Crisi energetica da Hormuz: scenari dal petrolio a 80 fino a 200 dollari al barile

Da quando, il 28 febbraio 2026, è scattata l’operazione militare congiunta statunitense-israeliana contro l’Iran — denominata «Epic Fury» — e Teheran ha risposto dichiarando la chiusura dello Stretto di Hormuz, i mercati dell’energia non hanno trovato pace. A quasi cento giorni dall’inizio del conflitto, il Brent si aggira stabilmente attorno ai 97 dollari al barile (dato aggiornato all’8 giugno 2026), con picchi che a marzo avevano sfiorato i 120 dollari. Il gas naturale europeo TTF, partito da circa 30 euro per megawattora prima della crisi, aveva toccato punte di 49 euro nelle prime ore di caos, stabilizzandosi poi su valori superiori al 40% rispetto ai livelli pre-conflitto.
Lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare di circa 60 chilometri che separa il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman. Attraverso di esso transitava, prima della guerra, circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto (GNL) scambiato a livello mondiale. La sua «chiusura» — prima totale, poi parziale e ora soggetta a nuove condizioni imposte da Teheran e Mascate — rappresenta uno shock senza precedenti nella storia del mercato energetico globale.
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Gli scenari a breve termine: da 80 a 200 dollari al barile
Le previsioni degli analisti divergono sensibilmente a seconda delle ipotesi sul decorso del conflitto.
Scenario base (risoluzione rapida o de-escalation entro settimane): Gli analisti di Citigroup e Unicredit stimavano, nelle prime settimane di marzo, un prezzo del Brent nell’intervallo 80-90 dollari al barile come scenario centrale, ipotizzando una de-escalation rapida o un cambio di leadership a Teheran. Unicredit sottolineava che i fondamentali di mercato — con un’offerta globale stimata attorno a 107 milioni di barili al giorno contro una domanda di circa 103 milioni — giocavano in favore di una contenimento dei prezzi, a patto che le rotte di trasporto tornassero operative.
Scenario intermedio (conflitto prolungato, Stretto parzialmente bloccato): Se i flussi attraverso Hormuz restassero ridotti ma non azzerati per settimane, Goldman Sachs stimava un «premio di rischio» stabilmente incorporato nel prezzo del greggio pari a 18 dollari al barile. Wood Mackenzie individuava una soglia critica di 100 dollari al barile come scenario plausibile in caso di chiusura prolungata. Morgan Stanley aveva già alzato la propria stima sul Brent per il secondo trimestre 2026 a 80 dollari, da una precedente previsione di 62,50 dollari.
Scenario di escalation (guerra estesa, Stretto chiuso a lungo): Gli analisti di Bernstein parlano esplicitamente di una fascia 120-150 dollari in uno scenario di «guerra estesa». Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, ha indicato a Class CNBC la soglia dei 130-150 dollari come raggiungibile se lo Stretto restasse completamente chiuso. Simone Tagliapietra, senior fellow di Bruegel e docente alla Johns Hopkins University di Bologna, non esclude i 150-200 dollari in caso di prolungamento indefinito del conflitto, aggiungendo che già al di sopra dei 100 dollari si configura uno «shock macroeconomico» con effetti sull’inflazione e sulle aspettative di crescita globale.
Scenario catastrofico (collasso delle infrastrutture regionali): JP Morgan avverte che, se lo Stretto rimanesse chiuso per oltre 25 giorni, i principali produttori del Medio Oriente potrebbero essere costretti a sospendere la produzione perché i serbatoi di stoccaggio offshore raggiungerebbero i limiti fisici di capacità. Un simile scenario renderebbe i target di prezzo citati sopra potenzialmente ottimistici.
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La variabile Hormuz: dall’apertura con pedaggi alla minaccia permanente
Un elemento di novità, emerso l’8 giugno 2026, complica ulteriormente il quadro: l’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, ha dichiarato al quotidiano russo Izvestia che lo Stretto sarà «aperto, ma con nuove condizioni determinate dalle autorità iraniane e omanite», incluso il pagamento di una tariffa di transito. Per i mercati, la reintroduzione di un «pedaggio politico» su una rotta prima libera introduce una variabile permanente difficilmente prezzabile e non necessariamente rassicurante rispetto alla chiusura totale.
Nello stesso giorno, Israele ha colpito il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sud-ovest dell’Iran, primo attacco a un sito energetico iraniano dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’8 aprile. I futures sul Brent hanno reagito con un rialzo di oltre il 4%, cancellando le perdite della seduta precedente.
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Gas: il nodo Qatar e gli stoccaggi europei
L’Italia importava, nel 2025, circa il 25% del proprio GNL dal Qatar (5-6 miliardi di metri cubi). La sospensione della produzione dell’impianto Ras Laffan di QatarEnergy — annunciata a inizio marzo dopo attacchi iraniani — ha interrotto un flusso di circa 120 miliardi di metri cubi annui di GNL, un volume paragonabile a quello che la Russia forniva all’Europa prima dell’invasione dell’Ucraina del 2022.
