Arrestato Adinolfi: truffa ed evasione fiscale con la «scommessa collettiva». Ma recentemente si era esposto molto.

Mario Adinolfi, giornalista, politico cattolico-conservatore e leader del Popolo della Famiglia, è stato posto agli arresti domiciliari stamane dalla Guardia di Finanza su ordine della Procura di Roma. Le accuse sono truffa aggravata ed evasione fiscale. Al centro dell’inchiesta c’è un meccanismo denominato «Scommessa Collettiva», attraverso cui sarebbero stati raccolti milioni di euro da privati con la promessa di rendimenti legati alle scommesse sportive. Secondo la Procura, il sistema avrebbe prodotto un danno complessivo prossimo ai cinque milioni di euro; altri 400mila euro sarebbero il frutto dell’evasione fiscale contestata dagli investigatori.
Come funzionava la «Scommessa Collettiva»
Il meccanismo, almeno nella sua veste pubblica, non era particolarmente sofisticato. I partecipanti versavano quote in un fondo comune. Adinolfi avrebbe gestito le decisioni sulle scommesse sportive da effettuare. Le vincite avrebbero alimentato il fondo, garantendo la restituzione del capitale e un rendimento. Un rendimento che, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, veniva prospettato fino al 40% annuo, con tanto di garanzia sul capitale investito.
È qui che scatta il campanello d’allarme. Non si tratta di una schedina tra amici: è un circuito strutturato di raccolta di denaro privato con promesse di guadagno garantito. Un profilo che gli investigatori ritengono compatibile con uno schema Ponzi: i rimborsi ai partecipanti sarebbero stati finanziati non dalle vincite sportive, ma con i versamenti dei nuovi entranti, mentre solo una parte residuale delle somme sarebbe finita nelle giocate vere e proprie. Il resto, secondo la Procura, sarebbe stato usato per rimborsi selettivi, trasferimenti e spese di lusso. Tra le causali dei bonifici, riportano le ricostruzioni, compariva anche la formula «Cristo regna».
Il sistema non era nato ieri. Già nel 2012 Adinolfi ne parlava pubblicamente sui social, presentandolo come un’attività avviata da anni, fondata su un «gioco razionale» orientato a «vincere poco e sempre». E in un testo pubblicato sul sito del Popolo della Famiglia si leggeva che la Scommessa Collettiva era attiva «da tredici anni» e aveva «fatto ricchi tutti i suoi soci».
Le testimonianze e l’inchiesta delle Iene
La vicenda era diventata pubblica soprattutto a partire dal settembre 2025, quando la trasmissione Le Iene aveva avviato una lunga serie di servizi con testimonianze di persone che sostenevano di aver perso i propri risparmi. I casi emersi sono emblematici: una donna di quasi settant’anni, invalida, che avrebbe versato 82mila euro — i risparmi di una vita — senza riaverli; un imprenditore che avrebbe investito oltre 200mila euro. Secondo il calcolo della trasmissione, basato sui soli casi esaminati, le persone ascoltate avrebbero versato complessivamente 971mila euro, ricevendone indietro poco più di 326mila. La Procura di Roma ha raccolto circa dieci testimonianze di persone che sostengono di non aver recuperato le somme investite.
Adinolfi ha sempre respinto le accuse, parlando di ritardi burocratici e controlli antiriciclaggio. E soprattutto ha contrattaccato: ha annunciato denunce e querele contro la trasmissione e contro i vertici di Mediaset, avviando azioni legali per diffamazione.
L’attacco a Mediaset e il tridente con Corona e Vannacci
Nei mesi precedenti all’arresto, Adinolfi aveva condotto sui propri canali Instagram un attacco frontale e durissimo contro Mediaset, in relazione al caso Alfonso Signorini. Un attacco pubblico, virale, dal tono particolarmente aggressivo verso l’azienda e i suoi vertici.
Oggi la Procura di Roma lo pone agli arresti domiciliari per truffa ed evasione fiscale, in un’inchiesta che — come documentano le fonti — era già nei cassetti degli investigatori da tempo, stimolata anche proprio dalle inchieste de Le Iene, trasmissione Mediaset. Senza contare le trattative con il generale Roberto Vannacci per l’uso del simbolo Il Popolo della Famiglia nella corsa alle politiche 2027, e il pieno sostegno dato ripetutamente a Fabrizio Corona, anche in relazione alle possibilità di una sua candidatura.
I fatti sono fatti: l’indagine esiste, le testimonianze esistono, il provvedimento cautelare è reale. Senza nulla togliere alle carte processuali e alle future sentenze che accerteranno le responsabilità, certo è che quando si attacca il potere viene sempre spontaneo chiedersi se e in che misura i potenti abbiano la possibilità di influire, accelerare, imprimere una svolta.
La giustizia fa il suo corso. E qualche volta sceglie il momento più opportuno, tanto che è invalso il termine “giustizia ad orologeria”. Ma ogni valutazione va rimandata all’esito della valutazione dei documenti.
In ogni caso, nei prossimi giorni Adinolfi sarà presumibilmente sentito dalla Procura per il primo interrogatorio e dal gip per la convalida del fermo. La partita è dunque aperta, e dai giornali si sposta in aula. Sarebbe prudente, nel frattempo, evitare di alimentare il perverso meccanismo mediatico che passa sotto al nome di “sbatti il mostro in prima pagina“.