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Economia

Data center AI: acqua, calore e bollette. Il conto lo paga chi non ha chiesto niente

Dal rapporto ONU alle falde contaminate in Texas, fino ai 90% di server italiani stipati attorno a Milano: la geografia del disastro silenzioso.
Byoblu·08 giugno 2026
Economia — Byoblu
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Ci vuole acqua. Tanta. E corrente elettrica. Ancora di più. E suolo. E minerali rari. E silenzio — quello sì, non c’è: i ventilatori ronzano giorno e notte a decibel che farebbero impallidire un cantiere. Eppure il digitale ha a lungo goduto di una reputazione quasi eterea, come se i dati vivessero nell’aria anziché in capannoni di cemento armato che sputano calore nelle campagne.

Ora quel racconto si sta sgretolando, e lo fa sotto il peso di numeri che non lasciano molto spazio all’interpretazione.

Il conto dell’ONU

Il braccio accademico delle Nazioni Unite — l’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite — ha pubblicato un rapporto dal titolo programmatico: Costo ambientale del consumo energetico dell’IA: impronta di carbonio, acqua e suolo. Non è un pamphlet ambientalista. È, stando a quanto riportato da QuiFinanza, «la valutazione più completa che abbiamo oggi per quantificare l’impatto ecologico dell’intelligenza artificiale».

I dati principali: nel 2025 i data center hanno consumato 448 terawattora di elettricità — un terawattora equivale al fabbisogno annuo di una città da 500.000 abitanti. Entro il 2030 questa cifra potrebbe raggiungere i 945 terawattora, pari al 3% del consumo elettrico mondiale. Per dare un termine di paragone che fa un certo effetto: si tratta del triplo dell’energia consumata da Pakistan, Bangladesh e Nigeria messe insieme.

Sull’acqua le proiezioni sono altrettanto eloquenti: entro il 2030, secondo il rapporto ONU, i data center assorbiranno risorse idriche equivalenti al fabbisogno di 1,3 miliardi di persone, ovvero dell’intera popolazione dell’Africa subsahariana. I rifiuti elettronici, nel frattempo, triplicheranno.

Il direttore dell’istituto ONU ha precisato che il documento non è un atto d’accusa contro l’intelligenza artificiale, ma «un appello a un utilizzo responsabile». Considerati i numeri, la distinzione suona quasi come un eufemismo.

Isole di calore e falde contaminate

Un working paper dell’Università di Cambridge, basato su dati satellitari NASA relativi al periodo 2004-2024, ha rilevato che le aree attorno a oltre 6.000 data center nel mondo hanno registrato un aumento medio della temperatura del suolo di circa 2°C, con picchi fino a 9°C in alcuni casi. L’effetto sarebbe percepibile fino a dieci chilometri di distanza e interesserebbe potenzialmente 343 milioni di persone. Va detto che lo studio non ha ancora superato la revisione tra pari, e alcuni ricercatori indipendenti attribuiscono parte di quell’aumento alla semplice impermeabilizzazione del suolo causata dalla costruzione degli impianti, non al loro funzionamento.

Negli Stati Uniti la situazione ha già assunto contorni concreti e conflittuali. Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, in diverse comunità americane le falde acquifere risultano contaminate, i pozzi privati intorbiditi da sedimenti e fango, e le acque di processo chimico vengono sversate senza adeguato controllo. A questo si aggiunge un inquinamento acustico cronico legato ai sistemi di ventilazione. L’attivista Erin Brockovich ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per documentare l’espansione delle strutture: i dati raccolti indicano che un singolo data center di grandi dimensioni può consumare fino a 19 milioni di litri d’acqua al giorno, quanto una città da 50-60.000 abitanti.

In Texas, un progetto da 3 gigawatt a Sulphur Springs è al centro di proteste e cause legali. Le grandi aziende tecnologiche hanno risposto alle contestazioni accusando le organizzazioni locali di essere finanziate dalla Cina per ostacolare il progresso americano. Una risposta che, osservata da fuori, ha il suo stile.

