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Economia

UniCredit, ok di Putin all’uscita dalla Russia. Ma non è un addio

Il decreto del Cremlino sblocca lo scorporo della banca russa: la parte commerciale va a un investitore emiratino, i pagamenti restano a Milano
Byoblu·06 ottobre 2026
Economia — Byoblu

Vladimir Putin ha firmato ieri il decreto che consente a UniCredit di riorganizzare la sua controllata russa, AO UniCredit Bank, e di cederne una parte a un investitore degli Emirati Arabi Uniti. Il testo è stato pubblicato dall’agenzia Tass e sul portale ufficiale russo delle informazioni legali. Autorizza due operazioni: lo scorporo di una nuova società e il passaggio di mano del 100% delle azioni della banca oggi detenute dalla capogruppo milanese. Per questi passaggi non servirà alcun altro permesso previsto dalla legge russa. La banca guidata da Andrea Orcel aspettava questo via libera da maggio. Molti titoli parlano di «uscita dalla Russia», ma UniCredit a Mosca resterà, con una banca più piccola.

Come funziona lo scorporo della banca russa

L’operazione non è una vendita in blocco. AO UniCredit Bank verrà divisa in due.

Da una parte nascerà la cosiddetta «New Bank», che resterà al 100% di UniCredit. Si occuperà di pagamenti internazionali in euro e dollari per imprese occidentali e russe non colpite da sanzioni.

Dall’altra resterà la «Remaining Bank», cioè la banca commerciale con il resto delle attività. Sarà ceduta per intero all’acquirente emiratino.

Il decreto poggia sul paragrafo 5 di un altro provvedimento presidenziale, il numero 520 del 5 agosto 2022. È la norma con cui Mosca ha introdotto misure economiche speciali nei settori finanziario ed energetico in risposta alle «azioni ostili» di Stati stranieri e organizzazioni internazionali. In base a quelle regole, qualsiasi operazione sulle azioni di una banca controllata da un Paese considerato ostile richiede un’autorizzazione personale del presidente. UniCredit Bank figura in quell’elenco dal 2022.

L’investitore emiratino senza nome

UniCredit non ha reso noto né il nome del compratore né il prezzo. Lo descrive come un investitore privato consolidato degli Emirati, con rapporti di lunga data con il mondo istituzionale e imprenditoriale locale.

Sulla sua identità circolano due versioni. Secondo indiscrezioni della stampa finanziaria italiana, si tratterebbe di una cordata formata dai fondi Asas Capital e Mada Capital. Il quotidiano economico russo Kommersant ha invece scritto che dietro l’operazione ci sarebbe Alfa Group, conglomerato considerato vicino al Cremlino. Tra i suoi fondatori c’è Mikhail Fridman, miliardario uscito di recente dalla lista delle sanzioni europee. Nessuna delle due ipotesi è stata confermata.

Anche l’accordo firmato a maggio non è definitivo. È un term sheet non vincolante, cioè un’intesa preliminare sulle condizioni principali. Il closing, il perfezionamento vero e proprio della vendita, è previsto entro il primo semestre del 2027. Prima servono tre passaggi: un contratto vincolante, la separazione effettiva delle attività e il via libera delle autorità competenti, russe e occidentali.

Il conto: fino a 3,3 miliardi

UniCredit stima un impatto negativo sul conto economico tra 3 e 3,3 miliardi di euro. Tra 1,6 e 1,8 miliardi derivano dalla riserva cambi: è la perdita di valore delle attività in rubli convertite in euro, già registrata nel patrimonio, che con la vendita passa contabilmente nel conto economico. Non comporta uscite di cassa e non tocca il capitale.

Sul capitale la banca prevede anzi un beneficio di circa 35 punti base, cioè 0,35 punti percentuali sui suoi indici di solidità. Gli obiettivi di utile netto del piano al 2030 restano invariati: eventuali costi aggiuntivi, assicura il gruppo, saranno compensati.

La Borsa ha accolto bene la notizia. Stamattina il titolo saliva dell’1,68% a 81,14 euro. La società di intermediazione Equita ha confermato il giudizio «buy» con un prezzo obiettivo di 100 euro.

Il disimpegno era già iniziato. Lo scorso dicembre UniCredit ha ceduto a Pr-Leasing il portafoglio a lungo termine della controllata Unicredit-Leasing, con contratti per 33,5 milioni di euro. Dall’inizio della guerra i finanziamenti della capogruppo a soggetti russi sono scesi del 94%.

Le regole di Mosca per chi lascia il Paese

UniCredit Bank opera in Russia dal 1989 ed è tra le prime trenta banche del Paese. Nell’ultima lista delle 12 banche di rilevanza sistemica, aggiornata nel 2025, la Banca centrale russa l’ha mantenuta insieme all’austriaca Raiffeisenbank. Sono le uniche due occidentali. Entrambe sono rimaste nonostante le richieste della Banca centrale europea di chiudere le attività russe.

Dal 2024 le condizioni per uscire si sono irrigidite. Chi vende una banca straniera deve applicare uno sconto di almeno il 60% sul valore di mercato. Deve anche versare al bilancio federale un contributo «volontario» pari ad almeno il 35% del valore dell’operazione. Se queste regole valessero anche per UniCredit, secondo alcune stime il venditore incasserebbe circa il 10% del capitale della banca. Il decreto di ieri non chiarisce se e come verranno applicate.

Il punto è delicato. Un versamento al bilancio russo potrebbe essere considerato un contributo alla spesa bellica di Mosca, esponendo chi paga al rischio di violare le sanzioni europee e americane.

Gli altri casi mostrano che il permesso del Cremlino non garantisce un’uscita senza sorprese. Intesa Sanpaolo ha ottenuto un’autorizzazione condizionata e ha ridotto drasticamente l’attività. L’ungherese OTP Bank continua a operare con la sua controllata. Il 17 settembre Putin ha trasferito la gestione delle quote di 16 imprese legate a Nestlé, Auchan e altri gruppi occidentali a una società poco nota, L.E.V. Management.

Orcel ha sempre sostenuto che uscire era impossibile senza il via libera di Mosca e che non avrebbe svenduto. Il decreto gli dà ragione sul primo punto. Sul secondo, la risposta arriverà solo con il prezzo finale.

Una porta che resta aperta

La struttura dell’operazione dice molto sulle scelte del Cremlino. Mosca lascia uscire la banca commerciale e conserva sul proprio territorio un istituto occidentale specializzato in pagamenti in euro e dollari. Con le sanzioni in vigore, per un’economia isolata dai circuiti finanziari internazionali quel canale ha un valore strategico. Il decreto può quindi essere letto come una scelta calcolata più che come una concessione.

Sul fronte europeo, le pressioni per il ritiro hanno prodotto un esito con più ombre che certezze. La banca commerciale finirà a un acquirente di cui non si conosce l’identità. Una delle ipotesi in circolazione lo collega a un gruppo considerato gradito al Cremlino. Le condizioni di uscita previste da Mosca, se applicate, porterebbero denaro nelle casse russe. Il costo contabile, fino a 3,3 miliardi, ricade invece sugli azionisti di UniCredit. Le autorità che hanno chiesto il ritiro non ne sostengono alcuna parte.

Ora la banca deve trasformare l’intesa preliminare in un contratto vincolante e completare la separazione delle due entità. L’obiettivo è chiudere entro giugno 2027, in tempo per registrare gli effetti nei conti semestrali.

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