Case di comunità: la sanità territoriale prende forma, ma i ritardi restano

Cinque nuove Case di comunità apriranno in Umbria nelle prossime settimane, distribuite tra Città di Castello, Terni, Montefalco, Norcia e Cascia. L’investimento supera i 7 milioni di euro, finanziati attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’annuncio arriva dalla presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, che ha sottolineato come le strutture siano state realizzate nel rispetto delle scadenze previste dal Pnrr.
La notizia è concreta, e per molti cittadini umbri — soprattutto nelle aree interne come la Valnerina, dove si trovano Norcia e Cascia, zone già provate dal sisma — rappresenta un segnale atteso da tempo. Chi oggi ha bisogno di un esame diagnostico o di una visita specialistica sa bene cosa significa aspettare: liste d’attesa che si misurano in mesi, quando non in anni. E in certi casi, anche di fronte a una prestazione classificata come urgente, la risposta del sistema è che non c’è posto.
Cosa sono le Case di comunità
Le Case di comunità sono strutture sanitarie territoriali pensate per avvicinare i servizi ai cittadini, riducendo la pressione sugli ospedali e sui pronto soccorso. Il modello è stato formalizzato dal decreto ministeriale n. 77 del 23 maggio 2022, nell’ambito della Missione 6 del Pnrr, quella interamente dedicata alla salute. L’idea di fondo è quella di una “sanità di iniziativa”: non si aspetta che il paziente arrivi in ospedale, ma si interviene in modo proattivo, con particolare attenzione alle patologie croniche e alle fasce di popolazione più fragili.
All’interno di queste strutture dovrebbero operare équipe multidisciplinari: medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri, assistenti sociali. Ogni struttura è inoltre collegata a una Centrale operativa territoriale (COT) e, ove presente, a un Ospedale di comunità per i ricoveri brevi a bassa intensità clinica. Il Punto unico di accesso (PUA) rappresenta invece lo sportello di primo orientamento per il cittadino.
Il nodo dei ritardi nazionali
Il quadro umbro, però, contrasta con i numeri nazionali. Secondo dati aggiornati a dicembre 2024, solo circa il 15% delle 1.038 strutture programmate su tutto il territorio italiano ha attivato l’insieme completo dei servizi previsti. Poco più del 4% dispone di personale medico e infermieristico adeguato. A pochi mesi dalla scadenza del Pnrr, fissata al 2026, il cantiere della sanità territoriale è ancora ampiamente aperto.
Questo ritardo ha conseguenze dirette sulla vita quotidiana dei pazienti. Il sistema continua a scaricare sull’ospedale — e in particolare sul pronto soccorso — una domanda che potrebbe e dovrebbe essere gestita altrove. Il risultato, sotto gli occhi di chiunque abbia frequentato negli ultimi anni un ambulatorio o un centro prenotazioni, è una spirale di sovraffollamento e attese insostenibili.
La speranza che diventi realtà
“Le Case di Comunità non sono semplici ambulatori, ma veri e propri cuori pulsanti dell’assistenza territoriale”, ha dichiarato la presidente Proietti. L’assessora regionale Simona Meloni ha aggiunto che la priorità è “una sanità che non aspetta il paziente in ospedale, ma che gli va incontro sul territorio”.
Parole che centrano il problema. Il cittadino non vuole risposte straordinarie: vuole poter prenotare un esame in tempi ragionevoli, trovare un medico vicino a casa, ricevere assistenza continuativa per una patologia cronica senza doversi orientare da solo in un sistema sempre più frammentato. Le Case di comunità, se davvero operative e dotate di personale sufficiente, potrebbero essere uno strumento adeguato a questa esigenza.
I prossimi mesi saranno decisivi: non solo per completare le aperture previste dal Pnrr, ma per garantire che le strutture funzionino davvero e non rimangano gusci vuoti. L’Umbria sembra voler fare la propria parte. Resta da vedere se il resto del Paese riuscirà a seguire.