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Cultura

Boy George: ecco il brano “We will dance again” in supporto del popolo ebraico, che gli è costato il ruolo nel musical Jesus Christ Superstar.

Il cantante dei Culture Club non salirà sul palco del London Palladium nei panni di Re Erode: l’annuncio del manager dopo la pubblicazione di «We Will Dance Again».
Byoblu·02 agosto 2026
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Boy George non interpreterà Re Erode in Jesus Christ Superstar al London Palladium. L’annuncio è arrivato il 30 luglio da Paul Kemsley, manager del cantante, con un messaggio diffuso sui social. Il frontman dei Culture Club, all’anagrafe George Alan O’Dowd, avrebbe dovuto debuttare il 3 agosto e restare in scena fino al 15, all’interno di un cast a rotazione che si divide il ruolo del re biblico. Il ritiro segue di pochi giorni la pubblicazione di «We Will Dance Again», una canzone di sostegno a Israele che ha innescato una discussione molto accesa online.

Le date rimaste scoperte saranno coperte da Richard Armitage, già in cartellone nella stessa parte. La produzione, ripresa dall’allestimento del Regent’s Park Open Air Theatre, prosegue al Palladium fino al 5 settembre e si trasferirà poi al Theatre Royal Drury Lane dal 16 ottobre al 9 gennaio 2027. Nel ruolo di Gesù c’è Sam Ryder, mentre il personaggio di Erode è condiviso, oltre che con Armitage, con Julian Clary, Jesse Tyler Ferguson e Layton Williams.

Cosa ha detto il manager

Kemsley, il manager di Boy George appunto, ha spiegato di aver preso la decisione di ritirarlo dal cast «dopo attenta considerazione» e «con il massimo rispetto per i produttori, il team creativo e l’intera compagnia», ringraziando la produzione per la professionalità dimostrata. Nel comunicato ha rivolto scuse esplicite a chi aveva comprato il biglietto sperando di vedere l’artista in scena.

Il manager non ha nominato direttamente la canzone. Ha però aggiunto due passaggi che sono stati letti come un riferimento indiretto alla polemica: «George non ha mai avuto paura di difendere le proprie convinzioni personali, e io l’ho sempre rispettato per questo». E ha aggiunto: «Allo stesso modo, ritengo sia mia responsabilità prendere decisioni che tutelino al meglio gli interessi del mio artista, mostrando al contempo rispetto per gli altri. In questo caso, ho ritenuto giusto farmi da parte, affinché l’attenzione rimanesse concentrata sulla produzione e tutte le persone coinvolte potessero andare avanti nel rispetto reciproco e con spirito costruttivo».

Insomma, non si è trattato di una censura, ma della semplice constatazione che se Boy George avesse partecipato allo show, l’attenzione mediatica e le polemiche avrebbero travolto tutto l’enorme lavoro artistico e di produzione che c’è stato dietro per realizzarlo.

La canzone «We Will Dance Again» e le reazioni

Il brano è comparso il 26 luglio sui profili X e Instagram del cantante, con il titolo in ebraico עוד נרקוד e l’hashtag «#Shalom». Ha una base reggae ed è stato realizzato, per ammissione dello stesso autore, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale: «Io la chiamo AI for good», ha scritto, aggiungendo che avrebbe faticato a scrivere quel pezzo «con un essere umano». Non è stato distribuito sulle principali piattaforme di streaming.

Il titolo riprende uno slogan diventato simbolo di resilienza in Israele dopo l’attacco di Hamas al festival musicale Nova del 7 ottobre 2023. Nel testo, versi come «You say genocide, I say war» respingono l’accusa di genocidio rivolta a Israele per la guerra a Gaza — accusa formulata, tra gli altri, da una commissione delle Nazioni Unite — e criticano i musicisti schierati con la causa palestinese, descritti come portatori di una «memoria selettiva».

Le reazioni si sono divise nettamente. Martyn Ware, coetaneo di Boy George nella scena degli anni Ottanta con Human League ed Heaven 17, ha definito il brano «propaganda musicale apertamente pro-genocidio e anti-palestinese». Critiche sono arrivate anche dalla musicista britannico-palestinese Reem Kelani e dall’ex parlamentare scozzese Tommy Sheridan. Patrick Clanton, che aveva lavorato con il cantante nel musical di Broadway Moulin Rouge!, si è detto «imbarazzato» per quella collaborazione. Erano state annunciate proteste davanti al Palladium in occasione delle sue serate.

Sul fronte opposto, il pezzo ha raccolto consensi in ambienti filo-israeliani: c’è chi, in commenti apparsi sulla stampa anglosassone, lo ha descritto come un gesto di coraggio da parte di una figura pubblica isolata nel proprio ambiente.

La replica dell’artista

Boy George non ha commentato direttamente l’uscita dallo spettacolo. Su X ha scritto: «Non importa cosa penso io o cosa pensate voi. Quando capirete che non state facendo NULLA?», aggiungendo di essere arrivato a litigare anche con amici ebrei. Su Threads ha parlato di democrazia e di disaccordo legittimo. Alludendo all’addio al musical, ha poi pubblicato un’immagine generata con l’AI in cui si ritrae con i baffi di Groucho Marx, citando la battuta sul non voler far parte di nessun club disposto ad accettarlo come socio.

BoyGeorgeGrouchoMarx X

In un comunicato successivo ha respinto le accuse di indifferenza verso i palestinesi, definendole «false e assurde», e ha detto di essere «devastato per la perdita di vite innocenti da entrambe le parti di questa guerra». Ha raccontato di essersi ispirato dopo la visita alla mostra londinese dedicata al festival Nova e dopo aver incontrato i genitori di Jake Marlowe, cittadino britannico-israeliano ucciso quel giorno, e May Hayat, una sopravvissuta. Il cantante ha inoltre comunicato di aver interrotto i rapporti con il responsabile della sua etichetta, che si era rifiutato di pubblicare il brano.

Un precedente e un tema aperto

Non è la prima volta che l’artista si trova in rotta con una parte del proprio settore su questo terreno: quest’anno era rimasto all’Eurovision come ospite nel brano di San Marino nonostante gli appelli al boicottaggio per la partecipazione di Israele, spiegando di sentirsi «molto legato al popolo ebraico» ma non necessariamente a Israele.

La vicenda tocca un nervo scoperto. Quanto lo spazio pubblico dell’industria dello spettacolo tollera posizioni divisive, sulla questione mediorientale e in genere? Lo abbiamo visto ad esempio con gli artisti filorussi, allontanati e censurati da ogni dove. Chi decida “dove passi il confine”? Anche se in questo caso – va ricordato – la scelta è stata annunciata dal manager dell’artista, non dalla produzione del musical. Quello che molti faticano a comprendere è che la questione della libertà di parola e di opinione deve valere sempre, per tutti, anche a parti inverse. Non ci si può lamentare di non averla, se non si è disposti a concederla. E credetemi, purtroppo molto spesso i “buoni” sono peggio dei “cattivi”, quando si tratta di concedere i diritti che si reclamano a gran voce.

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