Sanzioni Usa alla Cpi, l’Ue si schiera contro Trump e dice che “farà tutto il necessario”.

L’Unione europea chiede agli Stati Uniti di ritirare le sanzioni contro la Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale dell’Aia che giudica genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Oggi i Ventisette hanno esortato Washington a fare marcia indietro e si sono detti «pronti ad adottare tutte le misure necessarie» perché la Corte possa continuare a lavorare. Nella stessa presa di posizione accolgono con favore la disponibilità al dialogo mostrata dall’amministrazione americana. La reazione arriva meno di ventiquattr’ore dopo l’annuncio del segretario di Stato Marco Rubio, che ieri ha messo nel mirino l’intera istituzione, dopo aver già colpito giudici e procuratori.
Che cosa prevedono le sanzioni americane alla Cpi
Come ho raccontato ieri su Byoblu, il meccanismo è quello del Tesoro americano. La Corte entra nella lista nera dell’OFAC, l’ufficio che gestisce le sanzioni finanziarie degli Stati Uniti. I suoi beni sotto giurisdizione americana vengono congelati. Cittadini e aziende statunitensi hanno sei mesi per chiudere ogni rapporto con il tribunale. Restano esenzioni temporanee per telecomunicazioni, software, pensioni e operazioni legate ai detenuti.
Rubio ha usato toni da resa dei conti. Ha definito la Cpi un «tribunale canaglia» e ha promesso di tagliarne le risorse fino a paralizzarla. «Gli Stati Uniti e il popolo americano non sono soggetti alla giurisdizione di questa finta Cpi», ha detto. E ancora: «O la Cpi mette fine alle sue minacce, o noi mettiamo fine alla Cpi». Agli alleati ha ricordato che molti di loro sono membri della Corte e, allo stesso tempo, dipendono dai soldati americani per la propria difesa.
Perché Washington colpisce l’Aia
La Cpi è nata nel 2002 con lo Statuto di Roma, il trattato che la istituisce. Ne fanno parte 125 Stati, tutti i Paesi Ue compresi. Stati Uniti e Israele non vi hanno mai aderito. La Corte sostiene di poter giudicare i crimini commessi sul territorio di uno Stato membro, chiunque ne sia l’autore. La Palestina è membro.
Nel novembre 2024 i giudici hanno emesso mandati d’arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e per l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Nel 2025 una commissione d’inchiesta Onu guidata dalla giurista sudafricana Navi Pillay ha concluso che le azioni di Israele nella Striscia costituiscono genocidio.
Washington, storicamente vicina a Israele, sostiene che la Corte abbia superato i propri poteri perseguendo cittadini di Paesi che non l’hanno mai riconosciuta. Il tribunale, però, non ha mai tentato di processare un cittadino americano. E una legge statunitense del 2002 autorizza perfino l’uso della forza militare per liberare un americano detenuto all’Aia.
Netanyahu ha ringraziato Trump e Rubio: «La Cpi non è un tribunale. È un organismo politico che rappresenta una minaccia mortale per le democrazie rispettose della legge».
Il Nobel a Pillay e la scelta del giorno
L’annuncio è arrivato poche ore dopo l’assegnazione del Nobel per la pace proprio a Navi Pillay, ex giudice della Cpi. La coincidenza ha alimentato il sospetto di una ritorsione. Secondo le ricostruzioni circolate, il pacchetto era pronto almeno da settembre: le sanzioni USA quindi non nascono dal premio. Il giurista William Schabas collega il tempismo all’irritazione di Trump verso il comitato norvegese che assegna il premi Nobel. La ministra tedesca della Giustizia Stefanie Hubig ha parlato di «un giorno buio per il diritto internazionale».
Le reazioni europee e internazionali
La Commissione europea ha definito la decisione «profondamente deplorevole» e ha promesso di tutelare anche gli «operatori dell’Ue» nel mercato unico. Il presidente del Consiglio europeo António Costa, all’Aia con il premier olandese Rob Jetten, ha detto: «La giustizia internazionale è l’unica alternativa alla vendetta. Non c’è pace duratura senza responsabilità». Jetten ha assicurato che i Paesi Bassi faranno «tutto ciò che serve» per difendere la Corte.
I presidenti delle commissioni Esteri, Commercio internazionale e Affari giuridici del Parlamento europeo accusano Washington di aver superato una «linea rossa». I ministri degli Esteri di Regno Unito, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Canada e Giappone hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui si dicono in «forte disaccordo» (che dal punto di vista diplomatico è un modo di mandarsi a quel paese). Avvertono che le misure avranno un impatto pesante sul personale della Corte e sulle loro famiglie. Il segretario generale dell’Onu António Guterres si è detto «profondamente allarmato». L’Alto commissario per i diritti umani Volker Türk ha definito le sanzioni «inaccettabili».
La Corte ha lanciato un appello diretto: «Non può restare sola. Il suo destino è ora anche nelle mani degli Stati che l’hanno creata».
Non tutti fanno quadrato. Tokyo, pur firmando la dichiarazione, ha chiesto al tribunale di risolvere i propri problemi di gestione. Negli ultimi anni Burkina Faso, Mali e Niger hanno avviato l’uscita dalla Cpi, seguiti a luglio da Ciad e Venezuela.
Il blocking statute: lo scudo europeo ancora nel cassetto
L’Ue avrebbe uno strumento concreto. Si chiama blocking statute, regolamento di blocco. Vieta alle aziende e ai cittadini europei di adeguarsi alle sanzioni extraterritoriali di Paesi terzi elencate in un apposito allegato e ne neutralizza gli effetti nel mercato interno. Esiste dal 1996, è stato aggiornato nel 2018, ma è stato applicato poco e in modo disomogeneo dagli Stati membri.
Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ne chiede l’attivazione: «L’indipendenza della Corte non può dipendere da chi indaga». Ne discuterà lunedì con i colleghi Ue e poi al prossimo Consiglio europeo. L’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq chiedeva già da tempo di inserire nell’allegato l’ordine esecutivo 14203, firmato da Trump il 5 febbraio 2025 contro chi collabora con la Cpi. Finora non risulta che Bruxelles lo abbia fatto.
Lo strumento ha limiti noti. Le banche europee tendono ad applicare le sanzioni americane oltre il necessario, perché perdere l’accesso al dollaro sarebbe per loro un danno peggiore. Con il regolamento attivo, un’impresa rischierebbe di trovarsi tra due fuochi: multata in Europa se obbedisce a Washington, colpita da Washington se non obbedisce.
Il dialogo e il conto alla rovescia
Resta da capire che cosa l’Europa voglia negoziare. Il Dipartimento di Stato ha spiegato che i sei mesi servono agli Stati membri per mostrare «progressi significativi» verso le richieste americane. Quelle richieste riguardano le indagini su cittadini statunitensi e israeliani. La finestra di dialogo che i Ventisette accolgono con favore è, nei termini fissati da Washington, il tempo concesso alla Corte per cambiare rotta.
C’è poi un paradosso. Bruxelles ha fatto delle sanzioni il proprio principale strumento di politica estera, contro Mosca ha approvato un pacchetto dopo l’altro e conosce bene il meccanismo delle sanzioni secondarie, quelle che trasformano una scelta unilaterale in un obbligo per soggetti di Paesi terzi. Oggi lo subisce. Quando il bersaglio era un avversario, il rigore era immediato. Con l’alleato americano la risposta, per ora, si ferma alle parole.
Il prossimo passaggio è il Consiglio Affari esteri di lunedì. Le sanzioni diventeranno operative tra sei mesi, ad aprile del 2027.