USA attaccano l’Iran con “potenti attacchi”: esplosioni a Hormuz, Teheran minaccia ritorsioni

Nella notte tra il 7 e l’8 luglio, gli Stati Uniti hanno lanciato quella che il Comando Centrale americano ha definito «una serie di potenti attacchi contro l’Iran». L’obiettivo dichiarato: punire Teheran per le ripetute aggressioni alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta. Non si tratta di schermaglie: parliamo di sistemi di difesa aerea, postazioni missilistiche terra-aria, siti di lancio droni, radar costieri e strutture portuali. Una campagna di bombardamenti a tutto campo.
Secondo quanto riferito da funzionari americani, tra le aree colpite ci sono Sirik, Qeshm e Bandar Abbas, nel sud dell’Iran. I media di Stato iraniani hanno parlato di sei esplosioni sull’isola di Qeshm, sette nella città di Sirik — dove almeno sei proiettili avrebbero centrato l’area del molo di Taheroui — e altre ancora nella grande città portuale di Bandar Abbas.
Hormuz, la polveriera
Il casus belli immediato sono gli attacchi iraniani a tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima ha confermato un terzo incidente nelle ultime 24 ore: una petroliera colpita da un drone, con lievi danni strutturali e nessuna vittima. Il Qatar ha attribuito all’Iran anche l’attacco a una nave cisterna di gas naturale liquefatto.
Washington non ha esitato: oltre ai raid militari, ha revocato la deroga sul petrolio iraniano del 21 giugno scorso, quella che permetteva a Teheran di produrre, consegnare e vendere greggio sui mercati internazionali. Un doppio colpo: militare ed economico.
Ma non avevano firmato un accordo?
Ed è qui che la vicenda assume contorni grotteschi, se non tragici. Perché sì, un accordo c’era. A fine giugno — appena due settimane fa — le due parti avevano siglato un memorandum d’intesa, salutato con quella retorica trionfale che accompagna sempre i cessate il fuoco in pompa magna: fine delle ostilità, ritorno alla normalità, speranza di stabilità regionale.
Il ministero degli Esteri iraniano ora accusa Washington di aver «ripetutamente violato» quel memorandum. E annuncia che «l’Iran adotterà misure decisive per proteggere i propri interessi e la sicurezza nazionale», definendo gli attacchi americani una «palese violazione del cessate il fuoco». Dal canto suo, il Comando Centrale americano parla di «aggressione ingiustificata e pericolosa» da parte di Teheran, che avrebbe rotto per prima il patto attaccando le navi civili.
Due versioni inconciliabili. E un accordo che vale meno della carta su cui è stato scritto.
Tra accordi di carta e ritorsioni annunciate
I circa dieci giorni tra fine giugno e l’8 luglio hanno visto un escalation costante: attacchi e contrattacchi, raid e rappresaglie, navi colpite e sistemi missilistici distrutti. Il cessate il fuoco non ha resistito nemmeno un mese. Forse non era mai davvero partito.
Il punto è scomodo, ma va detto: quando le grandi potenze firmano accordi con la stessa mano con cui preparano il prossimo round di ritorsioni, quegli accordi non servono a stabilizzare un conflitto. Servono a guadagnare tempo. O, peggio, a gestire le opinioni pubbliche.
Teheran ha già avvertito che ci saranno conseguenze. Washington ha già risposto con i bombardamenti. Lo Stretto di Hormuz — attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale — è di nuovo al centro di un’escalation che nessun trattato firmato davanti alle telecamere ha saputo fermare. E la prossima mossa, in questo gioco al rialzo, rischia di essere quella decisiva.