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Economia

Bagnai su euro e Unione Europea: “Progetto fallimentare nei risultati”. E sulla stagione anti-casta: “Ci avete voluti deboli e ricattabili”.

Il deputato e docente di politica economica ospite di Money Talks: il Green Deal, quella lezione di Draghi al Senato e il nodo democratico dell’integrazione monetaria.
Byoblu·27 luglio 2026

Alberto Bagnai, deputato della Lega, docente di politica economica e presidente della Commissione parlamentare di controllo sugli enti gestori delle forme obbligatorie di previdenza e assistenza, è stato ospite della tredicesima puntata di Money Talks, pubblicata oggi. Nel video l’ex senatore ripercorre le tesi dei suoi due libri più noti — Il tramonto dell’euro e L’Italia può farcela — e le aggiorna alla luce di otto anni di esperienza parlamentare, distinguendo con insistenza tre concetti che nel dibattito pubblico tendono a sovrapporsi: l’Europa, l’Unione Europea e l’euro.

La frase che apre e attraversa l’intervista è netta: «L’Unione Europea è un progetto politico fallimentare nei risultati». A sostegno, Bagnai porta un esempio: l’unica volta che Bruxelles ha tentato una vera politica industriale, sostiene, l’ha fatta con il Green Deal, con effetti che a suo giudizio hanno colpito duramente il settore automobilistico europeo.

Diverso, precisa il deputato, è il discorso sull’Europa intesa come perimetro culturale e identitario: un’area nella quale, dice, rientra a pieno titolo anche la Russia a ovest degli Urali, se si pensa a Dostoevskij, Tolstoj, Čajkovskij. Cooperare e litigare tra Stati europei, aggiunge, «si è sempre fatto e sempre si farà».

Il nodo istituzionale: “Una Unione senza costituzione, costruita nelle emergenze”

Il passaggio più originale rispetto al libro del 2012 riguarda l’assetto istituzionale. Bagnai afferma di essere oggi più preoccupato dagli aspetti ordinamentali che da quelli strettamente monetari: l’Unione, spiega, non ha una costituzione che ne definisca poteri, organi e contrappesi come fa la Carta italiana, e viene costruita per accumulazione di risposte alle crisi. Il metodo, secondo lui, produce un problema democratico: nelle emergenze si decide in fretta, con pesi e contrappesi allentati e con elettori ed eletti «non necessariamente lucidi».

Da qui l’immagine: una moneta unica, poi «una specie di parlamento che non fa il parlamento», ora il tentativo di introdurre un debito comune senza dirlo. Il risultato finale, per Bagnai, potrà anche funzionare, ma somiglierà a Frankenstein: «si vedranno le cuciture».

Alla domanda se il sogno europeo sia infranto, Bagnai risponde che l’obiezione classica — il progetto non funziona perché non è compiuto — resta priva di risposta sul punto decisivo: quale sarebbe la forma finale? Da qui la sua critica alla categoria della «transizione» come stato permanente.

“Non saremo noi a uscire dall’euro, sarà l’euro a uscire da noi”

Sull’uscita dalla moneta unica: «Non saremo noi a uscire dall’euro, sarà eventualmente l’euro a uscire da noi». Il ragionamento è questo: l’euro, nato molto forte per l’Italia, si è poi indebolito — a suo dire per effetto delle dinamiche tedesche — fino a diventare compatibile con le esportazioni italiane. Con due conseguenze: la prima è che oggi l’Italia esporta molto anche grazie a una valuta debole; la seconda è l’irritazione degli Stati Uniti, che secondo Bagnai è alla radice del contenzioso commerciale transatlantico.

Allo stesso tempo prende le distanze dalle scorciatoie: non esiste, dice, né è probabilmente mai esistita, una maggioranza elettorale per l’uscita, e nessuna investitura politica in quel senso. Il punto, per lui, è un altro: «non chiamare soluzione quello che è un problema». L’euro resta a suo giudizio un problema da gestire.

La lettura dell’audizione di Draghi: cambio o salari

Buona parte dell’argomentazione economica di Bagnai poggia su un riferimento preciso: l’audizione di Mario Draghi in Senato sulla competitività, di cui invita a leggere il resoconto stenografico sul sito del Senato. Nella sua sintesi, l’ex presidente della BCE avrebbe riconosciuto che l’Europa ha inseguito la competitività comprimendo i redditi da lavoro, scoprendo poi che così si diventa più poveri.

