Il Brasile vieta il foie gras: legge firmata da Lula. Stop alla tortura delle oche. Francia furiosa!

Partiamo dai fatti, che sono semplici. Giovedì scorso, il 23 luglio, il presidente brasiliano Lula ha firmato la legge numero 15.475. Cosa dice? Che in tutto il Brasile è vietato produrre e vendere qualsiasi alimento ottenuto forzando gli animali a mangiare. Il bersaglio è uno, ed è citato per nome nel testo: il foie gras, il famoso fegato grasso di anatra e d’oca. La legge entrerà in vigore tra sei mesi. Chi non la rispetta rischia dai tre mesi a un anno di carcere, più multe e sanzioni.
E la Francia, che di foie gras è il primo produttore al mondo, l’ha presa malissimo.
Cos’è davvero il foie gras (e perché fa discutere)
Spieghiamolo senza giri di parole, perché qui il punto non è il gusto: è il metodo. Il foie gras si ottiene con una pratica che si chiama gavage. Funziona così: si prende un’anatra o un’oca, le si infila un tubo in gola e le si spinge dentro cibo in grandi quantità, ben oltre quello che l’animale mangerebbe da solo. Ogni giorno, più volte al giorno. Il fegato si gonfia fino a raggiungere dimensioni innaturali. Ed è proprio quel fegato malato, ingrossato a forza, che finisce nel piatto come prelibatezza di lusso.
Le conseguenze per gli animali? Lesioni all’esofago, sofferenze gravi, e in molti casi la morte prima ancora di arrivare al macello. Il deputato Fred Costa, relatore della legge, ha portato in aula un numero che vale più di mille discorsi: con questa tecnica il tasso di mortalità degli animali aumenta di venticinque volte rispetto agli allevamenti normali. Venticinque volte. Nel mondo si producono ogni anno tra le 22 e le 27 mila tonnellate di foie gras: tradotto in vite, parliamo di circa 38 milioni di anatre e oche macellate ogni anno, dati che rendono l’idea della scala del fenomeno.
Un divieto totale, non a metà
Qui sta la vera notizia, quella che i produttori francesi hanno capito benissimo. Tanti Paesi, Italia compresa, vietano già la produzione del foie gras. Ma poi lasciano una porta aperta: il prodotto si può importare e vendere. Da noi, per esempio, il gavage è proibito dal 2007, eppure il foie gras francese o ungherese lo trovi tranquillamente in vendita. Risultato? La crudeltà non sparisce: si sposta solo oltre confine, e il mercato continua a girare.
Il Brasile invece ha chiuso tutte e due le porte insieme: niente produzione, niente vendita, niente importazione. È il primo Paese dell’America Latina a farlo con una legge federale. E attenzione: parliamo del secondo produttore mondiale di carne avicola. Quando un gigante dell’agroalimentare dice che la sofferenza animale non può essere un ingrediente di lusso, il messaggio arriva forte anche a chi non vorrebbe sentirlo.
Dietro questo risultato c’è una mobilitazione durata sei anni, guidata da Animal Equality: oltre 288 mila firme raccolte, lettere aperte a Lula, un percorso parlamentare iniziato nel 2020 e concluso lo scorso aprile con un voto unanime del Congresso.
La Francia protesta, e chiama Bruxelles in soccorso
E qui la storia si fa interessante. Secondo quanto riferito da un diplomatico brasiliano rimasto anonimo, dopo il voto di aprile i diplomatici francesi avrebbero fatto pressione su Lula perché mettesse il veto alla legge. Argomento: il foie gras sarebbe una “questione culturale”, e la produzione francese non comporterebbe crudeltà. Ma con un voto unanime del Congresso, il veto non era nemmeno pensabile.
Allora il Cifog, l’associazione dei produttori francesi, ha alzato il tiro: questa legge sarebbe “una prima violazione” dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur, firmato a gennaio dopo 25 anni di trattative. E ha chiesto a Bruxelles di intervenire diplomaticamente per bloccarla.
Fermiamoci un attimo, perché il quadro merita uno sguardo attento. L’Unione Europea, con un rapporto del 2022, ha certificato che la produzione di foie gras “rispetta le norme sul benessere animale”. Un animale con un tubo in gola e il fegato gonfiato a forza: questo, per Bruxelles, sarebbe benessere. Le organizzazioni animaliste, comprensibilmente, hanno risposto che di benessere lì dentro non c’è traccia. E ora la stessa UE viene chiamata a fare da avvocato di un’industria contestata, contro un Paese sovrano che ha semplicemente deciso, all’unanimità, che quella pratica non la vuole più. Come sempre, quando il mercato chiama, a Bruxelles qualcuno risponde.
C’è anche un dettaglio che ridimensiona tutto il polverone: il mercato brasiliano del foie gras vale meno di un milione di euro l’anno, concentrato in pochi ristoranti di lusso delle grandi città. Il vero timore dei produttori francesi non sono quei soldi: è il precedente. Perché se il Brasile può dire no al foie gras, domani qualcun altro potrebbe dire no ad altri prodotti costruiti sulla sofferenza degli animali.
E sarebbe ora. Perché la domanda finale è una sola, e riguarda anche noi: quanto ancora siamo disposti a chiamare “tradizione” e “cultura” quello che, visto dalla parte dell’animale, è semplicemente tortura?