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Economia

Dallo Stato sociale al mercato: il caso svedese e i suoi costi nascosti

La smobilitazione del welfare scandinavo è presentata come un successo. Ma chi ha pagato il conto?
Byoblu·31 maggio 2026
Economia — Byoblu

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, l’Italia e buona parte dell’Europa occidentale costruirono sistemi di protezione sociale che, pur con tutte le imperfezioni, garantivano istruzione, sanità e previdenza come diritti universali. Quegli stessi sistemi sono oggi sotto attacco, e il caso svedese viene agitato come prova che la strada giusta sia un’altra: meno Stato, più mercato, privati al posto del pubblico. Vale la pena esaminare questa narrazione con occhi critici.

La Svezia: laboratorio di smantellamento, non di riforma

La trasformazione svedese è reale e profonda. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e ripreso da diverse testate italiane, oggi quasi la metà delle strutture sanitarie di base in Svezia è gestita da operatori privati, incluse società di private equity. Una scuola superiore su tre è affidata a soggetti privati, alcuni quotati in Borsa. La spesa sociale pubblica totale — sanità, istruzione e assistenza — è scesa al 24% del PIL, un livello paragonabile a quello degli Stati Uniti e sensibilmente inferiore al 30% e oltre di Francia e Italia.

I fautori di questo modello sottolineano i risultati economici: la crescita del PIL svedese dovrebbe attestarsi intorno al 2% annuo fino al 2030, stando alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile 2026, un ritmo doppio rispetto a Francia e Germania. L’imprenditorialità è aumentata, i capitali sono tornati nel Paese, le aliquote fiscali sono state ridotte per tre anni consecutivi.

Ma questa narrazione ha un rovescio che i sostenitori della svolta tendono a minimizzare.

Le crepe nel modello: disuguaglianza, criminalità, istruzione a due velocità

Gli stessi osservatori che celebrano il «miracolo svedese» riconoscono che la disuguaglianza sociale è in forte crescita in un Paese storicamente egualitario. I fenomeni di criminalità organizzata nelle periferie urbane e nei quartieri ad alta concentrazione di immigrati non sono diminuiti, anzi si sono intensificati. Sul fronte dell’istruzione, i critici denunciano che le scuole a scopo di lucro tendano a risparmiare su infrastrutture e personale, producendo una segregazione crescente tra chi può scegliere e chi no.

In altre parole: la competizione ha premiato chi già disponeva di risorse culturali ed economiche, mentre ha lasciato indietro le fasce più vulnerabili. Non è una conseguenza marginale: è la negazione del principio fondativo dello Stato sociale.

Il vero nodo: perché lo Stato sociale funzionava e perché è stato eroso

La domanda che il dibattito corrente tende a eludere è questa: perché nei decenni del dopoguerra il welfare funzionava, e cosa ha determinato la sua crisi? La risposta non può essere semplicemente «era insostenibile». In Italia e in Svezia, i sistemi pubblici di sanità e istruzione negli anni Sessanta e Settanta erano finanziati da una crescita economica sostenuta, da una pressione fiscale progressiva e — aspetto cruciale spesso dimenticato — da una politica monetaria che consentiva allo Stato di finanziarsi direttamente. In Italia, prima del cosiddetto «divorzio» tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981, il Tesoro poteva contare sulla banca centrale come acquirente di ultima istanza dei titoli pubblici. Quella separazione, insieme all’architettura della futura Unione Economica e Monetaria, ha progressivamente svuotato gli Stati della capacità di fare spesa in deficit a sostegno dei servizi pubblici, costringendoli invece a indebitarsi sui mercati finanziari a condizioni di mercato.

La Banca Centrale Europea, per statuto, ha come mandato principale la stabilità dei prezzi. La spesa sociale non è nel suo perimetro. E se negli ultimi anni si è aperto un dibattito sulle spese per la difesa — con la BCE che sembra mostrare maggiore flessibilità verso gli investimenti militari — lo stesso non può dirsi per sanità, istruzione e previdenza.

L’austerità come scelta politica, non come legge naturale

Il quadro che emerge è quello di una sequenza di scelte politiche — non di necessità economiche oggettive — che ha progressivamente eroso la capacità degli Stati di garantire diritti universali. Prima il vincolo monetario, poi i parametri di Maastricht, poi i Patti di Stabilità: ogni passaggio ha ridotto lo spazio fiscale dei governi, costringendoli a tagliare proprio laddove la spesa produceva coesione sociale e riduzione delle disuguaglianze.

In questo contesto, presentare la privatizzazione svedese come un modello da imitare significa accettare acriticamente le premesse di quel percorso. Significa dire che, siccome lo Stato non può più spendere, è giusto affidare al mercato ciò che il mercato, per sua natura, non può garantire a tutti: la salute, l’istruzione, la sicurezza nella vecchiaia.

Il modello britannico: quando il welfare diventa trappola?

Anche nel Regno Unito si moltiplicano i segnali di crisi. Una quota crescente di giovani under 25 non lavora, non studia e non segue percorsi formativi. Parte di questo fenomeno viene attribuita a un sistema assistenziale che avrebbe perso la funzione di trampolino per diventare, secondo i critici, una trappola di dipendenza. Il governo laburista di Keir Starmer, in carica da meno di un anno, affronta profonde divisioni interne su come riformare il welfare senza abbandonarne i principi fondativi.

Ma anche qui occorre cautela: attribuire l’inattività giovanile al welfare piuttosto che alla precarizzazione del mercato del lavoro, all’aumento del costo della vita e alla mancanza di opportunità reali è una scelta interpretativa, non un dato di fatto.

Conclusione: i fatti non bastano, contano le domande

Il caso svedese non dimostra che lo Stato sociale fosse sbagliato. Dimostra che, portato all’estremo senza aggiustamenti e senza una politica monetaria adeguata, ha prodotto tensioni insostenibili. Ma la risposta a quelle tensioni non era obbligatoriamente la privatizzazione. Era una scelta. E quella scelta ha prodotto più ricchezza per alcuni e meno protezione per molti.

Il rischio, oggi, è che si accetti come inevitabile un modello in cui il benessere individuale dipende dalla capacità di pagare, non dal diritto di cittadinanza. Un modello che qualcuno, non a torto, chiamerebbe hobbesiano.


Fonti:

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