49.000 migranti a Ceuta in 24 ore: Meloni minaccia Schengen

Almeno 49.000 migranti sarebbero entrati a Ceuta in 24 ore. La cifra arriva da stime del ministero dell’Interno spagnolo che, al momento in cui scriviamo, non sono state confermate ufficialmente. Di quelle persone, circa 7.000 sarebbero minori, e quindi automaticamente affidati alla tutela delle autorità della città autonoma. Per dare la misura: Ceuta ha poco più di 83.000 abitanti. In un giorno l’enclave spagnola sulla sponda africana dello Stretto avrebbe dunque visto arrivare l’equivalente di oltre la metà dei propri residenti.
Il bilancio umano è già drammatico: almeno 19 corpi recuperati in mare, secondo la Guardia Civil, tra chi ha tentato di superare a nuoto la diga frangiflutti del Tarajal. Altri quattro cadaveri sono stati individuati nelle ultime ore nei pressi della barriera marittima. Migliaia di ragazzi hanno passato la notte nei parchi, sui prati, davanti agli ingressi dei parcheggi pubblici: la città trasformata in un dormitorio a cielo aperto, con il sistema di accoglienza semplicemente saltato.
E gli arrivi non si sono fermati. Fonti di polizia locale riferiscono di un flusso continuo durante tutta la notte, meno intenso che di giorno ma ininterrotto, e proseguito all’alba. Chi tocca terra festeggia. Chi resta di là lancia pietre: nella zona di Fnideq, secondo l’Associazione marocchina per i diritti umani, gruppi di giovani hanno tentato di forzare la recinzione scontrandosi con le forze di sicurezza di Rabat. Poco lontano dal valico è stato incendiato un autobus, cause ignote, nessun ferito.
Anche Melilla sotto pressione: valico chiuso
L’onda ha toccato anche l’altra enclave. A Melilla sarebbero entrate tra le 300 e le 400 persone, secondo il presidente della città autonoma Juan José Imbroda, che parla esplicitamente di “effetto emulazione”. Il valico di Beni-Enzar, principale porta di transito con il Marocco, è stato chiuso dopo tentativi di ingresso simultanei via terra e via mare, mandando in tilt l’Operazione Passaggio nello Stretto, il piano estivo concordato tra Madrid e Rabat che ogni anno regola il rientro di centinaia di migliaia di magrebini residenti in Europa. Nessuna data di riapertura.
Ceuta e Melilla, ricordiamolo, sono l’unico confine terrestre tra l’Unione Europea e il continente africano. Due frammenti di Spagna incastonati nel territorio marocchino, che Rabat non ha mai riconosciuto come tali. È lì che, ogni volta, la geopolitica si trasforma in corpi in acqua.
Sánchez al confine, esercito schierato, rimpatri annunciati
Dopo aver mobilitato le unità dell’esercito già dislocate nell’enclave a supporto della polizia, Pedro Sánchez è atteso oggi al valico di Tarajal insieme al ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska, per poi partecipare a una riunione di coordinamento al Palazzo dell’Assemblea con il presidente di Ceuta Juan Jesús Vivas, il delegato del governo, i vertici di Policía Nacional e Guardia Civil, il responsabile del centro di soggiorno temporaneo e la Croce Rossa.
Sul fronte politico, il ministro Víctor Ángel Torres ha annunciato che Madrid applicherà gli accordi bilaterali di rimpatrio firmati con Marocco, Mauritania e Senegal, garantendo — dice — “il rispetto dei diritti fondamentali” e una “risposta umanitaria”, ma procedendo affinché queste persone “ritornino nel loro Paese seguendo le procedure regolamentate”. Con modalità diverse per adulti e minori. Tradotto: 7.000 ragazzi resteranno con altissima probabilità dove sono.
Il precedente più simile è quello di maggio 2021, quando oltre 10.000 persone entrarono a Ceuta in 48 ore mentre Rabat, irritata con Madrid, allentava vistosamente i controlli. Se le stime odierne fossero confermate, parleremmo di un evento cinque volte più grande. Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: una frontiera non cede in un giorno per caso. Chi la sorvegliava, e perché ha smesso?
