazionale sul cosiddetto terrorismo rosso organizzato a Washington dal segretario di Stato americano Marco Rubio. A rappresentare Roma non sarà un ministro, ma un sottosegretario: una scelta, a quanto si apprende, maturata su impulso diretto della premier Giorgia Meloni, che avrebbe superato le resistenze della Farnesina. Fonti dell’esecutivo parlano di una partecipazione “per prendere nota”, una presenza a bassa intensità pensata per non lasciare vuota la sedia italiana senza però esporsi politicamente. Le opposizioni, intanto, chiedono al governo di ripensarci e di chiarire “cosa andrà a dire”.

Cos’è (stato) il terrorismo rosso in Italia

Per capire il peso simbolico dell’espressione, bisogna fare un passo indietro. In Italia “terrorismo rosso” evoca una stagione precisa: gli anni di piombo, quando organizzazioni armate di matrice marxista-leninista — le Brigate Rosse su tutte, ma anche Prima Linea e decine di sigle minori — insanguinarono il Paese tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro nel 1978 ne resta il punto più drammatico. Sul fronte opposto agiva il terrorismo nero, di matrice neofascista, responsabile tra l’altro delle grandi stragi. Fu una guerra interna che lo Stato vinse con leggi speciali, pentiti e una lunga scia di sangue: magistrati, poliziotti, giornalisti, sindacalisti.

Quella stagione si è chiusa da decenni. Negli anni successivi il concetto stesso di terrorismo è cambiato radicalmente: prima l’eversione interna residuale, poi, dopo l’11 settembre 2001, la minaccia jihadista ha monopolizzato per vent’anni l’agenda della sicurezza occidentale. Il “pericolo rosso” era sostanzialmente uscito dal vocabolario dell’antiterrorismo.

Perché Washington rilancia l’allarme

A riportarlo al centro della scena è stata l’amministrazione americana. Secondo il Dipartimento di Stato, negli Stati Uniti starebbe riemergendo un “terrorismo transnazionale di estrema sinistra”, con nuovi legami internazionali che richiederebbero la cooperazione degli alleati. Dopo l’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che designa il movimento Antifa come “organizzazione terroristica interna”: una decisione che ha sollevato perplessità anche dentro l’amministrazione, dove alcuni funzionari temono che gli strumenti antiterrorismo possano finire per colpire semplicemente l’attivismo di sinistra.

Il summit convocato da Rubio dovrebbe riunire i ministri degli Esteri di oltre 60 Paesi, inclusi i principali Stati latinoamericani e diversi asiatici come India, Indonesia e Singapore. Le cancellerie europee, però, hanno accolto l’invito con evidente freddezza: i dubbi riguardano tanto gli obiettivi politici dell’iniziativa quanto la reale consistenza della minaccia rappresentata dai movimenti Antifa sul suolo europeo.

La linea di Meloni e le accuse dell’opposizione

In questo quadro si inserisce la scelta italiana. Secondo la ricostruzione di Ilario Lombardo su La Stampa, Meloni avrebbe imposto l’invio del sottosegretario anche in chiave di rapporto strategico con Rubio, in vista del dopo-Trump: l’europarlamentare di FdI Carlo Fidanza, di ritorno da un viaggio del partito negli Usa, ha parlato di “rapporti con l’Italia al di là del leader”. Una presenza calibrata, dunque, per non incrinare l’asse con Washington dopo le recenti tensioni tra la premier e il presidente americano, senza però sposare formalmente la tesi del vertice.

Le opposizioni, a partire da Alleanza Verdi e Sinistra, hanno evocato le “peggiori stagioni del maccartismo e della caccia alle streghe ideologica”, avvertendo che assecondare la Casa Bianca rischia di “trasformare l’antifascismo e il dissenso sociale in un problema di ordine pubblico”. Il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha chiesto al governo di chiarire i contorni della partecipazione, perché “oggi non esiste un pericolo rosso transnazionale” mentre “per le democrazie liberali è ben più forte il pericolo eversivo rappresentato dall’involuzione illiberale degli Usa di Trump“.

Da un lato c’è chi quindi chi vede nel vertice un’operazione ideologica dell’amministrazione Trump, che riesuma una categoria storica per colpire l’attivismo di sinistra. Dall’altro chi ritiene doveroso, per un alleato, sedersi al tavolo e ascoltare. Ma esistono dati concreti su una minaccia terroristica di estrema sinistra in Europa? Il sottosegretario italiano volerà a Washington, dicono dall’esecutivo, “per prendere nota”. Attendiamo di leggere le note, dunque, che avrà preso.

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