Cuba sull’orlo del baratro: il Pentagono pronto, manca solo l’ordine di Trump

Il Pentagono ha completato i piani operativi per un possibile attacco militare a Cuba e attende solo l’ordine di Donald Trump. Lo riferisce Politico, citando fonti vicine all’amministrazione, mentre gli asset navali statunitensi sono già stati riposizionati nei Caraibi per consentire operazioni che vanno dalla cattura della leadership dell’isola fino a scenari di invasione su larga scala. Nel frattempo, Cuba vive la peggior crisi energetica ed economica dalla rivoluzione del 1959: blackout prolungati fino a 14 ore, carenza di alimenti e acqua potabile, proteste di piazza represse con colpi in aria, secondo quanto documentato da organizzazioni indipendenti.
L’isola è stata progressivamente strangolata a partire dal gennaio 2026, quando l’amministrazione Trump ha imposto un blocco sistematico alle forniture di carburante. Con la caduta di Nicolás Maduro a Caracas — deposto grazie a un’operazione delle forze speciali statunitensi il 3 gennaio scorso — Cuba ha perso anche il suo principale fornitore di petrolio. Il risultato è una crisi a cascata: la Unión Eléctrica cubana ha dichiarato un deficit record di 2.147 megawatt, con appena un terzo della domanda nazionale coperta. La centrale termoelettrica Antonio Guiteras, la più importante del Paese, è fuori servizio. Una petroliera russa carica di 250mila barili di diesel ha cambiato rotta, allontanandosi dai Caraibi senza scaricare il combustibile atteso.
La promessa della pace, la realtà della pressione militare
Eppure Trump si era candidato promettendo la fine di ogni conflitto. “Fermerò tutte le guerre”, ripeteva in campagna elettorale. E alla pace aveva legato l’ambizione di meritare il Nobel. Oggi, a distanza di pochi mesi, il quadro è radicalmente diverso: operazioni militari in Iran, pressioni sull’Ucraina senza soluzione in vista, mire esplicite sulla Groenlandia, il Venezuela sotto controllo americano de facto, e ora Cuba nel mirino. Una coerenza rovesciata che dovrebbe far riflettere su quanto le priorità strategiche di Washington rimangano immutabili, indipendentemente dal colore politico di chi siede alla Casa Bianca.
Il presidente Trump ha dichiarato pubblicamente, in conferenza stampa, di voler “conquistare Cuba” — «Credo proprio che avrò l’onore di farlo, sarebbe fantastico» — usando un linguaggio che oscilla tra il registro finanziario (“acquisizione amichevole”) e quello apertamente militaresco. Non è retorica a vuoto: secondo quanto riportato dal New York Times, l’amministrazione avrebbe già fatto pressione per ottenere le dimissioni del presidente cubano Miguel Díaz-Canel come precondizione di qualsiasi accordo. Il segretario di Stato Marco Rubio — di origini cubane — ha intanto definito Cuba “uno Stato fallito guidato da comunisti incompetenti”, aggiungendo che la sua vicinanza alle coste americane (140 chilometri) costituisce “una minaccia alla sicurezza nazionale”.
Il modello Venezuela e i suoi limiti
L’amministrazione sembra voler replicare il “modello Venezuela”: un cambio di regime morbido, con la sostituzione della vecchia leadership con figure disposte a collaborare con Washington, mantenendo al contempo la struttura istituzionale. Ma gli analisti avvertono che Cuba non è il Venezuela. Non ha petrolio, non dispone di infrastrutture funzionanti, non ha una figura come Delcy Rodríguez — la vice di Maduro diventata presidente e alleata di Trump — pronta a gestire la transizione.
“Stiamo parlando di un Paese che ha assolutamente bisogno di essere ricostruito al 100%”, ha dichiarato Horacio Garcia Jr., imprenditore cubano-americano del Cuban Liberty Council. “Non esiste un sistema bancario equo, non ci sono infrastrutture per l’acqua né per l’elettricità. Bisogna rifare tutto da zero.” Persino il senatore repubblicano Rick Scott ha ammesso che nessun investitore serio metterà soldi a Cuba senza “una chiara democrazia e un chiaro stato di diritto”.
L’opzione militare, poi, presenta rischi propri. L’US Southern Command avrebbe preparato scenari che vanno da un raid aereo dimostrativo fino a un’invasione di terra. Ma Cuba dispone ancora — secondo il Military Balance 2026 — di 49.000 militari regolari, oltre un milione di riservisti e milizie territoriali, e avrebbe ricevuto, stando ad Axios, circa 300 droni militari da Russia e Iran. Il presidente Díaz-Canel ha avvertito che un’aggressione militare “provocherebbe un bagno di sangue di conseguenze incalcolabili”.
La crisi umanitaria e le voci internazionali
L’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha affermato che le restrizioni imposte dagli Stati Uniti hanno spinto Cuba “sull’orlo del collasso”, aggiungendo che “nulla può giustificare l’asfissia di un’intera popolazione, qualunque siano gli obiettivi”. Il Messico di Claudia Sheinbaum ha parlato di “crisi umanitaria senza precedenti” e ha tentato di organizzare spedizioni di aiuti alimentari. Cina e Russia hanno espresso solidarietà formale, senza però impegnarsi in forniture concrete di carburante.
Nelle strade de L’Avana, nel frattempo, la gente scende in piazza battendo pentole, brucia cassonetti, urla “Libertad” e “Patria y Vida”. Il governo cubano ha distribuito un opuscolo intitolato “Proteggiti, resisti, sopravvivi”, con istruzioni alla popolazione su come affrontare “possibili attacchi nemici”. Il direttore della CIA John Ratcliffe ha visitato L’Avana a bordo di un aereo con la scritta “United States of America” — una mossa che CNN definisce “profondamente scioccante” per i cubani.
Il paradosso di chi promette pace e pratica pressione
Questa sequenza di eventi — Venezuela, Iran, Groenlandia, Cuba — consegna al lettore un’immagine ben diversa da quella del candidato che si vantava di chiudere le guerre. Il cambio di scenario non è frutto di imprevisti: è la prosecuzione di una logica di potenza che attraversa le amministrazioni americane di ogni orientamento politico. La lezione, forse, è che le promesse elettorali — di destra o di sinistra — cedono quasi invariabilmente davanti alle priorità strutturali di chi detiene il potere. Cuba ne è oggi l’esempio più crudo.
Nei prossimi giorni, la Casa Bianca dovrà decidere se forzare una soluzione militare — con tutte le incognite che comporta — o proseguire lungo la via negoziale, sempre più irta di ostacoli. Una cosa appare certa: l’isola paga il prezzo più alto di questa partita, con una popolazione che sopravvive con meno di 1.500 calorie al giorno, senza elettricità né acqua corrente garantite.