— 📻 Radio Byoblu 3.0 Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter ♥ Sostieni
Il primo blog di informazione indipendente
Ultim'ora
Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter byoblu [3.0]
Società

Abolire quasi tutte le carceri: la proposta dell’ex direttore Galli

L’avvocato tedesco Thomas Galli spiega perché la detenzione fa più danni che benefici. In Italia intanto 63.868 detenuti per 46.124 posti.
Byoblu·21 giugno 2026
Società — Byoblu
🔊 Ascolta l’articolo

Un ex direttore di carceri che chiede di abolire quasi tutte le prigioni. Non è un paradosso, ma la posizione di Thomas Galli, avvocato tedesco che per quindici anni ha gestito istituti di pena in Germania, tra cui quello di Zeithain, in Sassonia. In un’intervista al quotidiano tedesco Welt, Galli ribadisce una tesi che porta avanti da anni: le celle producono, nella stragrande maggioranza dei casi, più danni che benefici, tanto per i detenuti quanto per la società.

Chi è Galli e cosa propone davvero

Prima di tutto, è necessario capire esattamente cosa sostenga Galli, per evitare l’equivoco più immediato: non si tratta di rimettere in libertà stupratori e pedofili. La sua critica si concentra sulla composizione reale della popolazione carceraria, che — secondo i dati che cita con riferimento alla Germania — è formata per circa i due terzi da persone condannate per reati contro il patrimonio: furti, frodi, appropriazione indebita. In Germania, stando alle cifre riportate nel suo libro Weggesperrt (pubblicato nel 2020), ogni anno circa 50.000 persone finiscono in cella non perché abbiano commesso reati gravi, ma perché non riescono a pagare una multa.

Per i casi più gravi — quelli che lui stesso definisce come persone «le cui azioni le hanno portate lontano dal comportamento umano» — Galli non esclude la privazione della libertà, ma immagina strutture residenziali sicure e aperte, dove i detenuti possano lavorare e mantenere una dignità umana, destinando quanto prodotto al risarcimento delle vittime.

Il cuore della sua proposta è la cosiddetta giustizia riparativa: sostituire la logica della punizione — che a suo avviso non riduce la recidiva, non protegge meglio la società e non risarcisce le vittime — con percorsi che coinvolgano autori del reato, vittime e comunità. Assistenti sociali, psicologi, misure alternative come gli arresti domiciliari con controllo elettronico: strumenti che esistono già ma vengono usati in modo residuale.

Galli è anche critico verso la narrazione pubblica attorno al carcere: «Molti pensano che in prigione ci siano principalmente stupratori e assassini», ha dichiarato in più occasioni, mentre la realtà statistica racconta tutt’altro. E sottolinea una sproporzione sociale: chi commette danni economici enormi — manager, banchieri, trafficanti di armi legali — raramente finisce dietro le sbarre, mentre un tossicodipendente che ruba una bottiglia di superalcolici rischia la detenzione.

Il caso italiano: numeri che parlano da soli

Le riflessioni di Galli trovano un terreno di riscontro immediato nella realtà italiana, che presenta uno dei tassi di sovraffollamento carcerario più alti d’Europa. Secondo i dati pubblicati dall’associazione Antigone — che dal 1998 conduce monitoraggi indipendenti sulle carceri italiane — alla fine di novembre 2025 negli istituti penitenziari italiani erano detenute 63.868 persone, a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti. Il tasso nazionale di sovraffollamento ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti che superano il 150% e alcuni che toccano punte superiori al 200%: a Lucca il tasso è del 247%, a Milano San Vittore del 231%, a Foggia del 215%.

Mancano all’appello quasi 18.000 posti rispetto alle presenze effettive. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate da Antigone non vengono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona, previsti per legge. Oltre la metà degli istituti ha celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 la preveda come obbligatoria. Nel 45,1% degli istituti manca l’acqua calda o si registrano condizioni igieniche inadeguate.

La sofferenza psichica è un’emergenza concreta: l’8,9% dei detenuti visitati presentava una diagnosi psichiatrica grave e il 44,4% faceva uso di sedativi o ipnotici, spesso come strumento di gestione dell’ordine interno piuttosto che per reali necessità terapeutiche. Nel 2024 si sono registrati 91 suicidi, il dato più alto da quando esistono rilevazioni sistematiche in materia; nel 2025 i suicidi sono stati 79, su un totale di 238 decessi in carcere.

Ad aggravare il quadro, il governo in carica ha introdotto, dalla sua entrata in funzione, oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, con 65 inasprimenti sanzionatori, secondo quanto riporta il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, pubblicato nel maggio 2026 e intitolato significativamente Tutto chiuso. Il risultato è un aumento della popolazione carceraria non correlato a un aumento della criminalità: nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono diminuiti del 4,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Armamenti sì, carceri no

C’è un elemento che accomuna il dibattito tedesco portato avanti da Galli e quello italiano: la questione delle risorse. Le infrastrutture penitenziarie — come quelle sanitarie e quelle stradali — vengono sistematicamente sottofinanziate, mentre i bilanci della difesa crescono. Il piano carceri annunciato dal governo italiano per il 2025 avrebbe dovuto produrre 864 nuovi posti: il risultato è stato invece una perdita netta di 700 posti, anche a causa di eventi come l’incendio di San Vittore.

Antigone segnala che il 38% dei detenuti italiani ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione. Queste misure, secondo le evidenze disponibili, riducono significativamente la recidiva e risultano meno costose della detenzione ordinaria. Ma restano eccezioni: solo il 3,7% dei detenuti lavora con datori di lavoro esterni e solo il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale.

Gli orizzonti nel prossimo futuro

Il dibattito innescato dalle dichiarazioni di Galli si inserisce in un contesto europeo in cui la riflessione sulle alternative alla detenzione sta guadagnando spazio. In Italia, le prossime tappe saranno legate all’iter parlamentare dei DDL sicurezza 2025 e 2026, che secondo Antigone rischiano di aggravare ulteriormente il quadro. Le associazioni indipendenti continuano a chiedere un’inversione di rotta che rimetta al centro la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione italiana.

📻 RADIO Caricamento…