Roma-Madrid: Meloni evoca la sospensione di Schengen
La reazione italiana è arrivata a razzo. Giorgia Meloni ha scritto su X che le immagini da Ceuta sono “impressionanti” e dimostrano che “l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei”. Dopo un confronto con il ministro Matteo Piantedosi, la premier ha annunciato la convocazione degli organismi competenti e la disponibilità a intervenire “anche con strumenti straordinari”, fino alla “sospensione dello spazio Schengen con la Spagna“. Sull’immigrazione clandestina, ha aggiunto, “non arretreremo di un millimetro”.
A incendiare il fronte diplomatico ci ha pensato Antonio Tajani, con un messaggio social critico verso la decisione spagnola di regolarizzare oltre 500.000 immigrati irregolari e favorevole alla chiusura di Schengen. Madrid ha risposto definendo le parole del ministro degli Esteri italiano “indegne”, accusando Roma di “demagogia partitica” al posto della solidarietà europea, e ha convocato l’ambasciatore italiano.
Siamo, insomma, allo spettacolo consueto: due governi europei che si azzuffano davanti alle telecamere mentre la frontiera comune è di fatto scomparsa. Sospendere Schengen con la Spagna è una misura che suona forte e serve a marcare il territorio politico interno, ma non tocca né la mano che ha aperto il varco a sud, né la ragione per cui cinquantamila persone erano già ammassate ad aspettare quel momento.
Le altre democrazie non fanno finta: fanno
Vale la pena guardare fuori. L’Australia applica da anni la cosiddetta Operation Sovereign Borders: intercettazione in mare e trasferimento dei richiedenti asilo giunti irregolarmente in centri offshore su isole terze, con il principio dichiarato che chi arriva via mare non si stabilirà mai in Australia. Politica durissima, criticata dalle organizzazioni per i diritti umani, ma coerente. La Danimarca, governata dai socialdemocratici, ha costruito il regime d’asilo più restrittivo d’Europa. Il Regno Unito ha tentato per anni l’esternalizzazione verso Paesi terzi. Il Giappone concede lo status di rifugiato con il contagocce. Nessuno di questi Paesi si nasconde dietro slogan: dice cosa fa e lo fa.
L’Europa, invece, fa l’opposto: proclama principi che non applica e applica misure che non proclama. Regolarizza mezzo milione di persone da un lato e minaccia muri interni dall’altro, delega la guardia dei propri confini a governi terzi che possono aprirli quando gli conviene, e poi si stupisce quando accade.
Una soluzione che a qualcuno non conviene
Cinquantamila persone non partono dal nulla. Partono da economie svuotate, da valute controllate da fuori, da miniere e terre le cui rendite finiscono altrove, da instabilità che l’Occidente ha spesso alimentato quando non provocato. Continuiamo a chiamare “emergenza” l’effetto e a non nominare mai la causa. L’Europa e gli USA hanno responsabilità chiare, sia da parte della politica che da parte delle attività produttive e commerciali. Chi depaupera le risorse africane senza permettere ai popoli che le detengono di svilupparsi, commette un crimine. Chi sfrutta le miniere di diamanti, i giacimenti di uranio, e tutto ciò che il continente più grande cdel pianeta sa produrre, per arricchirsi sulle spalle degli africani, è responsabile di questa catastrofe. E chi rende possibile la transumanza umana al solo fine di destabilizzare i paesi del sud Europa (dopo gli incendi che hanno devastato la Spagna, ora si è abbattuto sugli iberici l’inspiegabile allentamento dei controlli e l’invasione di immigrati clandestini: dati i recenti contrasti con gli USA e le dichiarazioni belligeranti di Trump, sarà lecito sospettare che i servizi di intelligence e le diplomazie under the table non siano rimaste a guardare?) e plasmare un modello di società più gradito al movimento globale di merci e capitali, è un nemico dell’umanità.
Aiutarli davvero a casa loro non è una battuta da comizio, allora: significa smettere di depredare i Paesi da cui fuggono. Finché non lo faremo, avremo sempre bisogno di più recinzioni, più eserciti, più cadaveri sulla diga di Tarajal.