Dpfp 2026, Giorgetti parla all’aula vuota: 29 miliardi di debito: “Questi non vogliono lavorare di lunedì, ma mi pare che nemmeno il martedì abbiano tanta voglia”

Martedì mattina, alle 9, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è entrato a Montecitorio per illustrare il Dpfp 2026, il Documento programmatico di finanza pubblica. Doveva spiegare lo stato dei conti dello Stato e chiedere al Parlamento il via libera a uno scostamento di bilancio da circa 29 miliardi di euro, da spendere in energia e difesa nel 2027 e nel 2028. Ad ascoltarlo c’erano meno di venti deputati su 400. Quelli della maggioranza erano cinque, e due appartenevano alla Lega, il partito del ministro.
Giorgetti ha aperto l’intervento salutando con ironia «i molti deputati presenti». Più tardi, parlando con i giornalisti, è stato più esplicito: «Questi non vogliono lavorare di lunedì, ma mi pare che nemmeno il martedì abbiano tanta voglia». La seduta era stata fissata di martedì proprio perché i deputati non volevano rientrare a Roma subito dopo il fine settimana.
Dpfp e scostamento: cosa c’era in gioco
Il Dpfp è il documento con cui il governo fissa la cornice economica della prossima legge di bilancio, cioè quanto si può spendere, quanto si prevede di incassare e quanto debito si farà. È la base su cui verrà costruita la Manovra 2027.
Lo scostamento di bilancio è l’autorizzazione a fare più deficit, quindi più debito, di quanto previsto dall’ultima legge di bilancio e concordato con la Commissione europea. Per approvarlo la Costituzione richiede la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. Non basta la maggioranza dei presenti.
Il governo vuole attivare la National Escape Clause (Nec), la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle nuove regole europee. Consente agli Stati di aumentare alcune spese, in questo caso difesa ed energia, senza che contino ai fini del Patto di stabilità. Lo spazio massimo è pari all’1,5% del PIL, circa 36 miliardi. Roma ne userà l’1,2%, circa 29 miliardi in due anni. L’ultima parola sull’attivazione per l’Italia spetta comunque alla Commissione europea.
Giorgetti l’ha definita così: «Lo scostamento di bilancio è una deviazione» dal «sentiero obbligato» della sostenibilità dei conti. «Ho detto sì perché è uno scostamento consapevole». Per descrivere la prudenza degli ultimi anni ha scelto una metafora marinara: quando il bollettino annuncia tempesta, prima di uscire in mare aperto «conviene assicurarsi delle condizioni dell’imbarcazione». E ha insistito sulla credibilità costruita con il rispetto delle regole europee e confermata, a suo dire, dai recenti giudizi delle agenzie di rating, come una risorsa da preservare.
C’è poi un dettaglio pesante per le famiglie. Al netto della clausola, il deficit programmato coincide con quello tendenziale, cioè con quello che si avrebbe senza nuove misure. Tradotto: non c’è spazio per una manovra espansiva. Ogni nuova promessa dei partiti andrà pagata con tagli di spesa o con più entrate, cioè più tasse.
Il voto c’è, l’ascolto no
Quando si è trattato di votare, i deputati si sono materializzati. La Camera ha approvato la risoluzione di maggioranza sul Dpfp con 216 sì e 116 no, e lo scostamento con 219 voti favorevoli. Al Senato la risoluzione sul Dpfp è passata con 108 sì, 61 no e 2 astenuti. Quella sullo scostamento con 109 sì, 61 no e 2 astenuti.
Le opposizioni (Pd, M5s, Avs, Italia Viva e +Europa, più Azione con un testo separato) hanno votato contro. Chiedevano che il nuovo debito servisse solo contro la povertà assoluta, per la sanità pubblica, per famiglie e imprese colpite dal caro energia e per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. In aula hanno protestato per i banchi vuoti della maggioranza. Ma i loro non erano molto più affollati: con meno di venti presenti in tutto, la diserzione è stata trasversale.
Quanto guadagna un deputato
Secondo le tabelle pubblicate dalla Camera, un deputato percepisce un’indennità di circa 10.435 euro lordi al mese, poco più di 5.000 netti. A questa si aggiungono una diaria di circa 3.500 euro per il soggiorno a Roma, un rimborso per le spese del mandato di circa 3.690 euro e un forfait per trasporti e telefono. Si arriva intorno ai 13-14 mila euro al mese. Moltiplicato per 400 deputati, fa oltre 5 milioni di euro al mese. Per un’aula vuota.
L’aula lavora soprattutto dal martedì al giovedì: una dozzina di giorni al mese. Ogni giornata di seduta vale quindi più di mille euro a deputato.
C’è un meccanismo che spiega molto. La diaria viene ridotta di circa 206 euro per ogni giorno di assenza, ma l’assenza viene registrata solo se il deputato salta almeno il 30% delle votazioni della giornata. Ascoltare il ministro che spiega dove andranno 29 miliardi di debito pubblico non conta nulla. Contano solo i voti. Per questo martedì mattina i banchi erano vuoti e nel pomeriggio erano pieni.
La settimana corta, solo per loro
La «settimana corta» parlamentare è una consuetudine radicata: l’aula si concentra tra martedì e giovedì, e al Senato la settimana si chiude già il giovedì. Le sedute del venerdì alla Camera furono introdotte nel 2008, sotto la presidenza di Gianfranco Fini, per allungare la settimana nel pieno del sentimento anti-casta. Oggi sono dedicate soprattutto alle interpellanze, le domande scritte al governo, e si tengono quasi sempre davanti a banchi deserti.
Nel giugno 2025 il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, aveva proposto di liberare anche il venerdì. Lo stesso giorno, in commissione Bilancio, la maggioranza bocciava la proposta di legge sulla settimana lavorativa ridotta a parità di salario per tutti i lavoratori.
Le giustificazioni
I parlamentari rispondono che il loro lavoro non si esaurisce in aula: ci sono le commissioni, le riunioni dei gruppi, l’attività nei collegi elettorali. Le commissioni però, salvo rare eccezioni, non si riuniscono mentre l’Assemblea è convocata. E il legame con il territorio vale poco per gli eletti paracadutati in collegi sicuri dove non hanno mai messo piede.
Il problema è strutturale e attraversa governi e maggioranze di ogni colore. A pochi mesi dalla fine della legislatura il disimpegno cresce: molti sono già proiettati sulle prossime candidature.
Intanto il calendario corre. Entro giovedì il governo deve inviare a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio, la sintesi della manovra. Entro martedì prossimo la legge di bilancio deve arrivare alle Camere, che avranno tempo fino al 31 dicembre per approvarla.