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Ambiente

Brevetti sulle sementi: chi possiede i semi possiede il futuro

Privativa, brevetti sui geni, nuovi OGM, multe ai contadini e i terreni di Bill Gates: cosa può fare davvero un agricoltore con i suoi semi
Byoblu·27 settembre 2026
Ambiente — Byoblu

Chi controlla i semi controlla ciò che finisce nel piatto. Attorno ai brevetti sulle sementi si gioca da anni una partita tra multinazionali, istituzioni europee, contadini e grandi patrimoni privati. Le analisi pubblicate tra il 2021 e il 2025 descrivono questa situazione: in Europa una varietà vegetale in quanto tale non si può brevettare, ma i brevetti su geni e caratteristiche delle piante sono aumentati. Con i nuovi OGM, la questione è tornata al centro del dibattito. I fatti riportati risalgono a quelle date e il quadro normativo potrebbe essere cambiato nel frattempo.

Privativa e brevetto: due modi di possedere una pianta

Per capire il conflitto bisogna distinguere due strumenti.

Il primo è la privativa vegetale. È il diritto esclusivo che lo Stato, o l’Unione europea, riconosce a chi crea una nuova varietà, detto costitutore. Dura da venti a trent’anni, a seconda della specie e del sistema scelto. In cambio, il costitutore rende pubblica la propria innovazione. Le regole di base sono fissate dalla Convenzione UPOV, un trattato internazionale sulla protezione delle nuove varietà.

La privativa prevede due eccezioni. La prima è l’esenzione del costitutore: chiunque può usare una varietà protetta per crearne una nuova, senza chiedere permessi e senza pagare. La seconda è il privilegio dell’agricoltore: per alcune colture, come cereali, patate, alcune leguminose e oleaginose, il contadino può riseminare in azienda il raccolto di una varietà protetta. I piccoli agricoltori sono esentati dalle royalty. Secondo quanto spiegato da esperti del settore nel 2025, la normativa nazionale italiana non riconosce questo privilegio.

Il secondo strumento è il brevetto. La direttiva europea 98/44 del 1998 esclude la brevettabilità delle varietà vegetali e dei procedimenti «essenzialmente biologici», cioè gli incroci e la selezione tradizionale. Consente però di brevettare un’invenzione che non si limita a una sola varietà. Un esempio è un gene che conferisce una caratteristica utile, come la resistenza a un erbicida, e che viene inserito in più piante.

Le due eccezioni previste dalla privativa, nel brevetto non esistono. L’agronomo Riccardo Bocci, direttore tecnico della Rete Semi Rurali, ha sottolineato nel 2021 che il brevetto copre anche i prodotti ottenuti dalle sementi. Lo ha definito un «super monopolio dal campo al piatto».

Quanti sono i brevetti sulle sementi in Europa

Il rapporto 2021 della campagna No Patents on Seeds ha contato circa 300 domande di brevetto su piante presentate nel 2020 all’Ufficio europeo dei brevetti, l’ente che rilascia brevetti validi in più Paesi del continente. Circa 50 riguardavano varietà ottenute con il miglioramento genetico classico, senza biotecnologie.

Il confine è sottile. Una multinazionale ha ottenuto riso resistente agli erbicidi con la mutagenesi chimica, una tecnica che non rientra nella legge sugli OGM. Poiché non si tratta di un procedimento essenzialmente biologico, ha potuto brevettare il gene di resistenza.

Nuovi OGM: il nodo della contaminazione

Nel luglio 2023 la Commissione europea ha proposto un regolamento sulle piante ottenute con le Nuove tecniche genomiche, note in Italia come TEA (Tecniche di evoluzione assistita). Tra queste c’è il genome editing, cioè la modifica mirata del DNA. La proposta assimilava molte di queste piante alle colture tradizionali e le sottraeva ai vincoli previsti per gli OGM.

Nel novembre 2023 il coordinamento europeo di Via Campesina e altre otto organizzazioni hanno scritto ai ministri dell’Agricoltura dei Ventisette. La loro obiezione: le nuove piante sono coperte da brevetti e, senza tracciabilità, possono finire nei campi di chi coltiva sementi convenzionali o biologiche. Quel contadino rischierebbe conseguenze legali. Nella lettera si legge: «Assistiamo ad un numero crescente di brevetti che non vengono concessi solo su procedure tecniche, ma comprendono anche le risorse biologiche necessarie a tutti gli allevatori». Le organizzazioni hanno chiesto di definire con precisione i «processi essenzialmente biologici» e di sospendere il regolamento fino a una valutazione dei suoi effetti sui brevetti.

A giugno 2025 la scelta tra privativa e brevetto per queste piante era ancora aperta. Stando a quanto riportato pubblicamente, a fine 2025 Consiglio e Parlamento europeo avrebbero raggiunto un accordo provvisorio, che avrebbe affrontato i brevetti con misure di trasparenza anziché con un divieto. Il testo definitivo e la sua applicazione vanno verificati.

