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In California si vota per tassare i miliardari. Zuckerberg pagherebbe 10 miliardi.

Il 3 novembre si vota la Proposition 40. I super ricchi spendono centinaia di milioni per affossarla, Meta riorganizza le azioni per far pagare Zuckerberg.
Byoblu·22 ottobre 2026
Economia — Byoblu

Il 3 novembre in California si vota per tassare i miliardari. La Proposition 40 chiede un prelievo una tantum del 5% sul patrimonio netto di chi possedeva più di un miliardo di dollari ed era residente nello Stato al 1° gennaio. Il 90% del gettito andrebbe alla sanità pubblica, il resto all’assistenza alimentare e alla scuola. Se passa, sarà la prima patrimoniale degli Stati Uniti scritta apposta per i miliardari.

Il testo prevede una gradualità, per cui se uno ha un miliardo di dollari esatti (porello), non paga nulla. Da 1,05 miliardi aliquota ridotta al 2,5%, e sopra gli 1,1 miliardi aliquota al 5% (quindi 55 milioni di dollari).

A meno di due settimane dal voto è arrivata una notizia che pesa sulla campagna. Meta, la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp, ha depositato alla SEC, l’autorità che vigila sulla Borsa americana, un documento con una riorganizzazione delle proprie azioni. Lo scopo dichiarato è permettere a Mark Zuckerberg di pagare la tassa senza perdere il controllo dell’azienda. In cambio, lui si impegna a restare residente in California per otto anni.

Come funziona la tassa sui miliardari della California

In California i cittadini possono portare direttamente alle urne leggi e modifiche alla Costituzione statale, se raccolgono abbastanza firme. La Proposition 40 fa entrambe le cose. L’hanno scritta tre docenti di diritto tributario, Brian Galle, David Gamage e Darien Shanske, insieme all’economista Emmanuel Saez di Berkeley. L’ha depositata SEIU-UHW, il sindacato dei lavoratori della sanità della costa ovest.

Ad aprile il sindacato ha annunciato 1,6 milioni di firme raccolte. Il 17 giugno il segretario di Stato, l’ufficio che certifica le consultazioni, ne ha convalidate 980.438, contro le 874.641 necessarie. Il giorno dopo il sindacato ha offerto al governatore Gavin Newsom di ritirare la proposta in cambio di un prelievo più leggero, del 2%, da approvare in Parlamento. Newsom ha detto no. La scadenza per il ritiro è passata e il quesito è finito sulla scheda.

I miliardari potrebbero pagare tutto nel 2027 oppure spalmare il conto in cinque anni, all’1% annuo. La tassa colpirebbe il patrimonio mondiale, esclusi gli immobili, gran parte dei fondi pensione e opere d’arte fino a 5 milioni di dollari.

Perché proprio adesso

Il motivo dichiarato sono i tagli federali. La legge di bilancio di Donald Trump, il One Big Beautiful Bill Act, proroga gli sgravi per i redditi alti e riduce i fondi per Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria per chi ha redditi bassi. La sua versione californiana si chiama Medi-Cal. Secondo le stime dei funzionari statali, dal 2027 potrebbe perdere 30 miliardi l’anno, e oltre un milione di persone resterebbe senza copertura. I promotori parlano di 3,4 milioni di californiani a rischio.

C’è poi la questione dell’equità. Secondo un lavoro di Saez, Gabriel Zucman e Jasper Boll, tra il 2023 e il 2025 la ricchezza dei miliardari californiani è cresciuta del 144%, il reddito di tutti gli altri residenti del 17%. A metà anno valeva circa 2.300 miliardi di dollari, metà del PIL annuo dello Stato. Gli stessi autori stimano che in imposte statali sul reddito abbiano versato lo 0,2% del loro patrimonio all’anno.

Il meccanismo è noto. Gran parte di queste fortune sta in azioni che si rivalutano senza essere vendute. Finché non si vende, il guadagno non è reddito e non si tassa. Per vivere ci si indebita usando le azioni come garanzia, poi il patrimonio passa agli eredi. Zuckerberg, per esempio, dal 2013 si paga uno stipendio simbolico di un dollaro l’anno.

Il caso Zuckerberg e le azioni di Meta

Il patrimonio di Zuckerberg è stimato intorno ai 240 miliardi di dollari. Per lui la tassa varrebbe circa 10 miliardi. Stando ai documenti societari, aveva comunicato a un comitato di amministratori indipendenti che stava valutando di trasferire la residenza fuori dallo Stato. Per pagare avrebbe dovuto vendere azioni di classe B, quelle con diritti di voto maggiorati, e la sua quota di controllo sarebbe scesa dal 60,6% a circa il 53%.

Il comitato ha giudicato “di fondamentale importanza” che Zuckerberg resti alla guida e continui a gestire l’azienda dalla sede californiana. La soluzione: da gennaio 2027 Meta distribuirà ai soci nuove azioni di classe C, senza diritto di voto. Zuckerberg potrà vendere subito il 20% di quelle che riceverà, circa il 10% della sua partecipazione, e usare il ricavato per il fisco. Il voto resta dove sta.

La mossa tocca uno degli argomenti più usati contro la tassa. La Tax Foundation, centro studi di area conservatrice, aveva sostenuto che per i fondatori di società con azioni a voto multiplo l’aliquota effettiva potesse superare di molto il 5%, o costringerli a cedere il comando. Gli autori della proposta avevano replicato che era una lettura sbagliata del testo. Zucman ha commentato su X che la decisione di Meta dimostra che “la campagna per la Proposition 40 sta funzionando“.

