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Tecnologia

AI e sorveglianza di massa: come e in quanti modi ci sorvegliano.

L’intelligenza artificiale al servizio dei governi occidentali: sul serio siamo così diversi dalla Cina?
Byoblu·19 giugno 2026
Tecnologia — Byoblu
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Non è fantascienza, non è un film distopico. È il 2026 e l’intelligenza artificiale è già profondamente integrata negli apparati di sicurezza e sorveglianza dei governi di tutto il mondo, democrazie incluse. Il dibattito pubblico sull’argomento è rimasto spesso vago e astratto. Proviamo invece ad andare nel concreto, con esempi precisi e qualche domanda scomoda.

Cosa permette di fare l’IA applicata alla sorveglianza?

L’intelligenza artificiale non è semplicemente una telecamera più intelligente. È un sistema capace di aggregare, correlare e interpretare dati provenienti da fonti radicalmente diverse: telecamere stradali, microfoni ambientali, cronologie di navigazione, movimenti bancari, geolocalizzazione degli smartphone, profili sui social network, riconoscimento facciale in tempo reale, analisi del tono della voce nelle telefonate.

Un sistema del genere può, in linea teorica, costruire un profilo comportamentale dettagliato di qualsiasi individuo senza che questi ne sia consapevole. Può identificare chi partecipa a una manifestazione di protesta incrociando le immagini delle telecamere con i dati telefonici. Può segnalare automaticamente come “sospetto” chi acquista certi libri, frequenta certi luoghi o comunica con certi contatti.

Non si tratta di ipotesi remote. Stando a quanto riportato dall’Electronic Frontier Foundation (EFF), organizzazione non profit specializzata nella difesa dei diritti digitali, questi strumenti sono già in uso presso alcune agenzie federali statunitensi, spesso senza un chiaro quadro giuridico di riferimento.

Il caso USA: l’udienza al Congresso

Il 4 giugno 2026, il dottor Matthew Guariglia, analista senior di politiche dell’EFF, ha testimoniato davanti alla Sottocommissione per la Cybersicurezza e la Protezione delle Infrastrutture della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. L’udienza era dedicata al panorama della sicurezza nell’era dell’IA, ma Guariglia ha trasformato l’occasione in un atto d’accusa contro l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle agenzie governative.

“L’uso dell’IA generativa per la sorveglianza di massa governativa potrebbe turboalimentare violazioni incostituzionali delle libertà civili”, ha dichiarato il ricercatore, aggiungendo un dettaglio inquietante: un errore di un sistema IA avrebbe inviato reclute del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) sul campo senza la necessaria formazione. “Ci sono probabilmente altri esempi ancora più gravi che non conosciamo, perché coperti dalla classificazione secretata”, ha sottolineato Guariglia.

La domanda posta da Guariglia è brutale nella sua semplicità: il problema non è come frenare l’IA, ma come frenare le agenzie che vorrebbero scatenarla sul pubblico americano.

La Cina: il modello che l’Occidente dice di voler evitare (e imita)

Per capire dove può arrivare la sorveglianza algoritmica, il riferimento inevitabile è la Cina. Il sistema di credito sociale cinese — nelle sue varie incarnazioni locali e nazionali — utilizza l’IA per monitorare comportamenti, assegnare punteggi ai cittadini e condizionare l’accesso a servizi pubblici, trasporti, istruzione e lavoro.

Le tecnologie impiegate includono:

* Riconoscimento facciale su scala nazionale: la Cina dispone di una rete stimata in oltre 700 milioni di telecamere (dato che richiederebbe verifica aggiornata), molte dotate di IA per l’identificazione in tempo reale;

* Analisi predittiva del comportamento: algoritmi addestrati per identificare pattern di movimento o comunicazione associati a dissidenza politica o attività ritenute antisociali;

* Integrazione bancaria e social: ogni transazione, ogni post, ogni ricerca online confluisce in un unico sistema di valutazione dell’individuo.

Il risultato, documentato da organizzazioni come Human Rights Watch, è una società in cui l’autocensura è endemica: le persone modificano i propri comportamenti non perché qualcuno le osservi, ma perché sanno di poter essere osservate. Il filosofo Jeremy Bentham chiamava questo effetto “Panopticon” già nel 1791. L’IA lo ha reso scalabile a miliardi di persone.

Ma l’Occidente è davvero diverso?

Questa è la domanda provocatoria che merita risposta onesta: no, non così tanto come ci piacerebbe credere.

Negli Stati Uniti, il sistema Palantir — sviluppato dall’omonima società co-fondata da Peter Thiel — è già utilizzato da FBI, CIA, ICE (l’agenzia per l’immigrazione) e da decine di forze di polizia locali. Palantir aggrega dati da fonti eterogenee per costruire reti di connessioni tra individui. Non è classificato: è semplicemente poco noto al pubblico.

In Europa, inclusa l’Italia, sistemi di riconoscimento facciale sono stati sperimentati in contesti aeroportuali, alle frontiere e persino durante eventi sportivi. Il Regolamento europeo sull’IA (AI Act), entrato in vigore nel 2024, teoricamente vieta la sorveglianza biometrica di massa in spazi pubblici, ma prevede eccezioni così ampie in materia di sicurezza nazionale da svuotarne di fatto la portata.

Nella pratica, la differenza tra il modello cinese e quello occidentale è oggi più di grado che di natura. In Cina la sorveglianza è sistematica, dichiarata e centralizzata. In Occidente è frammentata, spesso opaca, affidata a soggetti privati e difficilmente sindacabile dai cittadini.

Il problema della “scatola nera”

Uno degli aspetti più critici sollevati dall’EFF riguarda l’opacità dei sistemi IA commerciali utilizzati dallo Stato. Le aziende private che li sviluppano non sono obbligate a rendere pubblici i propri algoritmi. I cittadini non possono sapere su quali dati sono stati addestrati, con quali bias, e quando producono errori.

L’IA ha già dimostrato di sbagliare in modo sistematico: algoritmi di riconoscimento facciale mostrano tassi di errore significativamente più alti su persone di pelle scura e su donne, come documentato da studi del MIT Media Lab. Almeno tre cittadini americani sono stati arrestati erroneamente sulla base di un’identificazione facciale errata, secondo quanto riportato dall’American Civil Liberties Union. In un sistema automatizzato e non trasparente, questi errori rischiano di moltiplicarsi invisibilmente.

Chi sta resistendo?

Non tutto è perduto. Diverse città americane — tra cui San Francisco, Oakland e Boston — hanno già vietato l’uso del riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine locali. Il Congresso americano discute da mesi proposte di legge per imporre standard minimi di trasparenza e responsabilità agli usi governativi dell’IA. Organizzazioni come l’EFF conducono battaglie legali e di sensibilizzazione pubblica.

In Europa, attivisti e giuristi stanno testando i limiti del nuovo AI Act attraverso ricorsi amministrativi e denunce alle autorità per la protezione dei dati.

La partita è aperta. Ma il tempo stringe: ogni mese che passa, i sistemi di sorveglianza si radicano più profondamente nelle infrastrutture statali, diventando progressivamente più difficili da smantellare. Come ha ricordato Guariglia al Congresso americano, il vero nodo non è tecnologico. È politico: chi decide cosa possono fare questi sistemi, su chi, e con quali limiti.

Questo articolo si basa su testimonianze pubbliche al Congresso degli Stati Uniti e su analisi pubblicate da Electronic Frontier Foundation e Naked Capitalism.

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