Verso il divieto dei social ai minori di 16 anni. Von der Leyen per una volta ne dice una giusta

Non capita spesso di trovarsi d’accordo con Ursula von der Leyen. Anzi, a memoria di chi scrive, non è mai capitato. Parliamo della stessa presidente della Commissione europea che ha messo sul piatto 800 miliardi per riarmare l’Europa e che ancora deve spiegare fino in fondo il contenuto degli sms scambiati con l’amministratore delegato di Pfizer durante la stagione dei vaccini. Eppure oggi, 13 luglio, da Bruxelles arriva una proposta che merita di essere sostenuta: un’età minima per l’iscrizione ai social media e un accesso graduale alle piattaforme per i minori. La proposta legislativa arriverà dopo l’estate.
“I social non sono un giocattolo”
“La questione non è se i bambini possano accedere ai social, ma se e quando i social possano accedere ai nostri figli“, ha dichiarato von der Leyen durante un panel sulla tutela dei minori online, affiancata dalla ricercatrice Maria Melchior e dallo psichiatra infantile Jörg Fegert. E ancora: “In Europa crediamo che siano i genitori a crescere i figli, non algoritmi predatori. I social media non sono un giocattolo“.
Il paragone scelto è efficace: “Non diamo ai bambini le chiavi dell’auto prima della patente e non consentiamo loro di acquistare alcolici prima dell’età legale. Allo stesso modo dobbiamo stabilire l’età alla quale i minori possono accedere legalmente ai social”.
Lo schema delineato prevede un avvicinamento progressivo agli schermi: niente fino ai tre anni; fino ai 13 anni esposizione solo sotto la supervisione di genitori, tutori o insegnanti ed entro limiti di tempo; dai 13 in poi accesso graduale, subordinato alla capacità delle piattaforme di dimostrare la propria adeguatezza e sicurezza per gli adolescenti. È allo studio anche un’applicazione europea open source per la verifica dell’età, progettata — assicurano — per tutelare la privacy.
I danni sono documentati: non è moralismo, è scienza
Qui non siamo davanti a un panico morale da salotto televisivo. La letteratura scientifica sugli effetti dell’esposizione precoce e prolungata a smartphone e social è ormai un fiume in piena, e converge su un quadro allarmante: disturbi del sonno, perché la luce degli schermi e la stimolazione continua interferiscono con i ritmi circadiani; ansia e depressione in aumento tra gli adolescenti, con una correlazione documentata con le ore trascorse sui social; dipendenza comportamentale, alimentata da meccanismi progettati apposta per catturare l’attenzione; calo dell’attenzione e delle capacità di concentrazione, con ricadute dirette sul rendimento scolastico; cyberbullismo, esposizione a contenuti inappropriati, distorsione dell’immagine corporea — con effetti particolarmente pesanti sulle ragazze — e impoverimento delle relazioni sociali reali. Tutto questo mentre il cervello è ancora in piena fase di sviluppo.
Gli stessi dati citati dalla Commissione fotografano la situazione: i giovani europei trascorrerebbero dalle 4 alle 6 ore al giorno davanti agli schermi — l’equivalente, proiettato su una vita, di circa vent’anni — e quasi il 60% dei bambini avrebbe già sperimentato problemi emotivi e psicosociali online. Non a caso Bruxelles ha già avviato procedimenti contro TikTok e Meta per il design delle loro piattaforme: scorrimento infinito, riproduzione automatica, notifiche push, raccomandazioni personalizzate. Un’architettura costruita scientificamente per creare compulsione, per mettere il cervello in “modalità pilota automatico“. Chiamiamole con il loro nome: slot machine tascabili per minorenni.
Chi si è già mosso: dall’Australia all’Europa
L’Europa, per una volta, non è nemmeno la prima della classe. L’Australia ha aperto la strada, approvando per prima una legge che vieta i social ai minori di 16 anni — e Bruxelles dichiara di voler tenere conto proprio dei riscontri arrivati da Canberra. Il Regno Unito di Keir Starmer ha annunciato il mese scorso l’intenzione di seguirla: nel mirino TikTok, Instagram, Facebook, Threads, X, Snapchat, Reddit e YouTube, con possibile estensione ai chatbot di intelligenza artificiale a sfondo romantico o sessuale e limiti alle chat tra minori e sconosciuti nei videogiochi online.
Dentro e attorno all’Unione, Francia, Spagna, Portogallo e Danimarca intendono avviare un iter legislativo per vietare i social sotto i 16 anni, mentre Norvegia, Austria, Germania e Brasile stanno studiando misure analoghe. In Italia, il 90% delle persone è favorevole a vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni, ma l’iter della legge è bloccato in commissione al Senato, nell’attesa dei pareri tecnici. Il vento, insomma, è cambiato ovunque.
Un sì vigile, non una cambiale in bianco
Resta un punto da sorvegliare come il latte sul fuoco: la verifica dell’età non dovrà trasformarsi nel cavallo di Troia dell’identità digitale obbligatoria per navigare, con buona pace dell’anonimato online degli adulti. Su questo ci sarà da vigilare, riga per riga, quando il testo arriverà sul tavolo dopo l’estate.
Ma il principio è sacrosanto. Per vent’anni abbiamo consegnato i nostri figli, senza contratto e senza garanzie, a corporation che hanno monetizzato la loro attenzione e la loro fragilità. Se persino Ursula von der Leyen se n’è accorta, significa che il problema è diventato impossibile da negare. Speriamo solo che a Bruxelles la volontà politica resista alle lobby delle Big Tech. Perché stavolta, almeno, la direzione è quella giusta.