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Cronaca

Alemanno, ricorso del ministero per 6 giorni di pena! Lui: “È un accanimento!”

Lo Stato mobilita avvocati e giudici supremi per rimandare in cella l’ex sindaco meno di una settimana. Lui: “Accanimento”. E le carceri scoppiano.
Byoblu·25 luglio 2026
Cronaca — Byoblu
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Sei giorni. Non sei anni, non sei mesi: sei giorni. È questa la posta in gioco per cui il Ministero della Giustizia ha deciso di ricorrere in Cassazione contro Gianni Alemanno. Stamattina i Carabinieri della stazione di Monte Mario hanno notificato all’ex sindaco di Roma — uscito da Rebibbia lo scorso 24 giugno dopo un anno e dieci mesi di reclusione per traffico di influenze — l’impugnazione dell’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza gli aveva ridotto la pena di sei giorni. Motivo della riduzione: le condizioni inumane e degradanti in cui era detenuto. Motivo del ricorso: chissà.

Perché qui la domanda sorge spontanea, e non serve una laurea in giurisprudenza per porsela: quanto costa allo Stato italiano mobilitare l’avvocatura, gli uffici ministeriali e la Suprema Corte per tentare di riacciuffare un uomo e riportarlo in cella per meno di una settimana? E soprattutto: perché?

Un ricorso già respinto una volta

La vicenda ha un precedente che rende il quadro ancora più surreale. Quell’ordinanza di riduzione era già stata impugnata dal DAP, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria — un’iniziativa che lo stesso Alemanno definisce un caso “rarissimo se non unico”. Risultato? Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato l’impugnazione il 10 giugno scorso. Partita chiusa, si direbbe. E invece no: adesso è il Ministero in persona a rilanciare, portando la questione davanti alla Cassazione.

“Continua l’accanimento”, denuncia Alemanno, che si chiede senza troppi giri di parole: “Dà fastidio la mia battaglia da destra per ottenere delle carceri meno folli e più funzionali alla riduzione della recidiva al crimine? Si vuole dare una punizione esemplare a chi nella condizione di detenuto ha denunciato questo problema? Al Ministero della Giustizia non hanno niente di meglio da fare?”. E rinnova la richiesta formale di un colloquio con il ministro Nordio, “per illustrargli la situazione reale delle carceri italiane di cui evidentemente a lui non viene reso conto”.

Tre metri quadri: la soglia della dignità

Il suo legale, Edoardo Albertario, parla di situazione “inconcepibile” e mette il dito nella piaga: “Al di sotto dei 3 metri quadri pro capite per detenuto si è nell’ambito della detenzione inumana e degradante e pertanto spetta al detenuto stesso una riduzione di pena. Non siamo noi a dirlo, bensì la magistratura in maniera unanime, che prende le mosse dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”.

Ecco il punto che il Ministero sembra non voler vedere: quei sei giorni non sono un regalo, sono un risarcimento. Lo prevede l’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, lo certifica la giurisprudenza europea. Alemanno ha raccontato dal carcere celle fatiscenti, termosifoni spenti, il bagno nella stessa stanza dove si cucina. Il Tribunale di Sorveglianza gli ha dato ragione. Due volte.

Il condannato che non piace a nessuno

Sia chiaro: Alemanno la sua pena l’ha scontata, e i suoi errori li ha fatti. Condannato a 22 mesi per traffico di influenze in un filone di Mafia Capitale — assolto però da tutte le accuse più pesanti, dall’associazione mafiosa alla corruzione — era finito a Rebibbia la notte del 31 dicembre 2024 per aver violato le prescrizioni dell’affidamento in prova. Regole infrante, conto pagato. Chi invoca la responsabilità personale ha i suoi argomenti, e nessuno qui li nega.

Ma la questione oggi è un’altra. Un ex ministro, un uomo di destra, ha usato la propria detenzione per denunciare dall’interno un sistema carcerario al collasso — sovraffollamento, condizioni degradanti, recidiva alle stelle — dando fastidio, evidentemente, a chi preferirebbe il silenzio. E la risposta dello Stato non è stata affrontare il problema: è stata inseguire lui, per sei giorni di pena, fino in Cassazione. Nel frattempo la sua parabola politica prosegue altrove, con l’avvicinamento all’area sovranista che guarda a Vannacci: segno che la vicenda giudiziaria, comunque finisca, non lo ha tolto dalla scena.

La giustizia dei due pesi

Questa è la fotografia perfetta della giustizia italiana: lenta e indulgente con le stragi da profitto, con le prescrizioni strategiche e i patteggiamenti irrisori dei colletti bianchissimi, ma fulminea e implacabile quando c’è da fare la voce grossa su sei giorni di detenzione. Sei giorni contesi a colpi di ricorsi mentre le carceri traboccano, mentre i detenuti dormono in meno di tre metri quadri, mentre la recidiva certifica ogni anno il fallimento di un sistema che punisce senza rieducare.

Alemanno confida che “sarà la Cassazione a spazzare via questo assurdo e infondato ricorso”. Probabile. Ma intanto una domanda resta lì, sospesa, e la giriamo direttamente a via Arenula: se avete tempo, risorse e determinazione per inseguire un cittadino fino in Cassazione per sei giorni, come mai non trovate tempo, risorse e determinazione per garantire tre metri quadri di dignità a chi sta dietro le sbarre? E soprattutto, quanto costa al contribuente questa solerzia al limite del maniacale?

26 LUGLIO 2026 – AGGIORNAMENTO: NORDIO REVOCA IL RICORSO

Colpo di scena, e stavolta di quelli buoni. Il ministro Nordio ha revocato il ricorso e ha avviato un’indagine interna al Ministero per capire come sia nato quello che — parole sue — “appare come un disguido burocratico”. Lo riporta l’Ansa. Tradotto: nessuno, a via Arenula, vuole più intestarsi la crociata dei sei giorni.

Un disguido burocratico. Prendiamone atto, senza infierire. Resta da capire come un “disguido” arrivi a farsi notificare dai Carabinieri a domicilio, ma per questo c’è l’indagine interna: attendiamo fiduciosi di conoscerne gli esiti.

Quello che invece si può dire fin d’ora è un’altra cosa, e vale più della vicenda di Alemanno. Il ricorso è stato ritirato dopo che la notizia era diventata pubblica, dopo le domande scomode, dopo l’indignazione. Meno male che si sono vergognati. Perché significa che indignarsi serve: che quando i cittadini — e chi li informa — accendono un faro su un’assurdità, l’assurdità qualche volta rientra. Non è poco, di questi tempi.

La partita dei sei giorni si chiude qui. Quella dei tre metri quadri, invece, è ancora tutta aperta. E su quella, signor ministro, l’indagine interna non basta: servirebbe un’indagine dentro le celle. Magari d’estate, coi termosifoni spenti che non servono e i ventilatori che non ci sono. Ma anche qui, Nordio promette che si attiverà. DI certo non ci voleva Alemanno (che ha fatto bene) per accorgersene.

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