Difese aeree europee nel vuoto: il drone russo in Romania smonta le promesse NATO

Un frammento di drone russo precipitato nei pressi di Galați, in Romania, nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2026, ha aperto una crepa non solo nel territorio di un Paese membro della NATO, ma nell’intera narrazione sulla capacità difensiva europea. L’episodio — che per ora non ha causato vittime — ha però messo a nudo una realtà che molti preferivano ignorare: il sistema di difesa aerea promesso da Bruxelles nel 2025 non è ancora operativo, e l’Europa orientale rimane esposta.
Il «muro» che non c’è
Secondo quanto riportato da Repubblica, l’evento di Galați dimostra che le dichiarazioni politiche sull’ombrello difensivo europeo sono rimaste in gran parte sulla carta. La tecnologia necessaria per intercettare efficacemente droni e missili di tipo russo non è disponibile in quantità sufficienti tra i Paesi dell’Unione e dell’Alleanza atlantica. Il paradosso, sottolineato da analisti e fonti militari citate dalla testata, è che l’unico Paese che dispone oggi di una reale esperienza operativa e dei sistemi adatti è l’Ucraina stessa: Kiev, dopo oltre quattro anni di guerra, ha sviluppato capacità di difesa aerea che i partner occidentali — sulla carta suoi protettori — non possiedono.
Detto in termini diretti: l’Europa avrebbe bisogno della tecnologia del Paese che sta cercando di difendere.
Fesenko: «La NATO non morde più»
Volodymyr Fesenko, direttore del Centro Penta di Kiev, interpellato da Repubblica, è stato esplicito: la NATO ha perso mordente come strumento di deterrenza. A suo avviso, l’incidente in Romania non è un caso isolato ma la conseguenza di un’integrazione difensiva insufficiente tra l’Ucraina e i Paesi a essa confinanti. La proposta di Fesenko è netta: i sistemi di difesa aerea di Kiev e dei suoi vicini devono essere integrati in una rete comune, capace di abbattere le minacce russe prima che raggiungano il territorio dell’Alleanza. Finché questo non avviene, secondo l’analista ucraino, la frontiera orientale della NATO resterà una zona grigia.
Cavo Dragone ottimista, ma i fatti dicono altro
Di tutt’altro avviso l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, a capo del Comitato militare della NATO, intervistato da La Stampa. Per Cavo Dragone l’Europa sta già facendo la sua parte all’interno dell’Alleanza, e l’episodio rumeno, anziché indebolire la NATO, dovrebbe rafforzarla, aumentando la consapevolezza della minaccia e accelerando gli investimenti. L’ammiraglio ha anche sottolineato come il modello NATO rappresenti un riferimento anche per i Paesi asiatici.
Una lettura rassicurante, ma che stride con quanto accaduto concretamente: un oggetto riconducibile a un attacco russo ha violato lo spazio aereo di un Paese membro senza essere intercettato.
Il nodo politico: nemici della Russia senza le armi per difendersi
L’episodio di Galați si inserisce in un quadro politico già fragile. Negli ultimi mesi, i governi europei hanno assunto posizioni sempre più antagoniste nei confronti di Mosca — congelando accordi, espellendo diplomatici, aumentando le sanzioni — e contestualmente hanno incrinato i rapporti con l’amministrazione Trump, che aveva richiesto un maggiore impegno autonomo dell’Europa nella propria difesa.
Eppure, proprio sul piano della difesa concreta, i risultati tardano ad arrivare. Ergersi a baluardo contro la Russia e contemporaneamente non disporre di una copertura aerea adeguata lungo i propri confini orientali è una contraddizione che i fatti di Galați rendono difficile ignorare. La domanda che circola tra gli analisti è semplice: ha senso assumere una postura così conflittuale verso Mosca — e così distante da Washington — senza avere prima messo in sicurezza il proprio territorio?
Cosa succede ora
L’Alleanza atlantica ha avviato una verifica sull’incidente rumeno. Nei prossimi giorni sono attese dichiarazioni ufficiali da parte di Bucarest e di Bruxelles. Sul piano operativo, la proposta di integrare i sistemi ucraini con quelli dei Paesi confinanti potrebbe guadagnare terreno nel dibattito interno alla NATO, anche se le resistenze politiche — sia tra i Paesi membri sia nei rapporti con Kiev — rimangono significative.
Nel frattempo, il confine orientale dell’Europa attende ancora quel «muro» promesso.