— 📻 Radio Byoblu Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter ♥ Sostieni
Il primo blog di informazione indipendente
Ultim'ora
Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter byoblu
Esteri

Ennesimo allarme 007 sui killer di Mosca: ma ecco quello che potrebbe esserci veramente dietro.

Lo scoop del Financial Times sui piani russi contro i manager della difesa viene letto come l’ennesima bufala per giustificare il riarmo. Ma i fatti questa volta suggeriscono un’interpretazione diversa
Byoblu·11 ottobre 2026
Esteri — Byoblu

La Russia starebbe intensificando i tentativi di assassinare i vertici dell’industria della difesa europea. È l’allarme che cinque diverse agenzie di intelligence del continente hanno affidato al Financial Times, uscito stamattina. Nel mirino non ci sarebbero solo gli amministratori delegati dei grandi gruppi, ma anche i dirigenti delle piccole aziende, soprattutto quelle che producono droni o loro componenti. Il motivo dichiarato: indebolire il sostegno a Kiev nei prossimi mesi, ora che il fronte è fermo e l’economia russa arranca.

Fin qui la notizia, rilanciata in poche ore in mezza Europa e che campeggia sulle pagine di tutti i giornali, come sempre.

L’allarme degli 007: cosa c’è nello scoop

Secondo le fonti del quotidiano londinese, il Cremlino avrebbe ordinato di allargare sabotaggi e operazioni «ibride» in Europa. Gli omicidi mirati contro civili europei, un tempo considerati tabù persino dai servizi russi, sarebbero diventati una componente sempre più rilevante di questi piani.

«Il livello di minaccia in Europa è aumentato. Per le cose, ma anche per le persone», ha detto un alto funzionario dell’intelligence europea.

Lunedì scorso il capo dei servizi interni tedeschi (BfV), Sinan Selen, era stato ancora più esplicito davanti ai parlamentari: «La Russia è impegnata nella pianificazione deliberata di atti di violenza contro individui da parte di attori statali o controllati dallo Stato». E ha aggiunto di osservare un’evoluzione «negli obiettivi, nei metodi e negli attori coinvolti, compreso l’uso di strutture della criminalità organizzata».

Il lavoro sporco, quello che nel gergo dei servizi russi si chiama «lavoro bagnato», spetterebbe al GRU, l’intelligence militare. Che avrebbe cambiato metodo: non più singoli agenti «usa e getta» reclutati online per pochi soldi, ma reti transfrontaliere, legami con la criminalità organizzata e compiti divisi tra cellule diverse. Ricognizione, logistica, pianificazione ed esecuzione affidate a mani separate.

Alcuni piani sarebbero già stati sventati. In altri casi sarebbe stata rilevata una sorveglianza sistematica delle abitudini delle vittime designate, a casa e al lavoro. Il BfV ha moltiplicato i contatti con manager e dipendenti delle aziende tedesche del settore, arrivando a consigliare scorte private. Diversi dirigenti confermano, in forma anonima, di aver rafforzato la protezione personale negli ultimi sei mesi su indicazione dei servizi.

Il precedente che ha fatto scuola risale all’inizio del 2024: un presunto complotto contro Armin Papperger, numero uno di Rheinmetall e sostenitore dichiarato del riarmo ucraino, scoperto da intelligence americana e tedesca. Oggi Papperger vive sotto protezione ventiquattr’ore su ventiquattro.

Ma c’è anche il rovescio grottesco. Ad agosto, in Svezia, due giovani turisti russi sono stati arrestati perché avevano piantato una tenda vicino alla proprietà di Micael Johansson, amministratore delegato di Saab. Rilasciati poco dopo. Gli stessi funzionari ammettono che molti tentativi russi sono «dilettanteschi» e facili da neutralizzare. Il problema, dicono, è che così chiunque diventa un sospetto.

L’altra guerra che si combatte fuori dal fronte

La guerra in Ucraina dura dal febbraio 2022. Da tempo va di moda raccontare l’aspetto «ibrido» del conflitto: sabotaggi, incendi, attacchi informatici, droni sopra infrastrutture europee. Bruxelles ne approfitta per mettere a punto risposte collettive sul modello NATO per gli attacchi che restano sotto la soglia dell’articolo 5. Mosca ha sempre respinto le accuse di questo tipo come propaganda occidentale.

Intanto Kiev ha trasformato i droni nella sua arma strategica. In questi giorni ha colpito raffinerie e tre data center di Yandex in territorio russo, uno dei quali ospitava due dei tre supercomputer usati per l’intelligenza artificiale del gruppo. Quei droni, e i loro componenti, li costruiscono anche le piccole aziende europee che oggi si sentono nel mirino.