Chi difende le royalty

C’è anche chi difende il sistema delle royalty, cioè i compensi pagati a chi ha sviluppato una varietà. Nel marzo 2024 un’azienda agricola del Barese è stata multata per alcune migliaia di euro. Aveva moltiplicato e rivenduto senza autorizzazione due varietà protette di grano duro: Antalis, di Limagrain, e Marco Aurelio, di SIS. I controlli sono partiti da alcune segnalazioni. Li hanno condotti la Guardia di Finanza, l’Icqrf, cioè l’ispettorato antifrode del ministero dell’Agricoltura, e Sicasov, la società che tutela i diritti delle aziende sementiere.

Sicasov sostiene che senza royalty la ricerca perde risorse e che, a lungo andare, riduce il proprio contributo al miglioramento delle colture. «La contraffazione danneggia in primis le aziende agricole che utilizzano specie e varietà vegetali frutto del miglioramento e della ricerca», ha dichiarato la società.

Il contadino e il pomodoro di una volta

Un pomodoro tradizionale, selezionato da generazioni di contadini e non protetto da alcun diritto, si può coltivare e riseminare liberamente. I vincoli riguardano altro:

  • le varietà protette da privativa;
  • le piante che contengono tratti brevettati;
  • la vendita delle sementi, che richiede l’iscrizione della varietà in registri ufficiali.

Gli ibridi sono un caso a parte: i loro semi non riproducono fedelmente la pianta madre. È un limite biologico, non legale, ma spinge comunque il contadino a ricomprare ogni anno. In Italia la legge 194 del 2015 sulla biodiversità agricola riconosce gli «agricoltori custodi» e consente lo scambio di piccole quantità di sementi.

Per diecimila anni i contadini hanno selezionato e scambiato semi senza chiedere permesso a nessuno. Dal 1930, anno della prima legge statunitense sui brevetti vegetali, quel patrimonio comune ha cominciato a diventare proprietà privata. Nel frattempo la standardizzazione delle colture ha portato alla perdita di circa il 75% della biodiversità agricola. Il contadino è passato da custode a cliente. Resistono i contadini custodi, gli scambi di semi (i «seed swap») e iniziative come la Casa delle Sementi di Borgo Egnazia, in Puglia.

Per il contadino che coltiva varietà antiche, i critici individuano due rischi concreti. Il primo è la contaminazione da piante brevettate. Il secondo sono i brevetti formulati in modo così ampio da coprire tutte le piante con una certa caratteristica, «qualunque sia il processo utilizzato per ottenerli», come scrivono le organizzazioni contadine. In quel caso anche una pianta nata da selezione tradizionale potrebbe ricadere sotto un brevetto altrui.

Concentrazione: dal caso Verisem ai quattro giganti

Secondo i dati più citati, circa metà del mercato mondiale delle sementi commerciali è in mano a quattro gruppi: Bayer, Corteva, Syngenta-ChemChina e BASF. In Italia la storica Produttori Sementi Bologna è passata prima a Syngenta, poi a ChemChina. Nel 2021 ChemChina ha offerto 200 milioni di euro per Verisem, proprietaria dei marchi Franchi e Hortus. Contro l’offerta si stava formando un consorzio guidato da Bonifiche Ferraresi.

Bocci ha però osservato che Verisem era già controllata da un fondo d’investimento. A suo giudizio, la questione non è la nazionalità del proprietario: va ripensato il modello brevettuale su cui si regge l’intero settore sementiero.

Bill Gates e la terra

Nel 2021 la rivista The Land Report ha indicato Bill Gates come il maggiore proprietario privato di terreni agricoli negli Stati Uniti: circa 270.000 acri complessivi, pari a oltre 100.000 ettari. Gates ha spiegato che gli acquisti erano stati decisi dal suo gruppo d’investimento e non erano legati alla sua attività sul clima.

La Fondazione Gates finanzia da anni programmi agricoli. Tra questi c’è Agra, l’Alleanza per una rivoluzione verde in Africa, lanciata nel 2006 con la Fondazione Rockefeller. Agra sostiene che il programma aumenta le rese. Diverse organizzazioni contadine africane lo accusano invece di favorire sementi commerciali e fertilizzanti a scapito dei semi locali. La Fondazione ha contribuito anche al Crop Trust, l’organismo che sostiene la banca mondiale dei semi alle Svalbard. Nel 2010 aveva acquistato azioni Monsanto, poi cedute.

Chi possiede i semi

Il punto sollevato dai critici riguarda il principio stesso. Una varietà ottenuta con l’incrocio e la selezione, cioè con le tecniche che i contadini usano da millenni, per legge non è brevettabile. Eppure circa un sesto delle domande di brevetto su piante contate nel 2020 riguardava proprio questo tipo di varietà. In Italia un agricoltore che risemina una varietà protetta senza autorizzazione rischia una sanzione, perché il privilegio previsto dalle norme europee non è stato recepito dalla legge nazionale. Ogni nuova caratteristica rivendicata come invenzione riduce lo spazio del patrimonio comune.

L’industria risponde che senza protezione non c’è ricerca e senza ricerca non ci sono varietà più produttive.

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