Palestina, Albanese: accuse di finanziamenti e antisemitismo
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, è al centro di un’offensiva che in pochi giorni si è sviluppata su più piani. L’Anti-Defamation League (ADL), una delle principali organizzazioni ebraiche statunitensi, ha raccolto in un dossier intitolato «Francesca Albanese in Her Own Words» le dichiarazioni della giurista italiana che giudica antisemite o di legittimazione della violenza. Lunedì scorso l’ong ginevrina UN Watch ha presentato al Parlamento britannico una stima di 2,56 milioni di dollari di sostegni esterni associati al suo mandato. Venerdì una deputata di Fratelli d’Italia ha depositato un’interrogazione al ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nel frattempo un’ex relatrice Onu l’ha accusata di parzialità e un’attrice israeliana le ha fatto causa per diffamazione.
Albanese e le accuse di antisemitismo nel dossier dell’ADL
L’ADL sostiene che Albanese, in carica dal maggio 2022, abbia violato il codice di condotta dei relatori speciali, che impone moderazione, discrezione e valutazioni fondate su dati oggettivi. Il dossier mette in fila post e interventi pubblici degli ultimi anni.
Tra gli episodi citati c’è la risposta a Emmanuel Macron del febbraio 2024. Il presidente francese aveva definito il 7 ottobre «il più grande massacro antisemita del secolo». Albanese replicò che le vittime erano state uccise «in risposta all’oppressione di Israele» e non in quanto ebree. Francia e Germania la condannarono formalmente: secondo l’ADL, è la prima volta che due governi europei prendono una posizione simile contro un relatore Onu.
L’organizzazione contesta poi i paragoni tra la guerra a Gaza e il Terzo Reich, alcune frasi del 2024 sulle violenze sessuali del 7 ottobre, un post del maggio scorso sul concetto di «popolo eletto» e l’intervento del 7 febbraio al Forum di Al Jazeera a Doha. In quell’occasione Albanese parlò di un «nemico comune» dell’umanità. Nel testo integrale riportato dalla stessa ADL il riferimento resta generico, e l’organizzazione precisa che la frase è stata «ampiamente interpretata» come rivolta a Israele. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, davanti all’Assemblea nazionale, la definì allora un’«attivista politica» e negò che fosse un’esperta indipendente.
Il dossier richiama infine un post del 2014 su un’America «soggiogata dalla lobby ebraica». Albanese ha dichiarato di essersene pentita. Più in generale respinge le accuse di antisemitismo e di parzialità, sostenendo di operare entro i confini del proprio mandato.
Finanziamenti sospetti? Cosa dice davvero il database di UN Watch
UN Watch, diretta da Hillel Neuer e spesso indicata come vicina alle posizioni israeliane, ha costruito una banca dati sui sostegni ricevuti dai titolari delle procedure speciali Onu tra il 2016 e il 2025. Il totale stimato è di circa 88,2 milioni di dollari, distribuiti su 140 mandati e provenienti da 366 donatori esterni. Tra questi figurerebbero Cina, Russia, Al Jazeera, Amnesty International e le Open Society Foundations. Circa 11,9 milioni, secondo l’ong, sarebbero stati riportati solo in parte o omessi nelle comunicazioni ufficiali.
La quota associata ad Albanese è stimata in 2.563.753 dollari. Il database non registra alcun versamento diretto in denaro. Circa 1,82 milioni corrispondono al valore attribuito a personale e assistenti di supporto, i restanti 739mila a beni e servizi: viaggi, uffici, stampa. Fra i soggetti indicati compaiono università come la Columbia, Galway, l’Erasmus di Rotterdam, la SOAS di Londra, Westminster e Pisa. UN Watch contesta in particolare 646mila dollari attribuiti a «fonti non divulgate» e alcuni viaggi sostenuti da Al Jazeera e da associazioni filopalestinesi.