Da quel passaggio Bagnai deriva la sua tesi centrale: prima dell’unione monetaria uno squilibrio commerciale tra Italia e Germania si correggeva con la rivalutazione del marco, cioè verso l’alto nel Paese forte; dopo, si corregge con la compressione dei salari nel Paese debole. È la stessa alternativa che attribuisce all’economista Stefano Fassina: o svaluti la moneta, o svaluti il salario.

L’implicazione politica, secondo il deputato, è che un sistema che scontenta la maggioranza — i salari sono la remunerazione dei molti, i profitti quella dei pochi — finisce per dover gestire il dissenso in modo restrittivo. Su questo racconta di aver percepito un cambiamento anche nello spazio digitale: il blog che aprì il 16 novembre 2011, dice, oggi difficilmente potrebbe scrivere le stesse cose senza incorrere in accuse di discorso d’odio. Sostiene inoltre che una quota molto alta delle interazioni che riceve sui social provenga da bot o profili non autentici..

Il “ce lo chiede l’Europa”, il vincolo esterno e l’intervista del 2012 a Byoblu

Sul celebre «ce lo chiede l’Europa» Bagnai richiama esplicitamente la sua intervista a Byoblu, rilasciata a Claudio Messora nel 2012, che quel titolo portava e che superò rapidamente le 200mila visualizzazioni (oscurata insieme al canale YouTube di Byoblu nel 2021, quando aveva oltre mezzo milione di iscritti e 200 milioni di video visti, e per ora non recuperabile neppure sul sito): una delle prime uscite pubbliche che, insieme al blog, contribuirono a portare le tesi critiche sull’unione monetaria fuori dal recinto accademico e a sparigliare il dibattito di quegli anni.

Il meccanismo, spiega, ha un nome negli studi di scienza politica: blame shifting, lo spostamento della responsabilità. Si crea un soggetto esterno — «l’Europa» — al quale l’elettore non può in pratica presentare il conto, e la catena delle responsabilità si interrompe. Collegata a questo, la «dottrina del vincolo esterno», affermatasi negli anni Ottanta e associata ai lavori di Giavazzi e Pagano: l’idea che l’Italia abbia bisogno di essere costretta dall’esterno a fare le cose giuste. Approccio che Bagnai definisce paternalistico e che dice di rifiutare per principio.

Racconta anche l’episodio che descrive come il proprio shock culturale: nel 2010, al rientro da una missione per la Commissione economica ONU per l’Africa nell’area del franco CFA, un collega più anziano gli avrebbe detto che l‘insostenibilità dell’euro era nota e voluta, perché le crisi avrebbero spinto le popolazioni a chiedere gli Stati Uniti d’Europa. Un ragionamento che Bagnai avvicina a dichiarazioni attribuite a Romano Prodi in un’intervista al Financial Times.

Nello stesso passaggio arriva la sua critica più dura alla sinistra italiana, accusata di aver accompagnato senza obiezioni la discesa della quota salari iniziata negli anni Ottanta: «Il ce lo chiede l’Europa è la lotta di classe fatta con altri mezzi». E chiede una moratoria sulla parola «comunisti»: quel mondo, sostiene, non esiste più.

I numeri: 2008, debito, produttività

Sul piano dei dati, Bagnai indica nel 2008 la frattura più visibile: fino a quell’anno il PIL italiano cresceva lungo una traiettoria regolare, poi si appiattisce, aprendo un divario che quantifica in circa 600 miliardi di euro. La causa, per lui, non è lo shock in sé ma la sua gestione secondo le regole europee: tagli agli investimenti pubblici e alla previdenza.

Sul debito pubblico invita a un cambio di prospettiva: ogni debito è il credito di qualcun altro, in questo caso del risparmiatore che compra titoli di Stato. Il problema, argomenta, non è il livello del debito ma la crescita del reddito nazionale che deve sostenerlo. E porta il confronto: nel 2011, con debito intorno al 116% del PIL, lo spread era tra 400 e 500 punti base; oggi, con un rapporto vicino al 130%, lo spread è una frazione di allora. Lo spread, per chi non lo maneggia ogni giorno, è la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi: misura quanto il mercato considera rischioso prestare all’Italia.

