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Cronaca

Adinolfi in carcere. Revocati i domiciliari: “Mi arrestano perché scrivo su Facebook”. Due domande facciamocele però.

Il gip aggrava la misura cautelare: 72 pubblicazioni tra blog e social durante i domiciliari. Il leader del Popolo della Famiglia trasferito a Regina Coeli
Byoblu·21 settembre 2026
Cronaca — Byoblu
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«Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto». Con queste parole Mario Adinolfi ha annunciato sul proprio profilo il passaggio dai domiciliari alla cella. Il giornalista romano, 55 anni, leader del Popolo della Famiglia, è stato trasferito nelle scorse ore nel carcere di Regina Coeli, a Roma, dopo che il gip Giulia Arcieri ha aggravato la misura cautelare che dall’8 luglio lo teneva confinato nella sua abitazione. La ragione non sta nelle accuse originarie, ma in quel che ha fatto mentre era recluso in casa: ha continuato a pubblicare.

Settantadue pubblicazioni e un divieto assoluto

L’ordinanza che gli aveva concesso i domiciliari conteneva una prescrizione netta: vietato «utilizzare in alcun modo, salvo che per contatti con il difensore, i dispositivi telefonici, informatici e telematici». Nessuno smartphone, nessun computer, nessuna connessione. Per la Guardia di Finanza del comando provinciale di Roma, che ha eseguito il nuovo provvedimento su delega della procura, quella regola è stata infranta «con cadenza quotidiana».

I numeri messi nero su bianco dai finanzieri parlano di 49 articoli firmati da Adinolfi comparsi sul suo blog e di altri 23 post sul suo profilo Facebook. In totale, 72 contenuti in poco più di due mesi. Per il giudice questa produzione costante costituisce una violazione delle prescrizioni, con un aggravamento del rischio di reiterazione del reato e un pericolo di inquinamento probatorio. Da qui la decisione di disporre la custodia cautelare in carcere.

È lo stesso Adinolfi, con un gesto che sembra quasi una firma, ad aver diffuso l’ordinanza pubblicandola su Facebook, cioè attraverso il canale il cui uso gli era stato vietato.

L’inchiesta su “Scommessa Collettiva”

Il quadro di partenza è quello dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, che contesta ad Adinolfi truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo della raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Al centro c’è “Scommessa Collettiva”, un cosiddetto betting group ideato e promosso sui social. Secondo l’accusa, un numero considerevole di persone avrebbe versato somme ingenti, in alcuni casi oltre 100mila euro a testa, per acquistare “quote” di partecipazione, attratte dalla promessa di rendimenti elevati e garantiti, dal richiamo ad algoritmi e strategie di scommessa presentate come infallibili e dalla fiducia riposta nella figura pubblica dell’ideatore. Molti non avrebbero rivisto né il capitale né i guadagni prospettati.

A luglio, insieme ai domiciliari, era stato eseguito un sequestro preventivo per oltre 400mila euro. Il tribunale del Riesame ha poi respinto la richiesta della difesa di annullare la misura. In sede civile, inoltre, Adinolfi sarebbe stato condannato a restituire 62mila euro a un investitore, con il tribunale che avrebbe definito lo schema «evidentemente fraudolento». Nell’interrogatorio di garanzia, e in ogni occasione pubblica successiva, Adinolfi si è sempre dichiarato innocente.

Perché, dunque, Adinolfi va in carcere?

La frase «mi portano in carcere perché scrivo su Facebook» è efficace, ma chiaramente non dice tutto. Formalmente il giudice non ha punito il contenuto dei post: ha sanzionato la violazione di una prescrizione. Se ti viene imposto di non toccare un telefono e tu pubblichi 72 volte, il problema, dal punto di vista di chi ha firmato l’ordinanza, non è ciò che dici ma il fatto che stai violando un presupposto alla base dei domiciliari. Su questo Adinolfi non può sorprendersi: la regola era scritta, e lui l’ha ignorata a ripetizione, quasi a volerla sfidare.

Detto questo, la questione che il leader del Popolo della Famiglia solleva non è affatto banale. Un giornalista, un uomo che vive di parola pubblica, sia pure accusato di reati finanziari, si ritrova con un divieto totale di comunicare col mondo attraverso qualunque dispositivo. Non un divieto di parlare con le presunte vittime o di promuovere investimenti o di trattare l’inchiesta: un bavaglio digitale integrale. Peraltro, alle soglie delle prossime elezioni politiche e come rappresentante di un partito che presumibilmente avrebbe potuto competere. È proporzionato? Quale prova poteva inquinare un articolo di opinione sul suo blog? Quale reato avrebbe potuto reiterare postando su Facebook, se il reato contestato è la raccolta abusiva di denaro?

Sono domande legittime, che riguardano non solo Adinolfi ma il modo in cui si maneggiano le misure cautelari quando l’indagato è una figura pubblica e sgradita a molti. La cronaca giudiziaria italiana è piena di indagati per reati economici ben più gravi che hanno continuato a rilasciare interviste, tenere comizi e gestire profili social senza che nessuno pensasse di spedirli in cella. Il trattamento riservato ad Adinolfi appare, quanto meno, insolitamente severo. Lui stesso, nei mesi scorsi, aveva denunciato una disparità di trattamento giudiziario e mediatico nei suoi confronti. Oggi quel sospetto trova un nuovo argomento.

La libertà di parola e il processo per i reati finanziari sono due piani distinti

Il fatto che il divieto di usare un telefono appaia sproporzionato non dice nulla sulla fondatezza delle accuse. Ci sono persone che sostengono di aver perso decine, in alcuni casi centinaia di migliaia di euro dietro la promessa di scommesse infallibili. Le loro denunce sono il punto di partenza di tutto, e nessuna battaglia per la libertà di parola può cancellarle. Sarà un processo a stabilire se Adinolfi abbia costruito uno schema fraudolento o sia vittima di un’inchiesta gonfiata.

Quello che invece si può dire fin da ora è che lo Stato ha scelto di mettere in carcere un uomo, in attesa di giudizio, per 72 pubblicazioni. Non perché abbia contattato testimoni né perché sia fuggito e né tantomeno per avere raccolto altri soldi, ma per aver scritto dei post su Facebook al fine di fare quello che sa fare: il giornalista. Si può ritenere che se la sia cercata, e forse è così. Ma un Paese in cui la risposta a un indagato che “comunica” la sua condizione è la cella dovrebbe, come minimo, farsi qualche domanda. Ci sono stupratori che vengono liberati e non fanno un giorno di prigione. Si può finire dietro le sbarre perché si fanno legittimamente post sui social? Adinolfi dice di essere «il primo italiano nella storia» a finire dentro per questo. Adinolfi può piacere o meno. Si potrà dimostrare che sia innocente o meno. Certo è che si è fatto nemici potenti, ultimamente, in ambiti che nulla hanno a che fare con l’inchiesta in cui è indagato. La storia di questo paese dovrebbe ricordarci che non sempre la giustizia è uguale per tutti.

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