Il dato va letto alla luce di una regola poco nota. I relatori speciali non ricevono uno stipendio dall’Onu e svolgono il mandato grazie a mezzi di funzionamento e assistenza, spesso forniti da atenei e istituzioni esterne. UN Watch chiede infatti obblighi di dichiarazione più stringenti e un controllo indipendente per tutti gli esperti, segno che la questione riguarda il sistema nel suo insieme. Sul precedente più discusso, il viaggio in Australia e Nuova Zelanda del novembre 2023, un comitato interno delle procedure speciali aveva riconosciuto cofinanziamenti esterni parziali senza ravvisare violazioni del codice di condotta.
L’interrogazione di Ambrosi a Tajani sulla relatrice Onu
La deputata Alessia Ambrosi ha chiesto al ministro Tajani di promuovere approfondimenti nelle sedi internazionali e, se le contestazioni fossero confermate, di sostenere la rimozione di Albanese. Nella stessa nota la parlamentare riconosce che la cifra di 2,56 milioni «non rappresenta somme accertate come incassate direttamente» né costituisce «di per sé una prova di finanziamenti illeciti». La richiesta riguarda la completezza della rendicontazione.
Il caso Edwards e lo scontro tra relatori Onu sul 7 ottobre
Il 19 ottobre l’australiana Alice Jill Edwards, relatrice Onu sulla tortura fino a luglio, ha accusato Albanese e Reem Alsalem, relatrice sulla violenza contro le donne, di non aver mai documentato formalmente le violenze subite dagli israeliani il 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi. Ha definito i loro rapporti «unilaterali e virulenti».
Alsalem ha replicato di aver sempre condannato le violenze sessuali contro le donne israeliane e ha accusato Edwards di non aver condiviso le prove raccolte quando, nel dicembre 2023, le aveva chiesto di esaminarle. Albanese ha commentato sotto il post della collega: «Quando le bugie sono tutto ciò che resta per continuare a essere rilevanti». Il portavoce del segretario generale, Stéphane Dujarric, ha ricordato che i relatori sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio dei diritti umani e non dipendono da António Guterres.
La causa di Sarai Givaty contro Albanese a Gerusalemme
Martedì scorso l’attrice e modella israeliana Sarai Givaty ha chiesto al tribunale di Gerusalemme un risarcimento di 500mila shekel, circa 143mila euro. Al centro c’è un post del 19 settembre in cui Albanese rilanciava 23 secondi di un’intervista dell’attrice sui bambini e la radicalizzazione, accostandoli alle giustificazioni dei gerarchi nazisti a Norimberga. Givaty sostiene che le sue parole siano state estrapolate dal contesto e di aver ricevuto minacce di morte. L’azione è promossa dall’organizzazione legale israeliana Shurat HaDin, la cui avvocata Nitsana Darshan-Leitner contesta in anticipo l’immunità legata all’incarico Onu.
Albanese, sanzioni Usa e indipendenza dei mandati Onu
Le nuove accuse si sommano a una pressione costante. Nel luglio 2025 gli Stati Uniti hanno sanzionato la relatrice per il suo sostegno ad azioni della Corte penale internazionale contro funzionari e aziende statunitensi e israeliane, una misura contestata dal presidente del Consiglio dei diritti umani. Nell’aprile 2025 lo stesso Consiglio aveva rinnovato il suo mandato per altri tre anni, nonostante l’opposizione di Israele, Stati Uniti, Argentina, Paesi Bassi e Ungheria.
Il suo lavoro ruota attorno alle accuse di genocidio a Gaza e alle complicità economiche e militari che lo rendono, nelle sue parole, «redditizio». È una posizione che ha trovato convergenze in altri organismi internazionali e che la espone agli attacchi dei governi e delle organizzazioni schierate con Israele, da cui provengono quasi tutte le contestazioni di questi giorni.
La trasparenza sui sostegni esterni resta una questione legittima e investe 140 mandati. Il caso Albanese, per ora, poggia su stime di un’ong di parte e su un precedente già esaminato senza esiti disciplinari. Ora Tajani deve rispondere all’interrogazione, mentre si atttende la decisione del tribunale di Gerusalemme sull’immunità della relatrice. Solo il Consiglio dei diritti umani può intervenire su un mandato che scade nel 2028.