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Barbareschi: in Italia, se non hai un rapporto con la politica «non puoi neanche spostare un gesso dalla lavagna».

L’attore a Ciao Maschio su Rai 1: «Chi non è stato topo di ministero scagli la prima pietra». Lo dice dal palco del servizio pubblico.
Byoblu·16 ottobre 2026
Cultura — Byoblu

Luca Barbareschi lo dice senza giri di parole: in Italia, se non hai un rapporto con la politica, «non puoi neanche spostare un gesso dalla lavagna». L’attore, regista, produttore ed ex deputato, 70 anni, lo ha dichiarato a Ciao Maschio, il programma condotto da Nunzia De Girolamo su Rai 1. La puntata va in onda domani, sabato 17 ottobre, dalle 17.05. Le anticipazioni sono state diffuse oggi.

«Topo di ministero»: la frase di Barbareschi sulla politica

La battuta arriva quando la conduttrice riprende una vecchia polemica con il regista Gabriele Salvatores. Salvatores aveva accusato Barbareschi di aver usato tutto e tutti per costruirsi la carriera.

«Questa è stata una cosa di cui Gabriele mi ha chiesto scusa, perché mi ha molto ferito. Io non ho mai usato tutto e tutti, non ho mai usato le persone», risponde l’attore. Secondo lui, Salvatores avrebbe pronunciato quella frase «in un momento di confusione». Barbareschi dice di accettare le scuse.

Poi il passaggio che conta: «Chi non è stato topo di ministero in questo Paese scagli la prima pietra, perché è un Paese dove se non hai un rapporto con la politica non puoi neanche spostare un gesso dalla lavagna».

«Topo di ministero» è chi frequenta con assiduità gli uffici dei ministeri per ottenere contributi, autorizzazioni, finanziamenti. Barbareschi non nega di esserlo stato. Sostiene che chiunque voglia fare qualcosa in Italia è costretto a passare da lì.

Lo stesso concetto lo esprimeva anche Silvio Berlusconi, che pure è stato più di una volta Presidente del Consiglio. Amava ripetere che dentro ai ministeri non poteva spostare neanche una pianta.

Il curriculum rivendicato e il passato in Parlamento

Nell’intervista Barbareschi difende il proprio percorso: «Io ho un curriculum che non ha nessuno, lo dico con un po’ di arroganza, in Europa». Racconta di aver fondato un’azienda di informatica quotata in Borsa e di averla venduta. Di aver comprato un teatro e di averlo ristrutturato «con i miei soldi». Di aver accumulato 1.500 ore di produzione negli Stati Uniti e 200 come conduttore.

Sui collaboratori aggiunge: «Io non ho mai fatto un distinguo politico con nessuno di quelli che hanno lavorato con me».

Barbareschi la politica l’ha vista anche da dentro. Nel 2008 è stato eletto alla Camera con il Popolo della Libertà, poi è passato a Futuro e Libertà, il gruppo fondato da Gianfranco Fini. Parla quindi da imprenditore che ha bussato ai ministeri e da ex parlamentare che quei ministeri li ha frequentati dall’altra parte. Il teatro romano che dirige, l’Eliseo, è stato inoltre al centro di discussioni per i contributi pubblici ricevuti negli anni.

Non solo spettacolo: anche le imprese

Il meccanismo descritto da Barbareschi non riguarda solo cinema e teatro. Nella cultura lo Stato è il principale finanziatore: assegna i fondi per lo spettacolo dal vivo, gestisce il tax credit per il cinema attraverso il Ministero della Cultura, controlla la principale azienda televisiva del Paese. Chi decide su quei soldi è nominato dalla politica.

Vale anche per le imprese. Licenze, permessi, appalti, frequenze, accesso al credito agevolato: in molti settori il primo interlocutore è un ufficio pubblico, e dietro l’ufficio c’è un referente politico. Chi non ha un canale aperto aspetta di più, paga di più, a volte rinuncia.

Lo abbiamo vissuto anche qui alla televisione dei cittadini costruita sulla grande esperienza di Byoblu. Ci abbiamo provato, senza padrini nei partiti, e il risultato è stato affrontare ogni passaggio in salita e senza risultati: dall’accesso ai canali di diffusione alla visibilità, dalla pubblicità negata, agli investimenti negati, sia dalle banche sia dai privati (perfino quelli che a parole ci sostenevano), proprio per la paura di farsi dei nemici politici. Si tratta di motivazioni che pubblicamente non vengono certo date, ma che in privato si sussurrano tra i denti. E fanno male.

Il paradosso del palco

La frase di Barbareschi ha un contesto preciso. Viene pronunciata su Rai 1, rete del servizio pubblico finanziato con il canone. Dalla riforma del 2015, il consiglio di amministrazione della Rai è nominato in gran parte da Parlamento e governo, compreso l’amministratore delegato. Ogni nuovo esecutivo rimette mano ai vertici e ai direttori, qualunque sia il colore della maggioranza.

A fare la domanda è Nunzia De Girolamo, ex deputata ed ex ministra delle Politiche agricole nel governo Letta, tra il 2013 e il 2014. Oggi conduce un programma del sabato pomeriggio sulla rete ammiraglia.

È la descrizione di un sistema. In Rai televisione e politica si incrociano da sempre. Barbareschi lo ha detto ad alta voce proprio dentro l’azienda che meglio lo rappresenta.

Il Re dell’autosabotaggio

Nella puntata Barbareschi parla anche di sé. Si definisce «il re dell’autosabotaggio» e confessa che davanti al successo la prima cosa che pensa è di non meritarlo. Ricorda la relazione con Lucrezia Lante della Rovere, durata sette anni: «Mi sono innamorato, punto». E precisa: «Mi ha lasciato lei».

Su Sergio Rubini dice che è «un talento naturale strepitoso», ma racconta che non si presentò per un ruolo in un film di Roman Polanski già preparato per lui. A commuoverlo è un videomessaggio di Simone Annichiarico, figlio di Walter Chiari: «Io non volevo fare l’attore, io volevo fare Walter Chiari».

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