Resta il fatto che è il consiglio di Meta a cambiare l’architettura della società attorno a una scelta fiscale del suo fondatore, e a farlo in modo che il suo controllo resti intatto. Sulle intenzioni di Zuckerberg le fonti non coincidono: c’è chi riporta che a febbraio avesse già annunciato il trasferimento a Miami, chi parla di un trasloco ipotizzato per ottobre. In entrambi i casi sarebbe avvenuto dopo il 1° gennaio, la data che decide chi deve pagare.

Quanto incasserebbe davvero lo Stato

Qui le stime divergono. Il sindacato promotore parla di circa 100 miliardi di dollari. L’ufficio dell’analista legislativo, l’organismo indipendente che valuta i conti per il Parlamento statale, prevede “decine di miliardi” in più anni, con una possibile perdita di meno di un miliardo l’anno in imposte sul reddito dei miliardari che se ne vanno.

E alcuni se ne sono già andati. Tra l’annuncio, a ottobre 2025, e il 1° gennaio, sette miliardari hanno lasciato lo Stato: i fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin, Peter Thiel, Don Hankey, Steven Spielberg, Travis Kalanick e David Sacks. Secondo uno studio citato dalla stampa economica americana, si sono portati via circa 540 miliardi di patrimonio, quasi il 30% della base imponibile. Sei su sette sono andati in Stati senza imposta sul reddito. Altri, come Larry Ellison, hanno venduto casa e scelto il Nevada. Potrebbero comunque subire verifiche sulla residenza.

Due ricercatori di Stanford, Benjamin Jaros e Joshua Rauh, hanno simulato 100.000 scenari. Secondo loro la tassa incasserebbe circa 30 miliardi, ma tra imposte sul reddito perse e contenziosi lascerebbe lo Stato in perdita di circa 39 miliardi. L’85% degli scenari dà un saldo negativo. Saez e Zucman rispondono che i miliardari pagano così poche imposte sul reddito che, anche se partissero tutti, servirebbero 25 anni perché la perdita superasse il gettito della tassa.

I soldi spesi per la contropropaganda e le pillole avvelenate

Secondo le stime circolate, i miliardari hanno speso oltre 180 milioni di dollari contro la proposta. Building a Better California, fondata da Brin ed Eric Schmidt, ad agosto aveva raccolto 118 milioni, soprattutto da Brin, Chris Larsen e John Doerr. Thiel avrebbe versato circa 100 milioni a un altro comitato.

Sulla scheda ci sono anche le Proposition 41 e 42, promosse dagli oppositori. Intervengono sulle regole per le nuove tasse e sulla tassazione dei patrimoni personali. Se una delle due ottiene più voti favorevoli della 40, la tassa sui miliardari decade. Un sondaggio di settembre del PPIC, istituto di ricerca californiano, dava il 52% alla 40, il 51% alla 41 e il 54% alla 42: la tassa passerebbe e verrebbe subito annullata. Un sondaggio di Berkeley dello stesso mese dava la 40 al 45% contro il 42%, con le altre due senza maggioranza.

Una sinistra divisa

Il fronte non segue le linee di partito. Newsom ha definito la proposta senza senso e “davvero dannosa per lo Stato”, e dice di preferire una tassa minima nazionale sui miliardari. Contro sono anche il sindacato degli insegnanti, l’associazione dei medici, Planned Parenthood e alcuni sindacati edili. Questi ultimi sostengono che il testo apra una porta per tassare i risparmi di tutti: la misura elimina un limite costituzionale alla tassazione dei beni immateriali e consente al Parlamento di modificare la legge con due terzi dei voti.

A favore ci sono il sindacato promotore, Bernie Sanders, che ha definito i miliardari “oligarchi” convinti di avere “il diritto divino di governare”, sei premi Nobel per l’economia tra cui Joseph Stiglitz e Daron Acemoglu, e il Partito democratico californiano, che l’ha sostenuta con il 61,7%, appena sopra la soglia del 60%. Il deputato Ro Khanna, che rappresenta buona parte della Silicon Valley, ha attaccato Newsom: “Non puoi essere anti-Trump e poi fare gli interessi dei donatori di Trump”. Tra i fiscalisti accademici, invece, un sondaggio su 105 docenti ha trovato il 69,5% contrario.

C’è anche chi non si scompone. Jensen Huang, numero uno di Nvidia, pagherebbe circa 8 miliardi. Ha detto di non averci “pensato nemmeno una volta”: chi ha scelto di vivere nella Silicon Valley, ha spiegato, accetti le tasse che verranno.

Cosa succede dopo il voto

Zucman è anche l’ispiratore della proposta di patrimoniale minima sui grandi patrimoni discussa in Francia. Un sì in California darebbe forza a quel dibattito anche fuori dagli Stati Uniti.

Se la Proposition 40 passa e sopravvive alle concorrenti, la battaglia si sposterà in tribunale. La data di residenza retroattiva è già contestata come incostituzionale, e al Congresso il deputato repubblicano Kevin Kiley ha presentato una legge per vietare agli Stati di tassare chi non vi abita più. I primi pagamenti sono previsti per il 2027, lo stesso anno in cui Meta distribuirà le nuove azioni a Zuckerberg.

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