A rendere il quadro più delicato, gli stoccaggi europei di gas erano al momento dell’inizio della crisi già inferiori al 31% della capacità, contro il 40% registrato nello stesso periodo del 2025. Secondo gli analisti di ICIS, se l’interruzione delle forniture dal Golfo dovesse protrarsi, la domanda europea si sposterebbe in misura crescente verso il GNL statunitense, restringendo ulteriormente il mercato globale e spingendo al rialzo i prezzi anche in Asia.
Scenario migliore per il gas (breve termine): Normalizzazione dei flussi entro l’estate 2026, con prezzi TTF che potrebbero tornare sotto i 35 euro/MWh grazie anche a una stagione calda che riduce la domanda di riscaldamento.
Scenario peggiore per il gas (autunno-inverno 2026): Se la crisi si prolungasse fino all’autunno con stoccaggi europei insufficienti, si aprirebbero scenari di razionamento in alcuni Paesi, con prezzi TTF potenzialmente superiori ai massimi toccati a inizio crisi. La situazione sarebbe aggravata dalla concorrenza degli acquirenti asiatici sul mercato spot del GNL.
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L’OPEC+ e il paradosso delle quote inutili
Dall’inizio del conflitto, l’OPEC+ ha deliberato quattro aumenti consecutivi della produzione. L’ultimo, concordato domenica 8 giugno, ha portato l’incremento cumulativo a valori consistenti sulla carta. Ma, come ha spiegato Jorge Leon di Rystad Energy, «l’impatto fisico di questa decisione sarebbe prossimo allo zero»: la maggior parte dei barili aggiuntivi transita attraverso Hormuz (e quindi non arriva a destinazione) oppure proviene da Paesi come la Russia, la cui capacità produttiva è stata erosa dagli attacchi alle infrastrutture.
L’Arabia Saudita dispone di circa 1,8 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata, e gli Emirati di altri 700.000, ma il problema non è la produzione: è il trasporto. Francesco Sassi, professore di geopolitica dell’energia all’Università di Oslo, ha sintetizzato la questione all’agenzia Adnkronos: «Se loro non lo possono fare, chi lo può fare? Nessuno».
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Gli impatti sulla vita quotidiana degli italiani
A livello domestico, i riflessi della crisi sono già visibili. Il prezzo del petrolio è aumentato di circa il 60% dall’avvio del conflitto a fine febbraio. Secondo uno studio commissionato da Greenpeace, nel solo mese di marzo le aziende europee attive nella raffinazione avrebbero incassato una media di 81,4 milioni di euro supplementari al giorno di extraprofitti. Per l’Italia, la stima è di circa 14 centesimi di extracosto per ogni litro di diesel alla pompa nel mese di marzo.
Per i viaggi aerei, il cherosene — che costituisce circa il 20-25% dei costi operativi di una compagnia aerea — ha subito rialzi analoghi a quelli del diesel, con surcharge tariffari che si traducono in biglietti aerei più cari. Per il riscaldamento domestico, il collegamento tra prezzi del gas sul mercato all’ingrosso e bollette è diretto nei contratti a prezzo variabile, con aumenti che nelle prime settimane di crisi hanno superato il 40% rispetto ai valori precedenti.
Bangladesh e Sri Lanka hanno già introdotto razionamenti di carburante ed energia. Diversi economisti, tra cui Emiliano Brancaccio dell’Università Federico II di Napoli, sottolineano che gli effetti dei rincari energetici sono regressivi: pesano proporzionalmente di più sui redditi bassi.
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Prospettive: il nodo geopolitico dell’Iran post-Khamenei
L’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei — al potere dal 1989 — aggiunge al quadro energetico una profonda incertezza politica. Secondo Luigi Toninelli, junior research fellow dell’ISPI, la scomparsa della guida suprema «potrebbe sembrare uno scacco matto alla Repubblica islamica», ma è «molto più plausibile che un eventuale cambiamento maturi dall’interno dell’attuale sistema di potere, con i Pasdaran in prima linea». Questo significa che, almeno nel breve periodo, non è attesa una transizione rapida verso un interlocutore disponibile a normalizzare i flussi energetici.
La Cina, principale acquirente del petrolio del Golfo e sostenitore di fatto di Teheran, esercita pressioni affinché lo Stretto non venga compromesso definitivamente, temendo anche che gli Stati Uniti possano invocare la necessità di garantire la libertà di navigazione come pretesto per una presenza militare permanente nella regione. Quasi il 70% del greggio che transitava per Hormuz era destinato ad acquirenti asiatici.
Al Jazeera, nell’ultimo aggiornamento disponibile del 9 giugno 2026, sintetizza la situazione con una domanda che i mercati si pongono da mesi: perché il petrolio si è stabilizzato attorno ai 100 dollari invece di esplodere ulteriormente o tornare ai livelli pre-crisi? La risposta sembra essere che il mercato ha progressivamente «scontato» uno scenario di conflitto prolungato ma non catastrofico, adattandosi a una nuova normalità di prezzi strutturalmente elevati — senza tuttavia avere la visibilità per immaginare una vera normalizzazione.