90 miliardi all’Ucraina: chi paga il conto e chi ha deciso

Il parlamento ucraino, la Verkhovna Rada, ha ratificato nella giornata del 28 maggio 2026 l’accordo con l’Unione Europea per un pacchetto di sostegno finanziario da 90 miliardi di euro, destinato a coprire il biennio 2026-2027. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha subito esultato su X, definendo la ratifica un «impegno che apre la strada ai primi versamenti previsti per giugno».
Sul piano formale, il percorso si chiude qui. Ma sul piano politico e finanziario, le domande più scomode restano aperte.
Come funziona il meccanismo: debito comune, costi reali
Il prestito verrà finanziato attraverso l’emissione di debito comune europeo sui mercati dei capitali. Non è, quindi, un trasferimento diretto dai bilanci nazionali — almeno non nell’immediato. Tuttavia, gli interessi su quel debito saranno coperti dai bilanci annuali dell’UE: la Commissione europea stima circa 1 miliardo di euro per il 2027 e poi circa 3 miliardi di euro l’anno a partire dal 2028, a tempo indefinito.
Quei miliardi annui provengono dai contributi degli Stati membri. In altri termini: i cittadini europei, attraverso le rispettive fiscalità nazionali, pagheranno ogni anno gli interessi su un debito contratto per sostenere un paese terzo in guerra.
Quanto al capitale — i 90 miliardi veri e propri — l’Ucraina sarà tenuta a restituirlo solo nel caso in cui la Russia versi riparazioni di guerra. Scenario che Mosca ha già escluso categoricamente. La Commissione afferma di poter rivalersi sui circa 210 miliardi di asset russi immobilizzati, ma si tratta di una partita legale e diplomatica ancora del tutto aperta.
La struttura del prestito: 30 miliardi civili, 60 militari
Dei 90 miliardi complessivi, 30 saranno destinati al sostegno macrofinanziario e di bilancio, erogati tramite lo Strumento per l’Ucraina. I restanti 60 miliardi andranno al rafforzamento delle capacità militari di Kiev: acquisto di equipaggiamenti, difesa, armamenti. Una proporzione che non è passata inosservata nel dibattito interno europeo.
Il Parlamento europeo aveva già dato il via libera con procedura d’urgenza, approvando i tre atti legislativi necessari: la proposta principale con 458 voti favorevoli e 140 contrari, la modifica dello Strumento per l’Ucraina con 473 sì e 140 no, e la revisione del bilancio pluriennale UE con 490 favorevoli e 130 contrari. Minoranze significative, dunque, non trascurabili.
Il veto ungherese e la storia politica dell’accordo
La strada verso questo accordo non è stata lineare. A febbraio 2026, l’Ungheria di Viktor Orbán aveva posto il veto bloccando tutto. Il premier ungherese aveva legato il proprio no alla questione del gasdotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso Budapest e Bratislava, danneggiato e poi riparato. Solo dopo la riparazione della pipeline e, soprattutto, dopo la sconfitta elettorale di Orbán per mano dell’opposizione guidata da Péter Magyar, il blocco si è sbloccato.
L’accordo è stato adottato con la procedura di cooperazione rafforzata, escludendo Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, che hanno scelto di non partecipare. I rimanenti 24 Stati membri — Italia compresa — sosterranno gli oneri finanziari collettivi.
Le domande che restano senza risposta
Il nodo politico che attraversa il dibattito europeo è brutalmente semplice: mentre i governi invocano austerità, tagli alla spesa sanitaria, riduzione degli investimenti in infrastrutture e contenimento del welfare, l’Unione europea si impegna a erogare decine di miliardi — in larga parte a fondo perduto, nella sostanza — a un paese in guerra.
La Commissione ha risposto che i finanziamenti sono condizionati a riforme su democrazia, stato di diritto e lotta alla corruzione, e che il meccanismo di garanzia prevede sospensioni in caso di regressione. Ma i critici fanno notare che simili condizionalità vengono applicate con più rigore ai paesi membri che a Kiev.
Nessuno, fino ad ora, ha fornito una risposta convincente alla domanda su cosa accada se la Russia non paga mai le riparazioni e gli asset immobilizzati si rivelano irrecuperabili in sede legale. In quel caso, i 90 miliardi diventerebbero una perdita netta garantita dai contribuenti europei.
I primi pagamenti sono attesi per giugno 2026. Il dibattito sul chi paga e perché è appena cominciato.