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Conte si dimette dalla Commissione Covid, ma l’audizione salta. FDL: sapeva che non si poteva fare.

L’ex premier annuncia in diretta che «spazzerà via il fango». Poche ore dopo il presidente Lisei sconvoca la seduta di domani: mancano le date alternative. Il fango, forse, conviene a tutti.
Byoblu·03 agosto 2026
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Giuseppe Conte si è dimesso ieri da componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Lo ha annunciato sui social pubblicando la lettera indirizzata al presidente della Camera Lorenzo Fontana e al presidente della Commissione, il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei. Motivo dichiarato: evitare «ogni possibile situazione di incompatibilità», dato che il leader del Movimento 5 Stelle sarebbe stato ascoltato come testimone in qualità di presidente del Consiglio all’epoca dei fatti oggetto dell’inchiesta. Insieme alle dimissioni, l’annuncio muscolare: «Spetterà a me, finalmente, parlare in modo da spazzare via tutto il fango». Con invito a seguire tutto in diretta streaming sui suoi canali.

Poi, poche ore dopo, il colpo di scena. L’audizione fissata alle 9.30 non si tiene. Lisei ha comunicato di aver «sconvocato» la seduta «in ragione dei lavori delle Aule parlamentari per le giornate di martedì 4 e di mercoledì 5 agosto, con previste votazioni tutto il giorno sia alla Camera che al Senato». E ha aggiunto un dettaglio che pesa: i suoi uffici avevano avvisato la segreteria di Conte già la settimana scorsa che quelle date erano problematiche, chiedendo alternative. Venerdì un nuovo contatto, «senza tuttavia ricevere disponibilità di altri giorni».

Il paradosso del controllore controllato

Le dimissioni, in ogni caso, sono un passo indietro temporaneo. Fontana avrebbe già garantito il reinserimento di Conte nella Commissione a audizione conclusa, superando l’ostacolo regolamentare che impedisce a un commissario di essere ascoltato dall’organismo di cui fa parte. Un dettaglio che dice molto sul grado di serietà con cui si affronta il tema dell’incompatibilità: esci dalla porta, testimoni, rientri dalla finestra.

Resta il punto politico, quello vero. Per mesi Conte ha difeso la propria presenza in una Commissione chiamata a indagare l’operato del governo che lui stesso guidava. Controllore e controllato insieme. Ha ceduto solo alla vigilia, e lo ha fatto travestendo la ritirata da carica di cavalleria. È un metodo che conosciamo: l’annuncio al posto della sostanza, la piazza al posto delle carte.

Da Fratelli d’Italia il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha parlato di «giocata da prestigiatore»: «Ha dato la disponibilità esattamente quando ha avuto la certezza che la Camera e il Senato sarebbero stati convocati per votazioni. Se l’aula vota, le commissioni non si possono tenere». E la domanda diretta: «Giuseppe, ma perché usi questi trucchi per scappare? Cos’è che hai da nascondere?».

Cosa Conte porterà in audizione

Dal fronte pentastellato la narrazione è opposta: la Commissione sarebbe uno strumento di attacco politico, e l’audizione — quando ci sarà — si trasformerebbe in un boomerang per la maggioranza. Domenica, alla manifestazione “PiazzAsiago”, Conte aveva anticipato il tono: «I disertori di ieri sono diventati i leoni di oggi, martedì ne vedremo delle belle».

Il dossier che l’ex premier intende rovesciare sul tavolo ha un nome: la transazione da cento milioni di euro tra lo Stato e la JC Electronics Italia dell’imprenditore Dario Bianchi. Lo stesso Bianchi che in Commissione ha accusato il governo Conte, indicando l’avvocato Luca Di Donna — già collega di studio dell’ex premier — come mediatore che gli avrebbe proposto di agevolare le commesse in cambio di una percentuale. Bianchi aveva fatto causa allo Stato per un mancato appalto sulle mascherine; vinto il primo grado, ha ottenuto una transazione da cento milioni stanziati con decreto nell’ottobre scorso, prima che la Corte d’Appello si pronunciasse sulla sospensiva. L’accordo, firmato il 31 ottobre 2025, è diventato di dominio pubblico solo il 2 luglio, quando il ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto a un’interrogazione parlamentare. La Commissione, nel frattempo, non ne sapeva nulla.

Il rischio: due propagande e nessuna verità

Una Commissione d’inchiesta sul Covid serve: è uno degli strumenti più legittimi che il Parlamento possiede per accertare come si è arrivati a decisioni che hanno stravolto la vita di sessanta milioni di persone. Ma serve se indaga davvero, e su tutto. Se cento milioni di euro pubblici escono senza che l’organismo inquirente ne venga informato, il problema non è di uno schieramento: è istituzionale.

E se il baricentro dell’inchiesta resta la partita delle mascherine e delle forniture, resta fuori ciò che a molti italiani sta più a cuore: cosa è stato somministrato, con quali dati, con quali contratti, con quali coperture per gli effetti avversi. Chi ha silenziato la ricerca indipendente. Chi ha deciso che il dissenso fosse un reato sociale.

Su questo Conte ha molto da spiegare — la stagione dei DPCM, dei lockdown, dei bonifici alle piattaforme mediatiche, del green pass avviato dal suo governo e portato a compimento da chi è venuto dopo. Ma su questo anche la maggioranza attuale ha una convenienza a non scavare troppo, perché quel percorso non si è interrotto nel 2021 e più di un protagonista di allora è ancora seduto ai posti di comando.

Il rischio, insomma, è che l’audizione più attesa dell’inchiesta si riduca a un regolamento di conti tra ex alleati di governo, ciascuno con il proprio dossier in tasca da usare come arma di ricatto reciproco. Con il risultato che nessuno dei due tira davvero la corda fino in fondo. Conte promette di spazzare via il fango. Il sospetto è che il fango, alla fine, faccia comodo a tutti: perché finché resta torbido, nessuno vede il fondo.

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