Quello che però non torna

La reazione pavloviana è nota: Mosca è un mostro, quindi più armi, più spesa, più riarmo. E notizie così sono sempre state usate per rafforzare il consenso politico ai piani di spesa militare europei.

Ma basta leggere con attenzione lo stesso scoop per trovare la chiave di lettura giusta. La pronuncia un funzionario d’intelligence: «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico. Basta far sentire le persone potenziali bersagli perché l’effetto sia raggiunto. Vogliono che ci pensino due volte prima di fare affari con l’Ucraina».

Traduciamo. L’arma non è il killer. È la paura. E la paura non ha bisogno di un sicario per viaggiare: le basta un titolo in prima pagina, ripreso da tutte le agenzie del continente.

Chi ha davvero paura: la startup, non il colosso

Secondo i dirigenti interpellati, i costi della protezione di persone e stabilimenti rischiano di diventare un peso insostenibile, soprattutto per le startup. Un manager racconta di aver già spostato un sito produttivo in Europa occidentale per metterlo al riparo.

Rheinmetall può permettersi le guardie del corpo per il suo amministratore delegato. Un’officina di venti persone che stampa telai per droni no. E qui sta il punto. Il grande riarmo europeo passa per commesse pubbliche miliardarie a pochi colossi. Le forniture rapide e flessibili all’Ucraina passano invece, in buona parte, proprio per quella galassia di piccole imprese. La paura colpisce le seconde molto più dei primi. Le scorte private, poi, sono la classica risposta di facciata: spostano costi, non risolvono il problema.

E dove esce questo allarme? Sul giornale che leggono consigli di amministrazione, fondi d’investimento e assicuratori. Cioè esattamente le persone che decidono se un contratto con Kiev vale il rischio.

Il calendario che dobbiamo mettere in fila

Ora guardiamo la settimana. Venerdì Donald Trump ha annunciato un’intesa con Vladimir Putin che toglie le sanzioni sul diesel russo, decisione che al Congresso qualcuno ha definito una «vergogna». Ieri lo stesso Trump ha attaccato Kiev per i raid sulle raffinerie russe, sostenendo che l’Ucraina non ha il diritto di colpirle e che dovrebbe «farsi un nuovo presidente». Oggi l’Europa si sveglia sapendo che chi produce droni per Kiev rischia la pelle.

Si tratta di fatti e sono innegabilmente convergenti. Mosca vuole meno droni ucraini. Washington vuole che Kiev smetta di colpire le raffinerie e cambi leadership. Un’industria europea intimorita che si sfila dalle forniture va nella stessa direzione di entrambi.

Se chi produce armi per l’Ucraina ha paura, questo si traduce in meno forniture, che significa una Kiev più debole e isolata, e quindi una pressione crescente su Zelensky, magari la sua uscita di scena e un successore disposto a trattare con Mosca. È lo scenario che più di ogni altro aderisce bene alle tempistiche e agli attori coinvolti. Si chiama realpolitik e giustifica l’utilizzo di ogni strumento possibile per conseguire i suoi obiettivi.

Dal finto scoop di El Mundo a quello del Financial Times

A settembre l’allarme su possibili attacchi russi con droni contro Spagna, Francia e Italia, attribuito alla CIA attraverso fonti lituane e pubblicato volutamente da El Mundo, è rimbalzato ovunque come una certezza. Stando a quanto riportato dai fact-checker spagnoli di Maldita, Emmanuel Macron negò che i servizi francesi avessero ricevuto un simile avvertimento dagli americani. Le fonti erano tutte rigorosamente anonime e dietro ci sarebbe stato un reporto statunitense (la CIA).

I tempi erano molto diversi, anche se sono passate solo poche settimane. Con Trump, gli scenari cambiano in fretta, da un giorno con l’altro. Dipende quali sono le convenienze degli Stati Uniti. Oggi Putin fa un favore a Trump, e Trump lo ricambia con nuove pressioni su Zelenskly e cercando di imprimere una svolta alla narrazione, usando tutti gli strumenti sui quali può influire.

Lo scoop del Financial times che oggi è su tutte le pagine dei giornali può alimentare il riarmo UE, sul piano politico, ma, insieme, scoraggiare i fornitori di Kiev sul piano privato. Due effetti opposti, nello stesso titolo. Il primo lo vedono tutti. Il secondo quasi nessuno. Tranne i lettori di Byoblu.

📻 RADIO Caricamento…