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Salute

Alzheimer: test del sangue individua segni precoci, un libro racconta l’impatto umano

Ricerca UCSF su The Lancet: biomarcatori ematici rilevano il rischio anni prima dei sintomi.
Byoblu·30 maggio 2026
Salute — Byoblu

Un gruppo di ricercatori dell’Università della California a San Francisco (UCSF) ha identificato per la prima volta biomarcatori ematici associati a lievi alterazioni cognitive nelle fasi iniziali della malattia di Alzheimer. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The Lancet.

Lo studio, coordinato da Kristine Yaffe, ha coinvolto 1.350 partecipanti di età compresa tra i 53 e i 69 anni. Dall’analisi è emerso che il 6% del campione presentava nel sangue livelli elevati di amiloide e tau, proteine notoriamente associate all’Alzheimer. Questi stessi soggetti mostravano fin dall’inizio dello studio risultati inferiori alla media in due ambiti cognitivi: la velocità di elaborazione delle informazioni e la funzione esecutiva, che include capacità come la pianificazione e il mantenimento della concentrazione.

Il monitoraggio proseguito per cinque anni ha evidenziato che le persone con i livelli più alti di biomarcatori presentavano un rischio da 2,5 a 4 volte maggiore di rapido declino della memoria verbale e una probabilità da 3 a 4 volte superiore di deterioramento della velocità di elaborazione, rispetto al resto del campione.

Secondo Yaffe, l’importanza della scoperta risiede nella possibilità di intervenire in anticipo: «L’Alzheimer inizia anni prima della comparsa dei sintomi. Individuare la malattia precocemente significa aumentare la possibilità di agire sui fattori di rischio modificabili», tra cui l’inattività fisica e cognitiva, la depressione, il fumo e le condizioni cardiovascolari. Il gruppo di ricerca stima che fino al 40% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto intervenendo su questi comportamenti.

Rispetto ai metodi diagnostici attualmente più diffusi — come le scansioni cerebrali o l’analisi del liquido cerebrospinale — l’esame del sangue risulterebbe meno invasivo e più economico. Tuttavia, gli stessi autori invitano alla cautela nell’interpretazione dei risultati. «Esiste la possibilità di falsi positivi», precisa Yaffe, aggiungendo che il test fornisce informazioni solo sull’Alzheimer e non su altre forme di demenza.

L’Alzheimer non è più questione riservata agli specialisti. Con una popolazione che invecchia e un numero crescente di famiglie direttamente coinvolte, la malattia richiede risposte sia sul piano scientifico che su quello sociale e istituzionale. I progressi nella diagnosi precoce e il lavoro di divulgazione vanno in questa direzione, anche se molto resta ancora da fare.

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