L’Europa (e l’Irlanda in particolare) non è spettatrice

L’Agenzia europea dell’Ambiente (AEA) ha pubblicato il 5 maggio 2026 un documento intitolato Orientarsi nella duplice transizione europea, con un avvertimento esplicito: «la digitalizzazione non è intrinsecamente ecologica». In Irlanda i data center consumano già oltre il 20% di tutta l’elettricità nazionale. A livello continentale, l’Europa pesa per il 15% del consumo globale di elettricità dei data center (contro il 45% degli USA e il 25% della Cina).

L’AEA stima che entro il 2030 il fabbisogno energetico europeo del settore potrebbe quasi raddoppiare, spinto dall’espansione dell’IA generativa. I principali poli sono Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, ma nuovi mercati stanno emergendo in Spagna, Italia e Polonia.

Sul fronte idrico, le proiezioni indicate dall’AEA parlano di un consumo annuo di acqua per raffreddamento e produzione di elettricità che potrebbe arrivare a 1.068 miliardi di litri entro il 2028, undici volte le stime del 2024.

Milano, ovvero il 90% dell’Italia in pochi chilometri quadrati

L’Italia non è estranea a questa dinamica. Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, il 90% dei data center italiani è concentrato nell’area metropolitana di Milano. La Lombardia ha risposto con una legge regionale che prova a regolamentare i nuovi insediamenti, ma i margini restano ampi: non è obbligatorio utilizzare aree dismesse, e per edificare su terreni non edificati è sufficiente pagare una maggiorazione. Un primo passo, come notano gli analisti di QuiFinanza, ma con criticità strutturali ancora irrisolte.

Il rischio, segnalato da più fonti, è che l’Italia arrivi a pagare i danni ambientali molto prima dei dieci anni impiegati dagli Stati Uniti per rendersi conto del problema.

Il paradosso del costo esternalizzato

Una ricerca del National Bureau of Economic Research, citata da Rivista Studio, ha calcolato che la crescita dei data center ha generato danni ambientali per 25 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno negli USA, legati soprattutto alle emissioni di particolato fine (PM2.5) delle reti energetiche locali. L’economista Nicholas Muller della Carnegie Mellon University ha analizzato circa 2.800 strutture operative americane, concludendo che l’impatto rimarrà negativo fino a quando — e a meno che — l’IA non dimostri un aumento di produttività sufficiente a giustificare questi costi sociali.

Nel frattempo, secondo le analisi di Goldman Sachs richiamate da Fortune Italia, le bollette elettriche negli USA sono già aumentate del 7% entro dicembre 2025, con un impatto sproporzionato sulle famiglie a basso reddito, che spendono in proporzione molto di più per l’energia. Le aziende energetiche scaricano sui consumatori i costi del potenziamento delle reti. Le big tech, dal canto loro, emettono debito: solo nell’ultimo anno Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle hanno emesso 121 miliardi di dollari in obbligazioni, con quasi due terzi dei finanziamenti complessivi — pari a 662 miliardi — legati a contratti di leasing per strutture non ancora operative, secondo Moody’s.

Soluzioni esistono. Costano.

I ricercatori di Cambridge identificano possibili vie d’uscita: software più efficienti, hardware ottimizzati per il recupero energetico, sistemi di raffreddamento ibridi che combinino liquido e aria. L’AEA, dal canto suo, riconosce che la digitalizzazione potrebbe in linea di principio sostenere la transizione ecologica — migliorando il monitoraggio ambientale, ottimizzando i sistemi di trasporto, rendendo più intelligenti le reti energetiche — a condizione che questi obiettivi siano espliciti e non dati per scontati.

Il punto, come scrive la fonte del Fatto Quotidiano, è che le soluzioni tecniche esistono ma «hanno costi maggiori e richiedono tempo». E in una corsa in cui le valutazioni di mercato premiano la velocità, il tempo è l’unica risorsa che sembra davvero scarseggiare.

La domanda politica resta aperta: chi stabilisce i limiti, chi paga i danni, e chi decide quanto vale un litro d’acqua potabile rispetto a una risposta generata da un modello linguistico?

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