Sulla produttività, rivendica una spiegazione macroeconomica: l’austerità ha ridotto gli investimenti pubblici e, a cascata, quelli privati; la compressione della domanda interna ha ristretto l’ampiezza del mercato, che già Adam Smith indicava come motore della divisione del lavoro. E aggiunge un dato di sequenza temporale: i salari reali italiani si sarebbero fermati all’inizio degli anni Ottanta, la produttività a metà degli anni Novanta. Se così è, sostiene, non possono essere i salari bassi la conseguenza della produttività stagnante.

Fisco, patrimoniale, pensioni: le posizioni sul merito

Sulla flat tax Bagnai spiega che la proposta originaria della Lega, elaborata da Armando Siri, prevedeva un’aliquota crescente fino al 17% nella fascia del ceto medio, poi stabile e poi di nuovo crescente sui redditi alti — struttura che dice di aver fatto notare al senatore Antonio Misiani come simile al «modello tedesco» proposto a suo tempo dal PD. Ricorda che la Costituzione impone la progressività al sistema tributario nel suo complesso, non a ogni singola imposta, e che le rendite finanziarie sono già tassate con aliquote fisse.

Il vero nodo delle riforme fiscali, afferma, sono le spese fiscali settoriali — deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta — per un ammontare che colloca oltre i 100 miliardi. Razionalizzarle, dice, finanzierebbe più di una flat tax, ma nessun governo avrà la forza politica di farlo: «verosimilmente neanche noi». Rivendica la riduzione delle aliquote IRPEF da cinque a tre e l’innalzamento a 85mila euro della soglia di fatturato per il regime forfettario degli autonomi.

Contrario alla patrimoniale, che definisce tema demagogico: il risparmio, argomenta, è reddito già tassato, e le soglie proposte finirebbero per colpire chi possiede una casa in una grande città più che i patrimoni davvero mobili.

Sul bilancio della legislatura, il deputato di maggioranza rivendica la crescita del potere d’acquisto delle famiglie — la più rapida, sostiene, da metà anni Novanta, pur partendo da livelli molto bassi — l’aumento della quota salari e la rivalutazione delle pensioni minime che indica al 17%. Cita l’economista Marco Fortis come fonte di questa lettura.

L’autocritica riguarda la manovra: la legge di bilancio 2026 fu impostata, dice, con l’obiettivo di uscire dalla procedura per deficit eccessivo, uscita che non c’è stata. Tanto valeva, argomenta, prendersi prima quel margine, come fanno Francia e Belgio oltre il 5% di deficit e la Germania sopra il 3%. Ciò che rassicura i mercati, aggiunge, non è tanto il rigore quanto la stabilità politica — osservazione che accompagna con una notazione che definisce lui stesso rischiosa: se la stabilità si ottiene con una coalizione che funziona, il tema delle riforme istituzionali come il premierato si sposta.

Sulla legge Fornero, ricorda che quest’anno l’età pensionabile non è aumentata e attribuisce il risultato al lavoro della Lega in commissione bilancio al Senato, in particolare a Claudio Borghi.

Aree interne, taglio dei parlamentari e i libri che verranno

Due affondi finali. Il primo sul taglio dei parlamentari e sulla stagione anti-casta: commissioni ridotte, deputati e senatori costretti a seguire troppi dossier, territori scoperti — lui è l’unico parlamentare della Lega in Abruzzo — e istituti come immunità e vitalizio che, sostiene, servivano a rendere l’eletto meno ricattabile. La sintesi è tagliente: «Amici cari, ci avete voluto deboli voi». Il secondo sulle aree interne: l’Italia, dice, è tagliata in due da una catena montuosa che rende infrastrutture e servizi più costosi, e non accetta lezioni contabili da chi ha «risolto» i propri squilibri con l’emigrazione di massa, citando il caso lettone.

Quanto al futuro, Bagnai annuncia una seconda edizione de Il tramonto dell’euro e tre progetti: un memoir che dice di voler pubblicare postumo, un saggio dal titolo paradossale Contro i giovani — pensato, spiega, per mettere in guardia le nuove generazioni dal conflitto generazionale usato come leva politica — e un manuale di economia accessibile a tutti. Sul 2027 non si sbilancia: potrebbe essere in Parlamento, in aula universitaria o altrove. «Non so ancora che cosa voglio fare da grande», dice. A 64 anni, aggiunge, è un buon argomento per chi ha vent’anni di meno e teme di essere in ritardo.


Fonti:

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